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I AM JANE DOE

I AM JANE DOE!

 

Sono sicura che molti di voi avranno letto questo slogan “I am Jane Doe”, popolare sui social. Tuttavia, qualcuno potrebbe non sapere di cosa io stia parlando. Facciamo un po’ di chiarezza.

È la notte tra il 19 e il 20 ottobre 2024. Siamo alla Cornell University, nello Stato di New York (USA). Una studentessa ventenne (che chiameremo appunto Jane Doe) si sta recando presso la confraternita Chi Phi, con l’intento di andare a trovare un amico. La ragazza ha bevuto qualche bicchiere di troppo ed è visibilmente alticcia, ma comunque cosciente.

Una volta giunta sul posto, Jane Doe si dirige al piano di sopra con due ragazzi che reputa suoi amici e che la invitano con molta insistenza a provare per la prima volta la ketamina. Jane Doe, già piuttosto ubriaca, accetta ed entra in uno stato di semi incoscienza in cui non è in grado di intendere e di volere. Secondo quanto riportato dalla NBC News, le sue parole esatte per descrivere quel momento sono state: “Sembra che tu sia un essere umano funzionante… le luci sono accese, ma non c’è nessuno a casa. Il tuo cervello non funziona al livello corretto.”.

Ed è proprio in questo istante che per lei comincia un incubo.

Sede della confraternita Chi Phi

Jane Doe viene violentata brutalmente per ore e ore dai ragazzi della confraternita, senza sosta, mentre questi si danno il cambio. Ma le bestie in questione non sono solo i due che l’hanno condotta in quella camera e le hanno dato la droga: le investigazioni portano infatti alla luce una squallida e abominevole chat di Snapchat di un gruppo composto da 57 giovani uomini. Qui compaiono messaggi come “free pussy upstairs” (traducibile come “figa gratis al piano di sopra”). Qualcuno chiede: “Is the shop still open?” (“Il negozio è ancora aperto?”)… Un terribile riferimento al corpo di Jane Doe, diventato nel frattempo un giocattolo sessuale.

Alla fine, i ragazzi che abusano fisicamente e concretamente della povera studentessa sono sette, soprannominati in seguito “Cornell 7”. Ed eccola qua la “walk of shame”: questi sono i volti, i nomi e cognomi degli stupratori.

La brutalità continua fino alle prime luci del mattino seguente. Jane Doe si risveglia esattamente dove l’hanno lasciata e con un senso di profonda vergogna, spaesata e confusa, torna per conto suo al proprio dormitorio. Inizialmente, lo shock è tale che, a poche ore dalla violenza, prova a “giustificarsi” in una chat con un ragazzo della confraternita, dicendo: “alla fine della fiera, nulla di sessuale era illegale.”.

Dopo tre settimane d’inferno in cui Jane Doe non fa altro che auto colpevolizzarsi per quanto accaduto, raccoglie tutto il coraggio che ha e finalmente decide di denunciare il tutto all’università.

Si sono avviate così le procedure di indagine da parte dell’Ufficio Title IX, ovvero una legge federale del 1972 che proibisce qualsivoglia discriminazione basata sul sesso in qualunque istituzione scolastica o ambiente educativo. Tale legge si è estesa anche e soprattutto ai casi di violenza sessuale.

Created by Camilla Marino

Ma a quanto pare, l’operato del suddetto ufficio è stato a dir poco blando. Sì, è vero che i due studenti considerati promotori principali di questa barbarie (Matthew Ingalls e Johnatan Newell) sono stati espulsi dall’ateneo, ma gli altri? Due sono stati banalmente sospesi per un breve periodo, mentre il resto… è stato invitato a comporre un saggio sulla violenza di genere e a partecipare a corsi istruttivi sulle molestie sessuali…

Vi rendete conto? Hanno stuprato una ragazza… e la loro punizione è stata scrivere un tema…

E non è tutto: sembra che la Cornell University e la polizia del campus abbiano raccolto la testimonianza di Jane Doe in cui lei confermava in maniera scritta di essere stata violentata. Ma quel rapporto non è mai stato consegnato al procuratore distrettuale della contea. Al suo posto, è stato recapitato un riassunto fin troppo sommario in cui non compariva questa vitale informazione da parte della vittima.

E in effetti, data la mancanza di una documentazione completa e adeguata, abbinata agli statement di non-colpevolezza da parte dei membri della Chi Phi, hanno fatto sì che le autorità competenti prendessero sotto gamba la situazione, reputandola un incidente interno di competenza dell’ateneo.

Created by Camilla Marino

Il silenzio è durato quasi due anni. La Cornell University ha cercato in tutti i modi di proteggere gli aguzzini: hanno ammesso di non voler procedere con la sospensione di uno di loro per non fargli perdere il visto di soggiorno negli Stati Uniti. Nel settembre dell’anno corrente 2026, Jane Doe non si è arresa di fronte a questo omertoso muro e ha intrapreso una causa legale e formale contro il campus. E per questo motivo che la vicenda è diventata virale.

I file sono stati resi pubblici, così come i nomi dei carnefici (sbattuti in prima pagina sul gazzettino dell’ateneo, The Cornell Daily Sun), gli screenshot delle chat di Snapchat e gli studenti dell’ateneo si sono sentiti traditi dalla loro stessa casa: questi criminali, per due anni, hanno girato tranquillamente per i corridoi, continuando la loro vita scolastica come se nulla fosse. Nessuno era stato avvertito che nelle aule si nascondevano dei veri predatori sessuali. Anche il procuratore distrettuale e le forze di polizia si sono sentiti presi in giro.

La posizione della Cornell e diventata ancora più scomoda, viste le sue prese di posizione fumose e fuorvianti: in principio, sul proprio portale aveva scritto che “tutte le informazioni investigative erano state condivise con il District Attorney”. Come è iniziata la causa legale… PUFF! La frase è stata “magicamente” cancellata.

Alla luce di quanto emerso, la Governatrice dello Stato di New York, Kathy Hocul, ha firmato un ordine esecutivo per rimuovere la polizia della Cornell e la procura locale dal caso. Le redini sono ora tra le mani della Procuratrice Generale Letita James che ha aperto una nuova e indipendente indagine penale, in qualità di procuratore speciale.

Con la diffusione dei dettagli su quanto accaduto quella fatidica notte, i social si sono infuocati, il pubblico si è imbestialito e donne provenienti da tutto il mondo si sono unite spiritualmente alla causa attraverso lo slogan “I Am Jane Doe”.

Jane Doe è infatti non solo uno pseudonimo utilizzato nel true crime quando non viene ancora riconosciuta l’identità di una persona di sesso femminile, ma anche per preservare l’identità delle vittime di stupro.

Questo hashtag (una sorta di versione 2.0 di #MeToo) è un atto non solo di solidarietà, ma altresì un dito puntato contro il sistema istituzionale delle università americane che troppo spesso si è macchiato di crimini quali l’indifferenza e il silenzio, in favore di tutti quei carnefici dal curriculum brillante, sportivi eccelsi con borse di studio o figli di grandi benefattori. Sono stati diversi i campus al centro di bufere mediatiche di questo tipo, colpevoli di aver in qualche modo alimentato la mentalità tossica, maschilista e predatoria che aleggia tra le confraternite.

Uno dei casi più noti è sicuramente quello avvenuto presso la Columbia University, anch’essa nello Stato di New York. Nell’agosto del 2012, la studentessa Emma Sulkowicz accusò il suo compagno di corso Paul Nungesser di averla stuprato sul letto del suo dormitorio. Accuse che il ragazzo respinse, sostenendo che il rapporto fosse stato consensuale (la difesa standard per individui del genere: anche i Cornell 7 hanno affermato che Jane Doe avesse acconsentito di andare a letto e farsi deridere da mezza confraternita).

Nel 2013 la Columbia ritenne il giovane non-colpevole e questi avviò una causa di discriminazione e diffamazione nei confronti dell’ateneo per via comunque dell’indagine. Ellen incolpò l’università, implicando che il loro sistema investigativo fosse corrotto e fallato.

Come segno di protesta, con l’inizio dell’anno accademico nel settembre del 2014, diede inizio a una performance artistica intitolata “Mattress Performance (Carrying That Weight)”: la ragazza trasportò ogni giorno, ovunque andasse, un materasso blu scuro del dormitorio studentesco, modello extra-long di circa 23kg. Il concetto era letteralmente “trasportare il peso” di quel trauma, renderlo pubblico, non farlo cadere nel silenzio, non nasconderlo sotto il tappeto. Non chiedeva aiuto per trasportarlo, lo accettava soltanto se qualcuno si proponeva di farlo, per portare quel “peso” insieme.

L’obiettivo? Non smettere fino a quando Nungesser non sarebbe stato espulso o pagato per i suoi crimini (cosa che non avvenne).

Quindi Ellen (nonostante il categorico divieto da par tre del rettore) si presentò sul palco della cerimonia dei diplomi nel maggio del 2015 con quel materasso, ritirando con orgoglio il proprio diploma. Il rettore le diede le spalle e non le strinse neanche la mano.

Ora, Ellen ha sfruttato la endurance art non a caso: questo tipo di arte performativa (di cui una delle massime esponenti è sicuramente Marina Abramovič) implica sempre qualche forma di sofferenza, come il dolore, la fatica, la solitudine o l’esaurimento. E quale performance migliore, se non quella di mostrare al mondo il materasso su cui si è consumato un atto brutale, portandolo con la sola forza delle braccia?

Questo per ricordarci che Ellen e Jane Doe non sono le uniche.

Nel 2018, la Michigan State University è finita nella bufera dopo aver del tutto ignorato le segnalazioni delle atlete molestate dal medico della squadra sportiva, Larry Nassar, che mise le mani addosso a 330 giovani donne. Il campus successivamente patteggiò, risarcendo le vittime con la cifra record di 500 milioni di dollari.

Tra il 2015 e il 2016, la Baylor University del Texas generò uno scandalo: l’ateneo aveva coperto le violenze sessuali commesse dai giocatori della squadra di football per proteggere la reputazione.

Tra il 2013 e il 2016, la stessa cosa avvenne presso la Vanderbilt University.

Tra il 2011 e il 2012, la confraternita Kappa Delta Epsilon di Yale venne sospesa per cinque anni dopo aver sfilato per il campus inneggiando allo stupro con dei cori.

Ora basta! È arrivato il momento di porre fine a questa (sub)cultura del ficcare la testa sotto la sabbia: gli stupratori non possono essere giustificati e preservati. Devono pagare le conseguenze delle loro disgustose azioni e le ragazze devono essere ascoltate.

 

I AM JANE DOE

Scritto da Camilla Marino