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L’Epica che affascina – L’Iliade e l’Odissea di Omero

Nonostante siano passati mesi dall’uscita di “The Odyssey”, il nuovo colossal di Christopher Nolan (ho realizzato una recensione che potete visualizzare cliccando qui), il pubblico non ha affatto smesso di parlarne. Anzi, ha riportato alla mente tutti i ricordi di quando si studiava Epica a scuola.

Ammettiamolo: potevamo fare finta che tutte quelle pagine sul libro di testo fossero un mattone, che la lezione non finisse mai, potevamo chiacchierare di nascosto con il compagno di banco per tutto il tempo… Ma l’Iliade e l’Odissea sono gli argomenti che più ci hanno appassionato e più ci siamo portati nel cuore da allora.

Quindi, colgo l’occasione per fare un tuffo nel passato e mettere a confronto i due poemi omerici per eccellenza.

Prima che qualcuno lo chieda: no, non parlerò dell’Eneide, anche se viene a volte associata all’Iliade e all’Odissea (in fondo è una sorta di sequel spin-off), poiché non è stata scritta da Omero, ma dal poeta italiano Publio Virgilio Marone.

Per i profani, l’Odissea potrebbe essere considerata il sequel dell’Iliade.

La storia la conosciamo tutti (chi più, chi meno): tutto inizia col Giudizio di Paride.

La dea della discordia Eris, giustamente imbestialita per non essere stata invitata alle nozze di Peleo e Teti, decide di gettare il ricevimento nel caos lanciando sul tavolo una mela destinata “alla più bella”.

Era, Atena e Afrodite litigano per contendersi il frutto e Zeus, per farle stare zitte, chiama il principe troiano Paride per decretare la vincitrice. Afrodite ne esce vittoriosa perché corrompe l’uomo, promettendogli l’amore di Elena, la donna più bella del mondo.

C’è solo un piccolo, minuscolo problema: Elena è la moglie di Menelao, re di Sparta.

Quale sarà dunque la soluzione? Ovviamente “rapire” Elena che, dal canto suo, se ne va più che volentieri con Paride a Troia.

Ovviamente Menelao non la prende benissimo e chiede aiuto al fratello Agamennone, re di Micene, che coglie l’occasione per partire con la sua flotta e dichiarare guerra a Troia.

Il conflitto sulla spiaggia della città dalle mura impenetrabili dura ben dieci anni.

E i campioni sul ring sono: nell’angolo a sinistra i troiani con Ettore, domatore di cavalli, fratello di Paride, il più forte tra i guerrieri; nell’angolo a destra, tra gli Achei, il potente Achille, semidio figlio di Peleo.

Dotato di una forza poderosa e uscito vincitore in tutte le sue battaglie, Achille è il vero protagonista dell’Iliade, tanto che questa comincia con il celebre proemio: “Cantami, o Diva, del pelide Achilla l’ira funesta…”

È appunto l’ira dell’ideale eroico assoluto il motore principale della narrazione, poiché Omero non racconta dieci anni di battaglia, ma si concentra sulle ultime settimane, quando Achille, con le sue decisioni, ribalta le sorti dei Greci.

Per l’appunto, i due nuclei tematici dell’Iliade si ricollegano proprio alla guerra (polemos, infatti si riempiono di mazzate quant’è vero Iddio, persino le divinità scendono in campo) e la gloria eterna (kléos): Achille sa bene che a Troia incontrerà la morte, ma ha comunque scelto una vita breve che lo consacrerà all’immortalità, poiché tutti conosceranno le sue gesta (ed effettivamente ne parliamo ancora oggi), al contrario di una vita lunga, ma nell’ombra dell’anonimato.

La sua è una figura aristocratica e tragica, dove la passione governa i suoi irruenti e prorompenti stati d’animo.

Agamennone lo offende gravemente quando pretende la sua schiava Briseide, dunque Achille smette di combattere.

Il suo amico Patroclo indossa la sua armatura e imbraccia le sue armi per sostituirlo, ma viene ucciso da Ettore. Achille, in preda al dolore per la perdita del suo amico, di vendica e affronta Ettore in duello, uccidendolo.

È la sua furia a muoverlo in ogni circostanza.

Tutto il contrario di Ulisse, l’eroe protagonista dell’Odissea: egli è un personaggio decisamente più moderno, versatile e completo, che usa l’astuzia per vincere definitivamente la guerra con lo stratagemma del cavallo di legno, ma che sfrutta tutte le sue forze fisiche e mentali per tornare a casa, l’isola di Itaca, da sua moglie Penelope e il figlio Telemaco.

Un viaggio che… aiuto! Dura anni e anni ed è una vera strage!

Vinta la guerra di Troia, Ulisse e i suoi uomini salpano, ma una tempesta li porta nella Terra dei Lotofagi dove mangiano il fiore di loto e dimenticano la propria casa.

 

Arrivano poi sull’isola dei Ciclopi, dove rimangono intrappolati nella caverna di Polifemo. Per fuggire, Ulisse lo acceca con un tronco dalla punta rovente.

Poseidone, il dio dei mari, se la lega al dito, visto che Polifemo è uno dei suoi figli, e decide di dare del filo da torcere a Ulisse.

Ciononostante, egli è quasi arrivato a Itaca, ma i suoi compagni decidono di aprire l’otre donatogli dal dio dei venti sull’isola di Eolo. Un otre contenente tutti i venti contrari che, una volta liberi, scatenano una tempesta che li fa perdere tutti.

E perché mai hanno aperto il vaso?! Così… per la curiosità di vedere cosa ci fosse dentro!

Non ho parole…

 

Arrivano quindi nella Terra dei Lestrigoni, dei giganti cannibali e mangiatori di uomini che fanno a pezzi tre quarti delle navi e dell’equipaggio.

La manciata di uomini rimasta approda sull’isola di Eea, dove la maga Circe trasforma i compagni di Ulisse in maiali. Egli decide di ingraziarsi la maga giacendo con lei per un anno.

Nel frattempo, a Itaca, Penelope rifiuta i Proci pretendenti, tutti convinti che Ulisse sia morto. Probabilmente Penelope non si accorge dei palchi che le stanno fuoriuscendo dal cranio sottoforma di corna, visto che Ulisse non è deceduto, ma sta scendendo a patti diplomatici tra le gambe di Circe.

Questa fa tornare i maiali in esseri umani e salpano di nuovo.

Su consiglio di Circe, vanno nell’Ade per consultare l’indovino Tiresia che rivelerà loro come tornare a casa.

E via verso l’isola delle Sirene, dove Ulisse si fa legare all’albero maestro per ascoltare il loro canto, mentre gli altri si imbottiscono le orecchie di cera.

E vai verso Scilla e Cariddi, i mostri marini dello Stretto di Messina.

E vai sull’isola del Sole, dove i compagni di Ulisse macellano e mangiano le vacche sacre di Apollo… alla fine muoiono tutti malissimo tranne Ulisse che naufraga sull’isola di Ogigia, dove Calipso lo tiene prigioniero del suo amore per sette anni.

Ora, sulla questione di Penelope tradita mentre tesse la sua tela… Prima ho scherzato, qualcuno sarebbe anche capace di prendere sul serio quel pensiero.

Erano altri tempi, Ulisse era via da vent’anni traumatizzato e Penelope ha avuto la forza di aspettare il suo amore. La sua non è stata solo una mossa da moglie meravigliosamente innamorata del proprio marito, ma da vera stratega politica, capace di tenersi il trono come regina di Itaca per decenni, nonostante fosse donna in un mondo di uomini al comando.

Altro che “sottona cornuta”, come qualcuno potrebbe superficialmente definirla oggi!

A Ogigia, Ulisse soffre perché gli manca casa. Perciò gli dei vanno da Calipso e le dicono testualmente: “Senti, ma anche basta, eh!”.

Ed ecco che Ulisse si ritrova poi sull’isola dei Feaci, dove racconta le sue peripezie al re Alcinoo e alla figlia Nausicaa, con la quale… no, non va a letto con lei a questo giro… Però il pensiero c’era, lei avrebbe voluto addirittura sposarselo!

Il popolo gli dona una nave e finalmente Ulisse torna a Itaca.

Vede il cane Argo che muore felicemente di vecchiaia tra le sue braccia, ammazza tutti i Proci e si ricongiunge con la sua famiglia.

Da qui, si capisce il tema principale dell’Odissea: il nostos, ovvero la nostalgia di casa, in un’avventura segnata da conoscenza, intelligenza e resistenza psicologica nella perenne ricerca della pace.

Anche la struttura narrativa tra Iliade e Odissea cambia: nella prima è lineare; nella seconda è complessa e a incastro, con lunghi flashback.

E in effetti, date tutte queste premesse, ecco perché i poemi omerici ci affascinano così tanto: perché risultano ancora attuali.

L’Iliade è lo specchio della rabbia di cui l’Uomo è capace, mentre l’Odissea è la agognata strada verso casa che tutti, prima o poi, vogliamo intraprendere.

Gli anni scorrono, passano i millenni, ma alla fine rimaniamo sempre gli stessi, con le nostre forze e le nostre fragilità.

Scritto da Camilla Marino