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La sindrome di Münchhausen

La mente umana è affascinante e complessa. È come una spugna capace di assorbire completamente la realtà che la circonda, evolvendo la propria forma e il proprio modo di pensare a ogni minimo cambiamento. Mi piace immaginare avvenimento, ogni decisione intrapresa, ogni singolo stimolo a cui siamo sottoposti come una leva dello scambio di un treno: la nostra mente è il treno e ogni avvenimento ci fa cambiare binario.

Questa Natura mutevole dell’essere umano, genera anche paure, fobie, fissazioni e feticci unici per ogni individuo, comprese malattie mentali difficili anche solo da concepire.

Una di queste è sicuramente la sindrome di Münchhausen.

Sicuramente l’avrete già sentita nominare, ma forse non sapete di cosa si tratta: è un disturbo psicologico presente nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (abbreviato in DSM-5).

Chi ne soffre, finge costantemente di essere affetto da patologie o di aver subìto traumi psicologici di vario genere, in modo da poter richiamare attenzione e amore su di sé. Il paziente può arrivare persino a farsi del male o a prendere dei farmaci che compromettono la sua salute, per poter convincere amici, familiari e medici della realtà della sua condizione.

Senza ombra di dubbio, avrete sentito anche menzionare la sindrome di Münchhausen quando essa è correlata alla cosiddetta sindrome di Münchhausen “per procura”. Sebbene sia lo stesso disturbo mentale, vi è una sensibile differenza. Infatti, nel caso della sindrome di Münchhausen per procura, il soggetto coinvolto è un genitore o un tutore (nella maggior parte dei casi, una madre) che finge che il proprio figlio (a volte persino il proprio animale domestico) sia costantemente affetto da chissà quali disturbi, arrivando persino a farlo ammalare sul serio, somministrandogli farmaci non adatti o ferendolo di proposito. Ciò è sempre legato a un patologico bisogno di attenzione e riconoscimento da parte degli altri, che vedano il genitore come una sorta di “eroe” o “martire”.

Il nome di questa sindrome deriva dal Barone di Münchhausen, un nobile tedesco realmente vissuto tra il 1720 e il 1797, il quale raccontava sovente delle storie veramente bizzarre e assurde sul proprio conto. Erano storie così inverosimili da destare il sospetto della loro veridicità, tant’è che lo scrittore e scienziato tedesco Rudolf Erich Raspe realizzò un libro intitolato “Le avventure del Barone Münchhausen”.

Fu il medico britannico Richard Asher, nel 1951, a collegare i comportamenti autolesionistici tipici di questa malattia mentale con le vicende del Barone, dunque coniò il termine “Sindrome di Münchhausen”.

La sindrome di Münchhausen per procura, invece, è nota anche con il nome “Sindrome di Polle”, vale a dire il nome del figlio del Barone, morto in circostanze misteriose.

Il medico britannico Richard Asher

Nel DSM-5, entrambe le patologie sono classificate come “disturbi fittizi”: tale dicitura indica tutti quei disturbi in cui la sintomatologia fisica o psichiatrica viene simulata dal paziente.

Come potrete immaginare, diagnosticare la sindrome di Münchhausen non è affatto semplice, poiché chi ne soffre può essere molto convincente, avendo comportamenti masochisti.

Tra gli indizi che si possono osservare, figura una certa morbosità da parte del paziente nel ripetere esami medici di sorta, nonché una “propensione” alle procedure più dolorose.

I malati sono spesso persone che hanno subìto gravi traumi e abusi infantili, specialmente legati al concetto di negligenza e abbandono da parte di terzi.

Un bel film che fonda la propria trama sulla sindrome di Münchhausen, è sicuramente “Run”, del 2020, per la regia di Aneesh Chaganty, con Sarah Paulson e Kiera Allen.

In questo film, Sarah Paulson interpreta una madre sadicamente amorevole che somministra regolarmente farmaci alla figlia, in modo da costringerla su una sedia a rotelle per tutta la vita, convincendo quest’ultima di essere estremamente cagionevole di salute. Un thriller avvincente e gradevole con ottimi colpi di scena.

Un altro prodotto televisivo che espone molto bene la sindrome di Münchhausen per procura, è la miniserie tv del 2018 “Sharp Objects”, diretta da Jean-Marc Vallé, con Amy Adams, Patricia Clarkson ed Eliza Scanlen.

Adattamento televisivo dell’omonimo romanzo del 2006 di Gillian Flynn (in Italia è stato tradotto col titolo “Sulla pelle”), la serie racconta della giornalista di cronaca nera Camille (Amy Adams), segnata da una psiche profondamente traumatizzata (è infatti un’alcolista e autolesionista). Quando torna nella sua città natale per risolvere il mistero della scomparsa di due ragazzine a cui sono stati strappati tutti i denti, riemergeranno anche i fantasmi del suo passato. In questo contesto, la madre (Patricia Clarkson) è una donna borghese inavvicinabile, affetta da sindrome di Münchhausen per procura.

È incredibile il livello di follia a cui possono arrivare certi individui per ottenere attenzione. La sindrome di Münchhausen non va infatti confusa con l’ipocondria, poiché quest’ultima rappresenta una vera convinzione da parte di chi ne è affetto di essere malato con la ferma volontà di guarire, non è una farsa consapevole. L’ipocondriaco non cerca attenzione, cerca seriamente una cura. La sindrome di Münchhausen si nutre di attenzioni.

Lo dicono persino nella serie tv “Law & Order – I due volti della giustizia”: “La ruota che stride ottiene l’olio”.

Scritto da Camilla Marino

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