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Schengen VS Ceuta

La gestione dei flussi migratori è un tema costante di dibattito. Se da una parte è un argomento di conversazione sempreverde (soprattutto in metropoli come Milano, dove la presenza di stranieri irregolari è diventata una vera e propria emergenza da fronteggiare in certi quartieri), nelle ultime settimane i riflettori di tutta Europa si sono concentrati in particolar modo su tale questione per un fatto nello specifico.

Ma per potervene parlare, dobbiamo prima rispondere a un quesito.

Sapete cos’è il trattato di Schengen? Ufficialmente noto come Accordo tra i governi degli Stati dell’Unione economica del Benelux, della Repubblica federale di Germania e della Repubblica francese relativo all’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere comuni (un nome un po’ lungo), è appunto un trattato internazionale firmato il 14 giugno del 1985 nella città di Schengen, in Lussemburgo. L’accordo, stipulato inizialmente tra Lussemburgo, Belgio, Germania Ovest, Paesi Bassi e Francia, prevedeva la creazione di uno spazio comune affinché venissero progressivamente eliminati tutti i controlli (sia delle merci, che dei viaggiatori) tra le frontiere di questi cinque Stati. Nel 1999, tale insieme di norme (definito anche come aquis di Schengen) venne integrato con la legislatura dell’Unione Europea.

In parole povere: quando un cittadino europeo viaggia in un Paese europeo, grazie all’accordo Schengen e all’appartenenza all’UE, non avrà bisogno del passaporto, ma solo della carta d’identità elettronica valida per l’espatrio; se lo Stato in questione fa parte dello Schengen, ma non dell’UE, non avverrà alcun tipo di controllo; se lo stato fa parte dell’UE, ma non dello Schengen, verrà richiesto il controllo del documento: se lo Stato non fa parte né dell’uno né dell’altro (come l’Inghilterra dopo la Brexit), occorrerà, al contrario, il passaporto.

Il 31 luglio, l’Italia ha sospeso temporaneamente l’accordo di Schengen con la Spagna (sospensione che dovrebbe durare circa un mese). Le conseguenze di tale mossa non saranno per nulla disastrose: semplicemente, se si transita da e verso il Paese Iberico, occorrerà superare i controlli doganali di rutine che avverrebbero normalmente in qualsiasi altra parte del mondo. Tuttavia, altri otto Paesi europei hanno temporaneamente ripristinato i controlli di frontiera, con una motivazione diversa rispetto all’Italia… Ma sempre di controlli si parla…

Ma perché l’Italia ha effettuato questa scelta? Per capirlo dobbiamo spostarci a Ceuta, in Marocco, ora sotto l’occhio di bue per una crisi migratoria senza precedenti (l’oggetto di questo articolo).

 

Dovete sapere che Ceuta è una città ufficialmente spagnola (quindi soggetta alle regolamentazioni europee), ma situata sul suolo marocchino. Esattamente come Melilla (altra città spagnola collocata in Marocco), Ceuta è stata occupata dallo Stato della corrida durante l’era delle Grandi Esplorazioni (tra il XIV e XV secolo), ancora prima della creazione del Marocco. Quando quest’ultimo ottenne l’indipendenza da Spagna e Francia nel 1956, la prima cedette tutti i suoi territori, tranne Ceuta e Melilla. Questa è una premessa fondamentale per comprendere i fatti odierni.

A fine luglio 2026, una sentenza della Corte Suprema spagnola ha dichiarato che tutti i migranti giunti sulle coste del continente via mare non possono essere soggetti a respingimenti immediati senza una tutela legale: ergo, non possono essere rispediti a casa loro come se nulla fosse. Questa notizia è trapelata sui social, soprattutto attraverso TikTok e Whatsapp. Il viavai di voci unito a un certo analfabetismo funzionale, ha creato una vera e propria bufala internettiana: i nord africani hanno capito che la Spagna “aprisse le frontiere”. Così si sono gettati in massa nel Mediterraneo per giungere sulle rive di Ceuta e rivendicare il loro “ingresso libero” in Europa. Più di 70mila persone hanno varcato il confine raggiungendo Ceuta, con un bilancio pesantissimo di vittime (più di 70 morti) e cinque abusi sessuali su ragazze minorenni con un’età inferiore ai 14 anni.

Insomma, è il caos: una bolgia infernale ha trasformato la riviera in un incubo a cielo aperto.

Nonostante ciò, la Spagna è intervenuta con prontezza, dispiegando immediatamente le forze armate che si stanno occupando di tenere la situazione sotto controllo: 70mila persone sono state respinte, mentre altre 2000 (provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana e dall’Asia) sono in attesa di regolare l’asilo. La loro domanda è in fase di valutazione.

Il Trattato di Schengen, per come è stato stipulato, permette la sua temporanea interruzione nei casi di grave minaccia. L’Italia pensa che il caso di Ceuta possa rappresentare il rischio concreto di un’ondata inarrestabile di clandestini anche entro i nostri confini. Ecco dunque il perché della mossa strategica del Bel Paese.

Il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez rifiuta categoricamente, però, la posizione dell’Italia, considerando la pausa di Schengen una decisione esagerata. Egli difende a spada tratta l’operato della Spagna, nonostante la sua sia sempre stata una tra le politiche più aperte nei confronti dei migranti (solo recentemente già proposto la regolamentazione di ben 500mila extracomunitari). Sánchez ha accusato Giorgia Meloni e i suoi alleati europei di aver agito “spinti da pregiudizi, fake news e puro interesse politico”, additando la loro presa di posizione come “egoista, polarizzante e illegittima“. Eppure, Sánchez sta subendo un momento di isolamento politico: è stata proprio la sua accettazione morbida dei migranti, abbinata alla crisi di Ceuta, ad aver sollevato numerosi dubbi nei vertici UE, considerando la Spagna come il vero punto debole legato a un afflusso massiccio, irregolare e senza freno.

Ora, il dibattito politico e mediatico è acceso. Il fenomeno delle crisi migratorie in generale è complesso, non è un’emergenza passeggera, sono una parte della storia delle civiltà. Per fare un’analogia: nessuno direbbe mai che il traffico è un male, ma nessun penserebbe di guidare senza semafori! Quindi, proprio perché la complessità è viva, non si può governarla con il caos: servono paletti non per fermare il movimento, ma per tracciare una carreggiata sicura.

Regolare non significa negare, ma rendere sostenibile per chi arriva e per chi accoglie, perché c’è una differenza profonda tra subire la corrente e canalizzare l’energia.

Il trattato di Schengen dimostra che il nostro continente ha raggiunto un equilibrio mercantile e di transizione tale da poter assottigliare il concetto stesso di confine. Ma disporre di dogane, divieti e permessi diventa necessario per preservare un ulteriore costrutto: quello di identità nazionale.

La bellezza del mondo risiede proprio nella diversità dei popoli che lo albergano: gente nata e cresciuta in culture talvolta profondamente diverse, ma il rispetto reciproco è imprescindibile. Per fare un’altra analogia: aprire le porte di una casa significa invitare gli altri a condividere lo spazio, ma non ridisegnare le fondamenta di quella casa. L’incontro tra etnie è affascinante, ma per preservare l’identità culturale e i valori del Paese che ospita non è un atto di chiusura, bensì il presupposto stesso dell’ospitalità: la vera armonia sociale nasce quando chi giunge arricchisce la storia del luogo, onorando le regole e la memoria che lo hanno reso ciò che è… Altrimenti non lo si sceglierebbe come destinazione…

Per i miei soliti e immancabili riferimenti artistici, posso menzionarvi il Museo Europeo di Schengen (European Museum Schengen). Inaugurato nel 2010, in occasione del 25esimo anniversario della firma del trattato, è un complesso situato nell’omonima città, sulla triplice frontiera tra Lussemburgo, Francia e Germani (una scelta altamente simbolica).

Il museo è strutturato seguendo un percorso espositivo interattivo e multisensoriale che ripercorre la storia del prezioso documento, mostrando quelli che sono gli attuali benefici e punti a favore di uno spazio geografico in cui i confini sono, in un certo senso, aboliti.

All’esterno della struttura corre il fiume Mosella, dove è ancorato il battello Prinzessin Marie-Astrid Europa, l’originale nave da crociera completamente restaurata su cui si firmò il trattato nell’85.

Sempre seguendo il filone del tema del confine, posso citarvi il progetto del fotografo spagnolo Ignacio Evangelista, intitolato “AfterSchengen”. I soggetti dei suoi scatti sono le dogane ormai cadute in rovina e in disuso, lasciate lì, mai demolite. Simboli di un tempo in cui la geopolitica fungeva da archetipo della divisione sociale. Dei fossili urbani e architettonici che comunicano l’unione pacifica degli uomini, mentre la Natura si riappropria di ciò che le era stato tolto con la costruzione di quei posti di blocco e di quelle strade asfaltate.

O ancora, posso parlarvi dell’installazione straordinaria curata dall’artista indiana Reena Saini Kallat: “Woven Chronicle”. Cominciata nel 2010, tale opera visiva è in perpetua evoluzione, esposta in diversi musei della Terra nel corso del tempo: trattasi di una mappa del mondo arricchita di fili e cavi elettrici che rappresentano le migliaia di rotte percorse dai migranti in fuga e richiedenti asilo. Questi cavi elettrici hanno un duplice significato: se da un lato sono dei perfetti e quasi letterali conduttori di comunicazione tipica della globalizzazione, dall’altro la loro disposizione ricorda quella di un filo spinato, di una prigione caotica, del respingimento continuo. In poche parole, il senso di collettività che si è raggiunto nei tempi moderni è solo un’illusione, volta a mascherare un’identità puramente isolazionista. Dagli altoparlanti posizionati ad hoc, provengono suoni di sirene, linee telefoniche occupate, cinguettii di uccelli migratori, impulsi elettronici: è la colonna sonora del globo che non si ferma di fronte a niente.

È stato difficile trovare, come sono solita fare, una citazione che possa racchiudere il senso dell’articolo. Cercando e curiosando in rete e tra le varie fonti, infatti, non sono riuscita a selezionare citazioni che non fossero troppo politiche e di parte (lungi da me influenzarvi con della squallida propaganda) o prettamente cattoliche. Ma “rovistando” nell’immenso archivio di informazioni di Google, forse ne ho individuata una dell’Ex Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale dell’Italia, Enzo Moavero Milanesi, che non ne fa una questione ideologica di “porti aperti o chiusi”, ma analizza il fenomeno come un dato di fatto oggettivo e storico con approccio neutrale, puntando su regole e regolamentazioni chiare da gestire in modo strutturato e legale: “Le migrazioni sono legate al macro fenomeno della globalizzazione, che non fa solo muovere merci e capitali su scala planetaria, ma anche persone. Ora, attenzione, nella storia è sempre stato così.”

Scritto da Camilla Marino