Radioattivo… Quando sentiamo questa parola, la nostra entra subito in modalità pericolo. E a ragion veduta, direi! Abbiamo vissuto sulla nostra pelle i disastri nucleari più atroci della storia e le loro conseguenze, da Chernobyl a Fukushima (cliccando qui e qua potete leggere i miei articoli sul tema), dove i morti non si riescono neanche più a contare.
Ma analizzare tutti questi avvenimenti è necessario proprio affinché catastrofi del genere non possano compiersi nuovamente.
Ed è per questo che oggi vi parlo del lago Karačaj.
Conosciuto anche come lago Karachay o Karachai, è un bacino d’acqua situato tra i Monti Urali, in Russia, ed è considerato come uno dei luoghi più inquinati al mondo.
Cosa lo ha ridotto in questo stato?
A partire dal 1951, venne utilizzato dall’Unione Sovietica come una letterale discarica di scorie radioattive per la vicina centrale nucleare di Majak, costruita in fretta e furia tra il 1945 e il 1958, in totale segretezza. Fu il primo reattore realizzato per la produzione di plutonio del progetto nucleare sovietico.
Gli Stati Uniti avevano da poco dimostrato la loro superiorità in materia nucleare con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. I russi non potevano essere da meno, non con l’avvento della Guerra Fredda (che può essere riassunta banalmente come una gara a chi lanciava il sasso più lontano tra USA ed ex URSS). Pertanto, nel caso dell’impianto di Majak, si diede priorità alla velocità di edificazione, piuttosto che alla sicurezza.
Vennero usati sistemi a ciclo aperto che, poco conformi alle normative dell’epoca, contaminarono fin da subito gran parte dell’area circostante, compreso il lago inizialmente scelto per raffreddare l’acqua del reattore. Data questa contaminazione, si cercò di sfruttare il Karačaj, ma era troppo piccolo per svolgere tale compito, dunque venne adoperato semplicemente come discarica per i rifiuti della centrale, troppo radioattivi e “caldi” per poter essere contenuti nelle cisterne di stoccaggio sotterranee.
E così fu fino al disastro di Kyštym (noto anche come “incidente di Majak”), avvenuto nel 1957, quando le cisterne esplosero, inquinando completamente la zona. Fu uno dei più gravi incidenti nucleari mai registrati, appena dopo Chernobyl e Fukushima!
Il lago, a causa di questo folle utilizzo, nel suo fondale ospita ancora oggi talmente tanti rifiuti radioattivi da essere catalogato come il luogo più inquinato della Terra. Secondo gli studi effettuati dal Natural Resources Defense Council di Washington DC, le radiazioni emesse sono così alte da riuscire a uccidere un uomo nel giro di mezz’ora.
Il lago cominciò a prosciugarsi nel 1960 e nel 1968, con la venuta di una stagione particolarmente arida, l’acqua rilasciò una nube di polveri tossiche che irradiò circa mezzo milione di persone.
La sua pericolosità era evidente, perciò tra il 1978 e il 1986 venne riempito con circa 10mila blocchi di cemento forato, in modo da confinare le scorie sul fondo e non farle disperdere nell’ambiente (esattamente come avevano fatto per la tomba del signor Byers, potete leggere la sua storia cliccando qui).
Ancora una volta, la sete di potere e la cupidigia dell’Uomo hanno distrutto una porzione del nostro pianeta. Il danno conseguente alle sue azioni, come in altri casi di questo genere, è stato irreversibile.
Avremo imparato qualcosa da tale tragica esperienza o continueremo banalmente a “sbattercene”?
Come sapete, ogni volta collego i miei articoli a un tema artistico e culturale.
Il lago Karačaj, in virtù della sua cementificazione, è diventato involontariamente un esempio di Land Art al contrario, ovvero un’opera d’arte paesaggistica in cui il paesaggio naturale è stato “stuprato” dalle attività dell’Uomo. E qui, vi è un parallelismo con la cosiddetta Ruinenlust nucleare.
La ruinenlust, come suggerisce il nome inglese (può essere infatti tradotta come “lussuria per le rovine”) è la fascinazione verso le rovine. Spesso si parla di resti di antiche civiltà, come avviene nei tour organizzati a Pompei o a Chichén Itza (che si trova in Messico, cliccate qui per scoprire il mio viaggio in quel posto magico), per esempio. Tuttavia, la ruinenlust nucleare è quel filone inerente all’attrazione nei confronti di vecchie città o centrali devastate e abbandonate a seguito di un disastro. Il Dark Tourism e il turismo estremo (di cui vi parlo meglio in quest’altro articolo) convolano a nozze con tale interesse. Siti come i dintorni di Chernobyl, Pripyat e lo stesso lago Karačaj sono degli esempi eccellenti.
A sua volta, questo discorso si può ricondurre all’avvento del Movimento Arte Nucleare o Pittura Nucleare, nato a Milano nel 1951 per mano degli artisti Enrico Baj (1924 – 2003) e Sergio Dangelo (1932 – 2022).
La suddetta corrente è una delle avanguardie della metà del Novecento, le cui esecuzioni scaturivano dalle vicissitudini dell’Era atomica.
I paesaggisti surrealisti di quel tempo decisero di ritrarre quel periodo, mettendone in mostra sia il fascino collettivo, che le angosce che tale scoperta comportava, rifiutando qualsiasi forma di astrattismo geometrico.
E così, la disintegrazione della razza umana connessa alla nascita del nucleare prendeva vita sulle tele, attraverso l’utilizzo anche di tecniche innovative, come quella dell’acqua pesante, dove i colori venivano mescolati agli smalti industriali e all’olio.
Un vero atto di denuncia contro i poteri forti e gli scontri bellici.
E vi lascio con una citazione del musicista italiano Efisio Melis (1890 -1970), che nonostante fosse esperto di ben altro campo di competenza, con le sue parole ci ricorda quanto l’energia nucleare, per quanto comoda e a suo modo innovativa, sia estremamente pericolosa: “Atomo più atomo, si crea l’uomo. Atomica più atomica, l’uomo si distrugge.”.
