Oggi voglio parlarvi de “L’Isola dei morti”, una serie di cinque dipinti realizzati dal pittore svizzero Arnold Böcklin tra il 1880 e il 1886.
In realtà, di questi cinque ne sono sopravvissuti solo quattro, poiché una delle opere venne ridotta in cenere durante un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene alcune fonti la collochino a Rotterdam e altre a Berlino nel corso del fattaccio, non cambia che siano arrivati a noi diversi documenti cartacei e fotografici dell’epoca che testimoniano la sua esistenza.
Protagonista di tali composizioni è un’isola dall’aura lugubre e sinistra, circondata da un mare innaturalmente calmo e placido, le cui acque appaiono oscure, quasi minacciose… come se chi si tuffasse in quei flutti trovasse certamente la morte.
Sul piccolo lembo di terra, compaiono alcune strutture simili a monolitici mausolei, mentre svettano torreggianti e padroni i cipressi di quello che è a tutti gli effetti un bosco.
I cipressi, per chi non lo sapesse, sono da sempre alberi associati ai cimiteri: oltre al loro valore simbolico legato al concetto di eternità (vista la loro verticalità), risultano concretamente adatti al campo santo dal punto di vista botanico poiché le loro radici (sviluppandosi anch’esse in verticale) non danneggiano le tombe e i vialetti.
Tornando al quadro: si sta avvicinando un’imbarcazione all’isolotto, manovrata da una figura che dovrebbe rappresentare Caronte mentre accompagna un’altra figura vestita di bianco, probabilmente un’anima.
I cinque dipinti, sebbene condividano lo stesso soggetto, presentano sensibili differenze, in primis la tecnica di esecuzione: si passa dall’olio su tela all’olio su tavola, fino all’olio su lastra di rame (nello specifico, è proprio questa versione a essere stata perduta).
Ma anche la composizione e i committenti cambiano a seconda della versione.
La prima, conservata presso il Kunstemuseum di Basilea, era stata inizialmente creata su commissione del ricco mecenate Alexander Günther, con il titolo “Un luogo tranquillo”. Tuttavia, più Böcklin la dipingeva, più se ne innamorava, tanto da decidere di non consegnarla mai e di tenerla tutta per sé.
Il secondo quadro, custodito al Metropolitan Museum of Art di New York, venne commissionata da Marie Berna. A differenza dell’altra (più grande e con l’atmosfera più intima e a suo modo romantica e poetica), presenta una luminosità maggiore, decisamente più calda.
La terza è in mostra all’Alt Nationalgalerie di Berlino, dipinta su richiesta di Fritz Gurlitt che intuì il grande potenziale commerciale della composizione. E infatti quest’opera è sicuramente quella più teatrale e monumentale fra tutte, con un magnifico contrasto tra le nubi temporalesche e la luce algida e tagliente.
Tra l’altro, questo dipinto venne acquistato da Adolf Hitler nel 1933. Hitler nutriva una vera e propria ossessione per i dipinti di Böcklin, ma anche per l’arte in generale, che fruttò come strumento totalitario per imporre la propria estetica dogmatica al mondo.
La quarta versione (quella distrutta) era stata commissionata da Heinrich Thyssen. Purtroppo, le fotografie in bianco e nero impediscono uno studio approfondito sui giochi di luce dell’originale, ma si può notare un cambiamento nell’architettura delle tombe e delle cripte collocate sull’isola che appaiono quasi come una fortezza artificiale, piuttosto che come qualcosa facente parte del paesaggio naturale.
L’ultima opera è al Museum der blidenden Künste di Lipsia. Fu proprio il Museo di Lipsia a commissionarlo ed è fra tutte la più opprimente, tetra, quella che non lascia alcun bagliore positivo di speranza.
“L’isola dei morti”, come è facilmente intuibile, rappresenta un racconto figurativo e profondamente simbolico dell’ineluttabilità della morte, narrata come fosse un rito di passaggio al quale tutti sulla Terra sono destinati a sottoporsi.
La sua concettualità tanto palese eppure tanto soggettivamente interpretabile l’ha resa un capolavoro senza tempo, fonte di ispirazione per un gran numero di artisti che le sono succeduti, ma anche come vessillo della psicanalisi. Sigmund Freud possedeva una copia nel suo studio a Vienna, come se fosse un invito all’analisi dell’inconscio per i suoi pazienti: l’acqua è la superficie immobile e conscia sotto cui si celano i misteri della psiche, mentre le caverne tombali rappresentano il nascondiglio dei nostri traumi.
“L’isola dei morti”, per Freud, era la sublimazione estetica del concetto di thanatos.
Ecco perché ne parliamo ancora oggi: la sua tenebrosa bellezza è la poesia del trapasso, un quadro che ci ricorda quanto l’Arte sia in grado di parlare a ognuno di noi.
