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Effetto Lucifero – L’esperimento del carcere di Stanford

Non so voi, ma io sono sempre stata affascinata dagli esperimenti psicologici. Adoro leggere le premesse dietro alla loro elaborazione, il procedimento di selezione delle cavie, lo sviluppo in sé e le conclusioni che si traggono da esso. Anche gli esperimenti apparentemente più innocui, come i giochi di immaginazione, rappresentano uno spicchio della mente umana, esattamente alla pari di un frame di un secondo di una pellicola che dura ore e ore. Infatti, mi affido spesso al gioco del “Immagina un deserto, un cubo, una scala, un cavallo, dei fiori, una tempesta e descrivimeli…” quando conosco per la prima volta qualcuno: per me è come farmi una panoramica generale della sua psiche (per quanto assolutamente non approfondita e probabilmente errata, visto che ho studiato psicologia, ma non sono una psicologa, né tantomeno una psicanalista).

Oggi, voglio esporvi uno di quegli spicchi, uno di quei frame, una breve panoramica della mente dell’Uomo.

Sapete che cos’è l’esperimento del carcere di Stanford? Sicuramente lo avrete sentito nominare svariate volte, ma vi esporrò qualche dettaglio degno di nota. Sto parlando di uno degli esperimenti psicologici più noti e controversi della storia.

Era il 1971 e il professor Philip Zimbardo dell’Università di Stanford (USA) decise di analizzare le teorie dello studioso del comportamento sociale Gustave Le Bon, secondo le quali i componenti di un gruppo tendono a sviluppare tratti antisociali, perdendo identità personale e senso di responsabilità in un processo mentale che prende il nome di deindividuazione.

Dopo aver pubblicato un annuncio per cercare dei partecipanti, il professore e il suo team ne scelsero 24: uomini di ceto medio tranquilli, per nulla inclini alla violenza. Costoro sarebbero stati divisi in due gruppi: guardie e carcerati. I loro comportamenti sarebbero stati esaminati nel seminterrato dell’ateneo, dove venne creato un ambiente identico a un carcere. Le guardie, dotate di uniforme, occhiali da sole riflettenti per non farsi guardare negli occhi dai finti detenuti, manganello, fischietto e manette, avrebbero dovuto far rispettare le regole del carcere fittizio. D’altro canto, i prigionieri, ai quali era stato fornito un numero di riconoscimento e una catena legata alla caviglia, non dovevano violare tale regolamento.

Cosa poteva mai accadere in una struttura perfettamente preparata e controllata? Beh… Le cose cominciarono ad andare male quasi fin da subito. Appena dopo due giorni, i galeotti cominciarono a comportarsi come effettivi detenuti in rivolta e le guardie li costrinsero a subire delle punizioni umilianti: defecare dentro ai secchi che non sarebbero stati svuotati o ripulire le latrine con le mani. Tali atteggiamenti sadici e le torture psicologiche, per assurdo, vennero perpetrati anche dopo che i carcerati si arresero, sviluppando vere e proprie crisi emotive. Dall’inizio dell’esperimento passarono solo sei giorni, ma le condizioni mentali de soggetti erano così precarie che, su suggerimento della compagna del professor Zimbardo, la psicologa Christina Maslach, i ricercatori misero fine al progetto. I prigionieri provarono sollievo… Ma le guardie manifestarono un gran disappunto: il loro gioco di potere era terminato.

Le conclusioni che Zimbardo trasse da questo esperimento vennero tutte impresse nelle pagine del suo saggio del 2007 “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?”. Le azioni intraprese dai soggetti, tuttavia, possono essere spiegate con una sola espressione: stato eteronomico, ovvero l’assenza di autonomia comportamentale. Quando ci si ritrova ad assumere un ruolo istituzionale (seppur immaginario), si tende a de-responsabilizzarsi, giustificando le proprie azioni come un “adeguarsi al sistema”. Un po’ come a dire: “Non è colpa mia, io stavo solo facendo il mio dovere.” Ecco quindi che il senso di vergogna, disgusto, imbarazzo e la tempra morale stessa si affievoliscono. Ricordando anche “La banalità del male” di Hannah Arendt. (Cliccando qui, potete vedere la mia recensione su questo libro)

L’esperimento del carcere di Stanford venne replicato altre volte, con gli stessi risultati: uno di questi tentativi prese il nome di “Standard Custodial” e avvenne presso l’Università di New South Wales, in Australia; l’altro fu avviato in Illinois, nel reparto psichiatrico dell’Ekgin State Hospital. Malauguratamente, gli stessi tipi di sevizie messe in atto dalle guardie dell’esperimento, si applicarono durante le vere torture effettuate dai militari americani nella Prigione di Abu Ghraib, in Iraq, nel 2003. La Marina Militare stessa sfruttò lo studio per addestrare i suoi uomini durante gli interrogatori.

Insomma, uno studio psicologico ha confermato che l’essere umano è in grado di adottare atteggiamenti estremamente violenti e amorali, se le condizioni ambientali gli offrono l’occasione. Ma ormai, con le ondate di violenza che abbiamo modo di visualizzare ogni giorno attraverso i social (ormai divenuti i nuovi quotidiani), la cosa non dovrebbe sorprenderci, no? Ho scritto un articolo sulla malvagità insita nell’animo umano che potete leggere cliccando qui.

La vicenda si è trasformata in materiale eccellente per le sceneggiature cinematografiche. Sono stati diversi i film ispirati al test del carcere di Stanford, come per esempio “Effetto Lucifero”, del 2015, per la regia di Kyle Patrick Alvarez. O ancora, il lungometraggio tedesco “The Experiment” del 2001, diretto da Oliver Hirschbiegel, basato sul libro scritto da Mario Giordano “Black Box”, nel quale vengono descritti gli eventi del progetto.

Non posso esimermi poi dal consigliarvi la visione di “The Experiment”, pellicola del 2010 per la regia di Paul Scheuring, con un cast composto da Adrien Brody nei panni di uno dei carcerati; Forest Whitaker e Cam Gigandet nel ruolo di due guardie. Vi sto proponendo uno di quei film che riguardo volentieri ogni qualvolta che mi si presenti in tv, che rende perfettamente l’idea dei soprusi subiti dai prigionieri per mano dei loro carcerieri, accecati dalla sete di potere e dall’ebbrezza che ne deriva. (Cliccate qui per la mia revisione)

L’esperimento di Stanford rappresenta un caso straordinario nella sua effettiva efficacia, sebbene ne siano state messe in discussione le dinamiche (pare infatti che Zimbardo e il suo team avessero incoraggiato le quardie con le loro tecniche vessatorie). Inoltre, occorre tenere conto che l’annuncio per la ricerca delle cavie sottolineava esplicitamente il bisogno di volontari per uno “studio psicologico sulla vita carceraria”, quindi un tipo di invito che attrae, per natura, persone con livelli di aggressività o autoritarismo più alti. Uno studio da manuale che rende lampante un barlume della psiche umana.

Effettivamente, il grande scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafón dice: “La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L’idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all’istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione.”

Scritto da Camilla Marino

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