Instagram
Privacy Policy

Oltre i blockbuster: l’onda indie salva il cinema

Corre l’anno 2026 e possiamo indicare questo momento come una rinascita del cinema. La pandemia di Covid è stata un duro colpo non solo dal punto di vista sociale e psicologico (in molti sono in terapia perché abbiamo in qualche modo perso degli anni di vita); a uscirne scossa in maniera viscerale, però, è stata soprattutto la settima arte.

Tutti noi siamo stati costretti a rinchiuderci dentro casa, confinati tra quelle mura per mesi come dei criceti in un laboratorio: questa costrizione di “vita” (perché non si può parlare di “vita” quando una gita al supermercato era un lusso) ha influenzato profondamente anche il modo in cui si concepiva la visione di un film.

Le piattaforme streaming come Netflix e Prime Video sembravano averla vinta, mentre le sale cinematografiche rimanevano spaventosamente e ovviamente vuote, le poltrone accumulavano polvere, i grandi schermi rimanevano tristemente spenti. E anche le annate appena successive a questa apatia pandemica sono state segnate da una grave carenza in questo senso.

Un po’ come a seguito di un cataclisma, la gente faticava a tornare alla quotidianità, nonostante la libertà di poter riprendere in mano la propria esistenza. Noi cinefili eravamo metaforicamente seduti su un trono fatto di spine, perché non sapevamo quando e se ci sarebbe stata una ripresa… Sapete, la comodità di aspettare l’uscita di un lungometraggio sul divano di casa è per molti meglio che spendere i soldi per un biglietto di un multisala.

Beh, quel momento tanto atteso sembra essere finalmente giunto con il 2026. Gli incassi parlano chiaro: diverse pellicole hanno superato la soglia del miliardo al botteghino. Tra questi, il colossal di Christopher Nolan “The Odyssey” (ho realizzato una recensione che potete vedere cliccando qui) è diventato il film della Universal Pictures con più successo nella storia della casa di produzione, con un guadagno pari a $1,68 miliardi, superando “Jurassic World” che, al tempo, ne aveva conquistati $1,67.

“The Odyssey” ha avviato una campagna marketing dalla strategia impareggiabile: era da più di un anno che se ne parlava, che il pubblico attendeva con ansia questo riadattamento dell’Odissea di Omero da parte del regista epistemologico per eccellenza. Chiunque pensava: “Chissà cosa ne esce fuori?!”… In una parola: hype.

Un carico immenso di aspettativa che ha sfruttato nella maniera più azzeccata possibile il passaparola dei social network (che a me piace considerare come un’evoluzione tecnologica del gioco del telefono senza fili).

Naturalmente l’affluenza sulle poltrone non è ancora tornata allo splendore precedente, ma… facciamo un passo alla volta.

Tuttavia, oggi non sono qui per confrontarmi su questi prodotti nati dalle grandi major di Hollywood, ma per sottoporre alla vostra attenzione altri due film che hanno segnato paradossalmente dei record di incassi: “Obsession” e “Backrooms”.

“Camilla… Ma quale record di incassi?! Sono lontanissimi dal miliardo!”, qualcuno mi dirà. Vero, ma occorre considerare la natura di tali lungometraggi: essi fanno infatti parte del cinema indipendente.

E sembra proprio questo il cavallo su cui puntare, il tipo di lungometraggio che sta riportando il pubblico in sala.

Ma prima di rispondere alla domanda delle domande (cioè, “PERCHÉ?”), vorrei definire meglio CHE COSA sono i film indipendenti (o indie), perché soprattutto tra i profani del settore vige una certa e comprensibile confusione. Per farlo, non mi resta che disegnare una linea netta e distintiva con i blockbuster.

Per antonomasia, un film indipendente è girato senza l’intervento delle gigantesche case di produzione di Hollywood.

A oggi, le major vengono indicate come le Big Five (che detta così, usando una battuta che per la Gen Z sarà un po’ vintage da “Dragonball”, la loro aura “it’s over 9000!!!”). Perché Big Five? Ovviamente, perché sono cinque:

 

  • Walt Disney Studios, fondata dal mitico Walt Disney e da suo fratello Roy nel 1923. Comprende marchi del calibro di Marvel Studios, Lucasfilm, Pixar e la ex 20th Century Fox. Inizialmente si chiamava Disney Brothers Cartoon Studios.
  • Universal Pictures, tra le più antiche della storia (infatti è nata nel 1912), “madre” del franchise di “Jurassic Park” e “Jurassic World” Nelle sue scuderie compaiono la Illumination e la Dreamworks.
  • Sony Pictures Entertainment, generata nel 1987, possiede la Columbia Pictures ed è la padrona incontrastata di tutto l’universo cinematografico di Spider-Man.
  • Warner Bros. Pictures, formatasi nel 1923 grazie ai quattro fratelli ebrei Harry, Albert, Sam e Jack Warner. Se la Disney si occupa della Marvel, la Warner Bros. si occupa della DC, ma detiene altresì il monopolio della saga cinematografica di “Harry Potter”.
  • Paramount Pictures, anch’essa fondata nel 1912, produttrice di pellicole come “Mission Impossible”, “Top Gun” e “Star Trek”, recentemente si è fusa con la Skydance Media.

 

“Scusa, Cami… Ma la MGM dove la mettiamo? Te la sei scordata?”

Nope! Semplicemente, la MGM (il nome esteso è Metro-Goldwyn-Mayer, quella con il leone che ruggisce) è stata declassata a mini-major a causa di un vissuto dapprima glorioso e poi burrascoso. Addirittura, nel 2010 era finita in bancarotta, prima di essere riesumata da Amazon per fondare il nuovo brand unico Amazon MGM Studios. Questa unione ha segnato la rivincita della casa che si sta confermando uno dei colossi dello streaming. Inoltre, grazie all’uscita di successi come “Project Hail Mary” (ho realizzato una recensione che potete visualizzare cliccando qui), sta affermando la propria potenza distributiva e molto probabilmente tornerà in grande stile tra le major vere e proprie.

Ecco, questi studios (che si occupano altresì della distribuzione dei propri lavori) creano titoli veramente kolossal, con budget altissimi che superano spesso le centinaia di milioni di dollari (tutti provenienti dalla major), con campagne pubblicitarie davvero massicce. L’obiettivo principale dei loro prodotti è incentrato soprattutto sul profitto e sul raggiungimento del box office a livello globale. Ragion per cui vengono elaborati gadget, parchi di divertimento a tema e franchise che durino il più a lungo possibile (lo stanno dimostrando la saga di “Toy Story” della Pixar, di “Jurassic World” della Universal o i continui ed estenuanti remake live-action dei classici Disney, che per quanto siano sempre un piacere da guardare, risultano come delle vacche da mungere finché queste non crollano stecchite al suolo).

Tutta questa macchina dai toni più industriali piuttosto che artistici comporta anche una serie di regole rigidissime che i registi devono seguire: in primis, per esempio, il politically correct, come la presenza obbligatoria di minoranze etniche, sessuali o religiose, in modo da poter affermare che non si esclude nessuno. Un aspetto nobilissimo, se non fosse che in certi casi risulta totalmente ingiustificato ai fini della trama e dello sviluppo narrativo… La Fata Turchina di quel disastro del live-action di “Pinocchio”? Ne vogliamo parlare? Hanno fatto la copia carbone del classico Disney in ogni microscopico elemento, persino il gatto e il pesce sono stati fatti con la CGI per essere identici agli originali… e con la fatina fai il casting completamente all’opposto?

Certamente, in questo modo si abbassa il rischio di fallimento al botteghino, sfruttando storie già note e amate dal grande pubblico con cast stellari.

Per i film indipendenti “la musica” è diversa… e a mio avviso decisamente più interessante.

Come accennavo poc’anzi, non nascono dalle menti delle major. Spesso si tratta di veri e propri sognatori, registi e attori esordienti che decidono di mettere insieme qualche buona idea e di filmarla.

Da qui, la prima caratteristica principale è il budget decisamente ridotto.

Le risorse monetarie, per l’appunto, non provengono dagli importanti studios della West Coast, ma si parla di finanziamenti dettati da bandi pubblici, pre-sales estere (quindi della vendita dei diritti di distribuzione ancora prima della creazione effettiva della pellicola), campagne di crowfounding o persino di tasca propria.

Una saga partita semplicemente con le prevendite all’estero è stata (non ci crederete, forse) “Hunger Games”!

Fermi tutti, però! C’è una leggera differenza tra un film indipendente e un film low-budget. Pur trattandosi di una denominazione prettamente economica, devo necessariamente distinguerli: quando si parla di “low-budget”, infatti, ci si riferisce a una soglia che non supera i $5 milioni.

I film indipendenti sono sovente a basso budget, ma non sempre i low-budget sono indipendenti.

Volete degli esempi lampanti? “Megalopolis”, scritto e diretto da Francis Ford Coppola nel 2024, è un film indipendente distribuito dalla Lionsgate Films (una casa di produzione e distribuzione indipendente)… Piccolo break – Facciamo un gioco: ogni volta che dirò la parola “indipendente” in questo articolo, vi fate uno shot alcolico, arriverete alla fine come il cameriere di “Hollywood Party” (non è un’istigazione all’alcolismo, non sia mai in questo periodo sbagliare le parole). Eppure, nonostante fosse un film indipendente, il budget si è aggirato intorno ai $120 milioni, tutti tirati fuori dal regista.

Così come “La Passione di Cristo” di Mel Gibson, uscito nel 2004 e con un budget di $30 milioni: venne prodotto da Mel Gibson stesso e dalla sua etichetta indipendente, la Icon Productions, poiché le major non avrebbero mai puntato i loro soldi su un film girato completamente in aramaico, ebraico e latino.

Un altro esempio è “Deadpool” del 2016, diretto da Tim Miller e prodotto dalla Marvel (come ho accennato sopra, alle spalle della Marvel c’è la Disney), che rispetto agli altri film di supereroi, è stato un medium-low-budget, con una cifra di circa $58 milioni (che non sono spicci, ma non sono neanche questo gran patrimonio… E ho appena pronunciato questa frase come se fossi Jeff Bezos, ma è per rendere l’idea).

E poi, un film può essere contemporaneamente indipendente e low-budget: posso menzionarvi sia “Paranormal Activity” che “The Blair Witch Project”. Per gli standard di Hollywood, questi sono stati girati spendendo l’equivalente di un pacchetto di patatine: il primo, scritto e diretto da Oren Peli nel 2007, è considerato il successo più economico della storia del cinema, con circa $15mila; il secondo, scritto e diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, aveva un budget compreso tra i $35mila e i $68mila ed è annoverato come un cult cinematografico, il “padre” del genere mockumentary e found footage che fino a quel momento praticamente non esisteva (cliccando qui, potete leggere un mio articolo sulla nascita di questo genere).

Tornando alle peculiarità che delineano un film indipendente, potete capire da voi che la parola stessa “indipendente” sancisce una libertà completa e universale sulla sceneggiatura e sulla regia.

Per l’appunto, questa tipologia di pellicole si preoccupano maggiormente di comunicare una storia o un messaggio sociale anche con metodi non convenzionali e forse inediti (vedi, appunto, “The Blair Witch Project”).

Frequentemente, le major hollywoodiane sono “spaventate” dalle novità, proprio perché comportano dei rischi troppo grandi: il lavoro potrebbe apparire troppo complesso, troppo audace, magari troppo violento.

E qui entra in gioco l’esempio di Quentin Tarantino con “Le Iene” del 1992 e “Pulp Fiction” nel 1994, prodotti e distribuiti dalla Miramax (solo in seguito acquisita dalla Disney): pensate che il primo film, inizialmente, aveva un limite pari a soli $30mila, che crebbe di seguito all’interessamento da parte dell’attore Harvey Keitel che co-produsse il progetto.

Il pubblico amò “Le Iene” quando uscì in sala (e come si fa a non amarlo?) e tale successo permise a Tarantino di alzare il budget con “Pulp Fiction” con circa $8,5 milioni, pur mantenendolo nel genere indie.

A questo proposito, occorre fare un ulteriore passo indietro nel tempo, precisamente al secondo dopoguerra (tra il 1945 e la fine degli anni ’50 circa). In questo periodo storico emersero due movimenti artistici e cinematografici che segnarono il vero principio degli indie per come li conosciamo. Due correnti che hanno posto le basi per il punto fermo secondo cui i film indipendenti rincorrono più la comunicazione e lo stile, che il guadagno: la Nouvelle Vague in Francia e il neorealismo in Italia.

La prima nacque non solo dalle menti dei registi di quel tempo François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Romer, ma si generò anche dalle macerie di una Parigi derelitta e scossa dagli orrori scaturiti dalla Seconda Guerra Mondiale, dal conflitto in Algeria del 1954 e dalle conseguenze della Guerra Fredda. C’era una costante sensazione di disagio e malessere che serpeggiava per le strade e nei cuori della popolazione francese e il cinema si proponeva sia come lo specchio di questa silenziosa sofferenza, che come la “terapia”.

Gli artisti che vi ho citato in alto sono stati i primi promotori concreti di una nuova filosofia: il regista è l’unico vero “autore” di un film, esattamente come lo è un pittore per il suo quadro o uno scrittore per il suo romanzo. E in quanto autore e artista, era sua prerogativa quella di “osare”.

Ecco quindi che questo gruppo di visionari cominciò a rifiutare le riprese al chiuso e nei teatri attrezzati ad hoc, prediligendo una narrazione esterna effettuata con budget bassissimi e mezzi di fortuna, rendendola più cruda e al contempo più reale. In tale scenario, anche dal punto di vista del montaggio e della recitazione vennero compiuti passi intrepidi: furono creati i cosiddetti jump cut, vale a dire dei tagli brutali della pellicola nella medesima inquadratura, per rompere lo schema classico e lineare in vigore fino a quel momento. Gli attori spesso giovani (esattamente come i registi), sconosciuti e a volte amici chiamati a girare dal produttore, talvolta parlavano direttamente rivolti alla camera, sfondando la quarta parete o addirittura improvvisando (un atto rivoluzionario).

Con un’impostazione ai limiti del documentaristico, portavano sul grande schermo storie profondamente drammatiche nate dai contesti quotidiani.

Lo stesso vale per il neorealismo italiano, un genere nel quale il Bel Paese continua a eccellere.

A dire il vero, il neorealismo sorse ancora prima della Nouvelle Vague, proprio sul finire del secondo scontro mondiale: gli studi di Cinecittà erano stati quasi del tutto occupati dapprima dalle truppe tedesche e successivamente sfruttati come campo profughi. Per non parlare dei danni ricevuti nel corso dei bombardamenti: molti dei set e dei teatri furono distrutti e il cinema necessitava di trovare la sua rinnovata forza nel raccontare il dolore e la povertà dei ceti meno abbienti, quelli maggiormente colpiti dalla catastrofe.

Anche in questo caso si optò per attrezzature poco costose e leggere che permettessero di girare sotto la luce naturale degli ambienti esterni. Una prerogativa del neorealismo: l’immobilità e la stasi. Molte delle sequenze ritraevano i protagonisti intenti a compiere le azioni più umili e normali, come rassettare una cucina, riparare degli oggetti, cucinare… come se quelli di fronte alla cinepresa non fossero attori, ma persone del tutto inconsapevoli. Anche se, è il caso di dirlo, come direbbe Marina Massironi in “Tre Uomini e una Gamba”, parlando del finto lungometraggio “Biglietto amaro” di tale Remo Garbelli (anch’egli un regista inventato di sana pianta): “Non sono attori veri, sono presi dalla strada.”

Una delle novità introdotte dal neorealismo è lo sfruttamento minorile… no, non pensate male. Letteralmente vennero chiamati a recitare tanti bambini, i quali avevano un ruolo molto importante ed emotivo: rappresentare una generazione a cui la fanciullezza era stata strappata dalle mani, costretta a rimboccarsi le maniche e diventare “adulta” troppo presto.

La povertà, le condizioni di vita misere, la delinquenza come atto di sopravvivenza e la sofferenza non erano più una recita patinata: erano semplicemente impresse su pellicola.

Fu in questo periodo che videro la luce alcuni dei più grandi classici del cinema nostrano: “Ladri di biciclette” del 1948, diretto dal Maestro Vittorio De Sica; “Ossessione” del 1943, diretto da Luchino Visconti; “Sciuscià” del 1946, diretto sempre da Vittorio De Sica; “Riso amaro” del 1949, diretto da Giuseppe De Santis (la parodia “Biglietto amaro” si riferisce proprio a questo lavoro); e infine, quello che viene considerato un po’ l’ultimo grande capolavoro, il canto del cigno dell’era del neorealismo, “La Ciociara” del 1960, prodotto ancora una volta da Vittorio De Sica con l’immensa Sofia Loren che vinse l’Oscar per la sua dolorosa interpretazione.

“Tutto interessante, Camilla… Ma come si ricollega questa storia all’attualità? Perché il cinema indipendente risulta così importante ora?”

Il cinema, così come qualsiasi arte e qualsiasi aspetto sociale della vita umana, è sempre soggetto a un costante e inevitabile mutamento. Ogni decade ha visto l’avvento o lo splendore di un particolare tipo di genere o tecnica cinematografica, riflesso della società e di ciò che essa reclamava e bramava in quel determinato momento.

Paradossalmente, in un’epoca come quella in cui stiamo vivendo, la transizione dalla quarta alla quinta rivoluzione industriale dove ogni microscopico dettaglio della nostra esistenza è ormai irrimediabilmente connesso alla rete digitale: dove l’AI sta acquisendo un potere e una presenza sempre più consistenti, dove i social sono il nuovo mezzo di comunicazione, dove ogni cosa risulta veloce e immediata, dove ogni prodotto viene confezionato con efficienza pensando ai soldi, dove tutto (rapporti compresi) pare funzionare come un’infernale catena di montaggio… In tutto questo caos fatto di design monocromatici e freddezza tecnologica, l’Uomo sta ricercando la bellezza della spontaneità, la meraviglia dell’artigianato, il calore del colore, il caleidoscopico spettro della parola e delle emozioni.

Dopo così tanta finzione e monotonia, dopo aver superato una crisi sanitaria che sembrava aver stroncato qualsiasi prospettiva, aspettativa e sogno, la gente vuole tornare a quell’autenticità che ci contraddistingueva fino a una decina di anni fa.

E tale autenticità è voluta in qualunque ambito della quotidianità, cinema compreso. Il pubblico si è stancato dei soliti franchise riproposti triti e ritriti in mille salse. Se da una parte è inevitabile che le persone accorrano per vedere l’ennesimo live-action di un classico Disney o il solito sequel della Marvel, dall’altra esigono “qualcosa di nuovo”, qualcosa di vero, qualcosa che parli di umanità senza avere freni o limiti stipulati da contratti milionari.

Lo stesso vale per il cinema underground, ma di questo ve ne parlerò in un prossimo pezzo, poiché si tratta di un’altra branca del cinema, decisamente più estrema sotto certi punti di vista.

Lo stesso vale per il cinema underground, ma di questo ve ne parlerò in un prossimo pezzo, poiché si tratta di un’altra branca del cinema, decisamente più estrema sotto certi punti di vista.

Oltretutto, questo ritorno alla genuinità porta con sé il riemergere di un’ulteriore consapevolezza… Una consapevolezza che forse, proprio a causa della tecnologia e della “streaming comfort zone”, avevamo scordato: la magia del cinema.

Entrare in un enorme multisala, sentire quell’inconfondibile profumo di popcorn, tenere tra le mani un biglietto per vedere un film e accomodarsi sulle poltrone al buio, mentre su uno schermo gigantesco prende letteralmente vita l’immaginazione di qualcuno che ha pensato “Ehi, questa storia la voglio raccontare”… È impagabile! I Millenials e la Gen Z, i veri motori del ritorno di tutto ciò, vogliono vivere il cinema come una vera esperienza, non come un “Boh sì, sfoglio il catalogo della piattaforma streaming e scelgo cosa mettere in sottofondo mentre faccio altro”.

E per vivere questa esperienza al meglio, ci vogliono storie che parlino direttamente al cuore di chi le osserva.

“Obsession” (di cui ho realizzato una recensione che potete visualizzare cliccando qui) parla delle dinamiche dell’amore tossico e delle relazioni malsane in chiave esoterica: un tema caldissimo tra i giovani (tra terminologie come “red flag”, “narcisista patologico”, “attaccamento emotivo”… Se volete leggere un articolo sull’Amore, cliccate qui). Con un budget di circa $750mila e girato nel giro di una ventina di giorni dal giovane Curry Barker, è stato presentato al Toronto Film Festival come qualsiasi prodotto indipendente, riscuotendo un successo clamoroso nel pubblico: la Universal ha capito il potenziale del progetto e ha deciso di accaparrarsi i diritti per la distribuzione alla “modica cifra” di $15 milioni. Risultato? Un incasso di più di mezzo milione di dollari!

E che dire di “Backrooms”? Nato dalla mente del giovanissimo Kane Parsons, con un budget stimato di circa $10 milioni di dollari, ne ha incassati più di $300. Il suo percorso è stato leggermente diverso da “Obsession”: Parsons non ha presentato la sua idea a un festival, ma le case di produzioni indipendenti A24, Chernin Entertainment, Atomic Monster e 21 Laps Entertainment hanno offerto i fondi per la realizzazione del lungometraggio, dopo aver visto gli incredibili numeri di visualizzazioni dell’omonima web series.

Entrambi i film hanno un particolare in comune: nascono dal web. I registi sono due youtuber già noti nel panorama: il primo con i suoi cortometraggi horror e l’altro, come dicevo, con la sua web series.

Queste storie piacciono da impazzire ai frequentatori della piattaforma ed è per questo che hanno riscosso così tanto successo: parlano dal web con un linguaggio cinematografico ed emotivo. Ragion per cui sono in cantiere altri progetti del genere.

Chi è della mia generazione (quindi anni ’90) e ha frequentato i forum delle creepypasta come la sottoscritta, forse drizzerà le orecchie se dico che stanno facendo un film basato sugli SCP (acronimo della corporazione fittizia “Secure, Contain, Protect” che si occupa di catturare e contenere in ambienti sicuri delle “anomalie”, cioè degli esseri dai poteri particolari). In futuro scriverò assolutamente un pezzo… Io non vedo l’ora! Dacché sono state esposte le prime “anomalie” nel primitivo Internet, continuo a dire che dovrebbero farci una serie tv!

Insomma: se una fenice rinasce dalle proprie ceneri, metaforicamente il cinema si sta scrollando di dosso la fuliggine per tornare a volare.

Perché è di questo che si nutre: della realtà. Una realtà che viene certamente piegata a proprio piacere per narrare qualcosa, ma è proprio per tale motivo che non ci si stancherà mai della settima arte: la vita è la semplice ispirazione che serve per arrivare all’eternità.

Il poeta e saggista francese Jean Cocteau (1889 – 1963) lo diceva: “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è luce.”.

Scritto da Camilla Marino