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La sindrome della mano aliena

A questo mondo esistono tante di quelle patologie psichiatriche da poter riempire interi manuali senza fermarsi mai (vi ho già parlato di un paio in altri due articoli, che potete leggere cliccando qui e qua). Ne è una prova la protagonista dell’articolo di oggi: la sindrome della mano aliena.

Si tratta di un raro disturbo neurologico conosciuto anche come “sindrome della mano anarchica” o, in inglese, come AHS (che per noi amanti del cinema e della televisione è l’acronimo della serie “American Horror Story”, ma che nel contesto odierno indica “Alien Hand Syndrome”).

Chi è affetto da questa bizzarra condizione ha una mano quasi dotata di vita propria. Infatti, nella sindrome della mano aliena, una mano (di solito quella sinistra) è vittima di movimenti e azioni del tutto involontarie e per nulla pianificate. Ne consegue che il paziente non abbia in alcun modo il controllo dell’arto.

Il primo caso fu esaminato dal neurologo tedesco Kurt Goldstein, nel 1908, anche se il nome in pieno stile sci-fi verrà coniato solo nel 1972.

La mano di chi è affetto da questa malattia si comporta con una sua volontà. Può afferrare oggetti a caso, contorcersi in modi strani, slacciare un bottone che è appena stato allacciato con l’altra mano, prendere un bicchiere d’acqua e scagliarlo addosso a qualcuno. Il soggetto non è in grado di comandarla, dunque la sente come un corpo estraneo che non gli appartiene. Da qui, nasce l’appellativo di “sindrome della mano aliena”.

Nei casi più estremi, la persona piò arrivare persino a cercare di strangolarsi da sola, come fosse posseduta! Per l’appunto, si indica in maniera quasi ironica la mano sana come “la mano buona” e quella malata come “la mano anarchica o malvagia”.

Kurt Goldstein (1878 - 1965)

Ma perché ciò avviene? Il motivo è legato quasi sempre a una forma di grave danno cerebrale, come un ictus, un tumore, malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, ma anche a interventi chirurgici effettuati al corpo calloso del cervello. Per i profani, il corpo calloso è quella parte cerebrale che collega i due emisferi, permettendo una comunicazione adeguata tra le due parti (come se fosse un ponte). Quest’area viene trattata specialmente nei casi di epilessia.

Se il corpo calloso viene compromesso durante una callostomia (l’operazione di cui sopra), i messaggi tra i due emisferi arrivano con grande fatica. Perciò, le azioni intraprese dal paziente possono essere scoordinate e totalmente indipendenti.

A oggi, non esiste una vera e propria cura, se non una terapia atta a cercare di limitare i movimenti della mano anarchica, magari tenendola impegnata con una pallina antistress, per esempio.

Sapete con quale altro nome è nota questa condizione neurologica? “Sindrome del Dr. Stranamore”. Di fatto, qualsiasi cinefilo come la sottoscritta, avrà pensato immediatamente al cult cinematografico fantapolitico del 1964: “Il Dr. Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”.

Pellicola firmata da quel genio di Stanley Kubrick, con Peter Sellers nei panni dell’iconico personaggio omonimo, è la trasposizione filmica del romanzo di Peter George del 1958. La trama è un’incredibile satira sui sistemi politici e sull’incompetenza degli uomini dinanzi ai conflitti bellici. Il Dr. Stranamore è il personaggio principale: egli è uno scienziato ex nazista, protagonista di scene intramontabili e grottesche in cui il suo braccio continua, in maniera del tutto involontaria, a fare il saluto al Führer. In un’altra sequenza, il braccio meccanico cerca di strangolarlo, esattamente come accade con la sindrome della mano aliena.

Spostandoci in campo letterario, invece, la scrittrice e poeta americana Patricia Lockwood, nel 2025, ha pubblicato il libro “Will There Ever Be Another You” (traducibile in italiano come “Ci sarà mai un altro te”). Si tratta della seconda opera realizzata ed è un doloroso lavoro di autofiction, vale a dire un genere in cui si mescolano alla perfezione elementi di finzione a fatti reali e personali.

La storia ha infatti come protagonista un’autrice di nome Patricia, che affronta le conseguenze neurologiche del Long Covid, contratto agli inizi della pandemia. Tra questi, vi è la sindrome della mano aliena.

Patricia Lockwood ha spiegato in più interviste come si sia veramente ammalata in quel periodo, di come i sintomi siano stati piuttosto acuti e di come, pertanto, abbia percepito a più riprese una sorta di estraneità al proprio corpo.

Direi che in questo caso, si è praticamente superata l’autofiction.

Patricia Lockwood

Scritto da Camilla Marino

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