Privacy Policy

“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti” (C. Darwin)

Nell’articolo che ho pubblicato nella sezione Spazio e dintorni vi ho chiesto quale potesse essere l’avvenimento più importante per la storia dell’umanità nell’ultimo secolo. Qua vi ripropongo la stessa domanda in chiave “gemella malvagia”: qual è una delle pagine nere della storia degli ultimi cento anni?

Mi sto riferendo al disastro di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986.

E le conseguenze di quella tragica e nefasta notte sono sfortunatamente visibili ancora oggi. Specialmente se guardiamo gli animali che vivono nella zona, soggetti a mutazioni genetiche. Pensate… le rane sono diventate tutte nere come il carbone… tra poco ve ne parlerò più nel dettaglio.

Ma prima di arrivare al nocciolo di questo articolo (forse usare la parola “nocciolo” non è una scelta molto felice), è doveroso fare un quadro generale di che cosa è avvenuto per capire meglio questo disastro di proporzioni, oserei dire, bibliche.

Innanzitutto, la centrale nucleare di cui stiamo parlando è situata in Ucraina, nei pressi della ormai città fantasma Prypjat (io sto scrivendo senza accenti e con le lettere dell’alfabeto che utilizziamo, in modo che i nomi siano comprensibili a tutti). La notte del 26 aprile si stava tenendo un test di sicurezza al reattore numero 4. Le manovre adottate durante la procedura furono, per così dire, decisamente azzardate, portando a una grave violazione delle norme e dei protocolli di sicurezza. La conseguenza di queste azioni “improvvisate” e dettate da una mancata consapevolezza dei reali danni che si potevano provocare, fu la fusione delle barre di combustile e un innalzamento incontrollabile della pressione che distrusse gli impianti di raffreddamento. Ma ciò che provocò l’esplosione fu il contatto che ebbero l’idrogeno e la grafite contenuta nelle barre di controllo con l’aria. E no, questa esplosione non ha generato il cosiddetto fungo (tanto terribile alla vista quanto scenografico), perché quello nasce dall’innesco di una bomba atomica.

Tra l’altro, il rilascio di radiazioni conseguente al disastro è stato 400 volte più potente di quella sganciata dall’Enola Gay su Hiroshima.

Quello che rimane del reattore n.4 della centrale di Chernobyl

Un numero così grande è a dir poco orribile e sbalorditivo… infatti, la catastrofe di Chernobyl è stata classificata al massimo livello (il livello 7) della scala INES (o scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici) dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica).

E questo livello è stato raggiunto, solo di recente, dal disastro della centrale di Fukushima nel 2011.

Il numero preciso di morti legati a questo tragico evento, è ancora sconosciuto. Si parla, comunque, di migliaia di decessi. E tuttora si possono notare come tumori, malformazioni e problemi con le gravidanze siano ancora presenti in Ucraina, a causa dell’esplosione avvenuta più di 30 anni fa. Un’esplosione che rilasciò, tra l’altro, una nube tossica che si disperse per tutta Europa. I miei genitori mi raccontano di come, in quel periodo, qua in Italia venne loro vivamente sconsigliato di mangiare insalata, tuberi, persino di bere il latte delle mucche, per via delle scorie rilasciate dalla centrale.

Questo è il quadro generale.

La zona non è più abitabile a causa degli alti livelli di radiazioni presenti ancora oggi, nonostante la scomparsa delle sostanze chimiche radioattive (dette radionuclidi) più pericolose come lo iodio-131, colpevole di aver provocato numerosissimi tumori alla tiroide negli anni successivi. Al momento, rimangono attivi il cesio-137 (nonostante la sua radioattività si sia dimezzata nel corso di 30 anni) e lo stronzio-90 (che se letto velocemente suona malissimo, non potevano chiamarlo in un altro modo, vista l’associazione immediata?).

La zona tenuta sotto controllo allo stesso modo in cui Sauron teneva sott’occhio Mordor e dintorni è la cosiddetta zona di esclusione, un’aera di circa 2.600 chilometri quadrati e con un raggio d’azione di 30 chilometri partendo dalla centrale. Qui vi è presente anche la Foresta Rossa, chiamata così per via della colorazione rossastra che ha assunto la vegetazione (naturalmente morta immediatamente) subito dopo essere stata esposta alle radiazioni che l’esplosione provocò. Questa è la zona più radioattiva della Terra.

Tuttavia è possibile visitare quest’area per brevissimi periodi per motivi lavorativi o anche di turismo estremo. Qualcuno di voi, sicuramente, avrà sentito parlare dei tour con guide esperte (per quanto si possa essere esperti in qualcosa del genere) nella città di Prypjat. Voi ci andreste? Hanno fatto anche un film horror molto carino sul fenomeno: “Chernobyl Diaries”.

La città fantasma di Prypjat

Ma ciò che sorprende davvero è la fauna presente sul luogo.

Sembrerebbe infatti che già a partire dagli anni 2000 vi fosse una presenza animale decisamente attiva e intensa, considerati i precedenti. Tuttavia, Anders Møller e Timothy Mousseau, due biologi rispettivamente dell’Università di Parigi-Saclay e dell’Università della South Carolina, osservarono come, nelle zone più radioattive, il numero di uccelli fosse dimezzato e soggetto a mutazioni genetiche, a una malformazione del cervello che lo rendeva più piccolo del normale e a un minor numero di spermatozoi. Inoltre, la presenza di vertebrati al suolo, insetti e mammiferi era drasticamente diminuita.

Ma queste considerazioni vennero, tuttavia, criticate dalla comunità scientifica, in quanto la vera domanda da porsi non è tanto quanto le radiazioni possano influire sugli animali, ma quale può essere il livello di radiazioni che la fauna è in grado di sopportare. Infatti, le osservazioni dei due biologi erano state effettuate in zone con radioattività decisamente elevata… diciamo che per la comunità scientifica era normale che in quelle parti di terra precise non potesse esserci chissà quale forma di vita.

Eppure, il fatto strano è che nel 2016, ovvero cinque anni dopo gli avvenimenti di Fukushima, hanno studiato gli animali del luogo e non hanno riscontrato gli stessi danni genetici osservati nella fauna di Chernobyl, nonostante il quantitativo di radiazioni fosse lo stesso. Certo, bisogna comunque ricordare che i due disastri hanno molte differenze tra loro, partendo già dal presupposto che quello di Chernobyl è dipeso da un errore umano, mentre quello di Fukushima da un evento naturale non previsto; a Chernobyl sono stati violati dei protocolli di sicurezza, mentre a Fukushima il sistema d’emergenza ha funzionato in maniera efficiente; a Chernobyl, rispetto a Fukushima, non è stato possibile contenere i radionuclidi dispersi nell’ambiente.

Insomma, ancora non si hanno risposte precise a queste domande, anche perché esistono alcuni fattori che complicano un po’ le cose, quando si parla di Chernobyl: per esempio, è naturale trovare una presenza più scarsa di creature all’interno della Foresta Rossa, data la vegetazione quasi totalmente morta. I dati inerenti alle radiazioni possono anche essere alterati da incendi e alluvioni e non dobbiamo dimenticare che sì, questo evento traumatico ha sconvolto la flora e la fauna locali, ma è anche vero che questo sconvolgimento viene controbilanciato dall’ormai assenza totale dell’uomo: niente inquinamento, niente smog e niente fastidi di nessun genere per nessun esemplare. Bisogna anche ricordare che molti animali non sono stanziali e ciò rende ancora più difficili certe osservazioni, poiché le bestie “sane” potrebbero non essere originarie del luogo.

Ciononostante, James Beasley, dell’Università della Georgia, nel 2019 ha effettuato alcuni appostamenti proprio nella zona di esclusione, più nello specifico vicino a Prypjat che, vi ricordo, è situata a circa tre chilometri da Chernobyl. Grazie al posizionamento di diverse esche nei pressi delle fonti d’acqua nei dintorni, ha scoperto una fauna selvatica davvero fiorente, nonché alcune specie di animali non ancora avvistate in quei luoghi, come la lontra di fiume, l’aquila di mare coda bianca e il visone americano. E già nel 2015 si era potuta notare la presenza di lupi grigi ancora più vicini all’ex centrale nucleare.

Ma, in generale, che altro si è scoperto grazie a queste specie presenti nella zona?

Intanto c’è da precisare che gli studi sono ancora in corso, quindi nulla è dato per certo, ma sembrerebbe che nelle varie razze di animali non siano le radiazioni odierne il vero problema, ma quelle immediatamente successive al disastro.

In che senso? Sono passati 36 anni, che cosa hanno a che fare le radiazioni degli anni appena successivi all’86 con oggi?

Hanno a che fare, eccome: un team di scienziati bielorussi ha notato come in due roditori (per la precisione, delle arvicole rossastre) catturati nella zona vi fosse lo stesso numero di mutazioni genetiche nel midollo osseo delle loro rispettive madri. Da qui si è capito che le mutazioni genetiche sviluppate conseguentemente all’esposizione a quantità basse di radiazioni sarebbero state trasmesse ed ereditate dalle generazioni successive.

E che dire dei cinghiali radioattivi avvistati negli ultimi anni in Trentino e Repubblica Ceca? Detta così sembrano dei boss di fine livello di un videogioco…

In realtà, questi suini sono pieni di cesio-137 perché ghiotti di un particolare fungo, un falso tartufo, che assorbe in grande quantità questa sostanza chimica radioattiva. Quindi la carne del suddetto suino è piena zeppa di cesio… tranquilli, non vi spunterà un terzo piede se mangiate le pappardelle al ragù di cinghiale, perché, innanzitutto, le carni, prima di raggiungere la tavola, devono superare rigidi controlli di sicurezza. In secondo luogo, perché in questo caso il cesio, per essere davvero pericoloso per l’uomo, dovrebbe essere ingerito per più volte a settimana e per diversi mesi di fila… dubito che qualcuno di voi si droghi a tal punto di ragù di cinghiale o gulasch, per quanto siano buoni.

Ma ciò che è davvero sconvolgente è la capacità di adattamento immediata. Nel 2016, due ricercatori dell’Università di Uppsala (Svezia), Pablo Burraco e Germán Orizaola, hanno notato la presenza, sempre nella zona di esclusione, di strane ranocchie completamente nere.

Queste, altri non sono che raganelle o, per gli amanti dei nomi scientifici, Hyla orientalis. Avete presente le classiche e adorabili ranocchiette color verde brillante? Ecco, sono diventate nere come il petrolio.

Cavolo, allora sono malate! In realtà, per niente: semplicemente, hanno fatto, nel giro di pochi anni, ciò che avrebbe richiesto millenni… si sono evolute, come i Pokémon. 

La colorazione scura, infatti, è dovuta alla melanina che questi graziosi anfibi hanno prodotto in quantità industriale, per poterla usare come scudo contro le radiazioni. Infatti, quella minoranza di raganelle naturalmente più scure rispetto alle altre al momento del disastro, è stata favorita proprio grazie a quella percentuale in più di melanina che presentava.

Un esemplare di Hyla orientalis

I risultati di questa ricerca si possono leggere su un articolo pubblicato sulla rivista Evolutionary Applications e spiega come questa tonalità neutralizza i radicali liberi e riduce i danni al DNA, assorbendo e dissipando l’energia radioattiva circostante. Per chi non sapesse che cosa sono i radicali liberi, in maniera semplice, si tratta di sostanze di scarto che si formano come conseguenza del metabolismo cellulare. Sono molecole instabili e reattive che, se in eccesso, possono danneggiare gravemente le cellule del nostro organismo. Ciò ricorda molto quello che accadde alle falene nel Regno Unito durante la Rivoluzione Industriale: per adattarsi al pesante inquinamento e allo smog, si colorarono da sole di scuro.

È interessante anche notare come la colorazione di queste rane torni sempre più verso il verde originale mano a mano che ci si allontana dalla zona di esclusione. Ovviamente, gli scienziati vanno a nozze con questa scoperta: le potenzialità per la ricerca sull’uomo sono enormi, arrivando addirittura a sfruttare quelli che potrebbero essere i risultati di esami più approfonditi anche per proteggersi dalle radiazioni durante i viaggi spaziali.

Ma è ancora troppo presto per poter azzardare certe ipotesi… lo è anche per dare una risposta più che sicura sul come gli animali non solo sopravvivano senza apparenti danni gravi, ma anche su come mai vi sia una differenza sostanziale in fatto di mutazioni genetiche tra la fauna di Chernobyl e quella di Fukushima.

Possiamo convenire tutti quanti, tuttavia, su quanto sia affascinante questa rapida evoluzione effettuata da svariate creature per contrastare le radiazioni. Come dicevo sopra, ciò che avrebbe richiesto milioni di anni, è stato effettuato in poche decine. Ed è altresì curioso come l’uomo, al contrario, non ci sia affatto riuscito… anzi, è stato costretto ad abbandonare quei luoghi, poiché rimane il fatto che tali radiazioni siano ancora molto elevate e impediscano, perciò, di attuare una vita serena e tranquilla.

In proposito, mi viene in mente una citazione di quel genio di Arthur C. Clarke, inventore e autore britannico di fantascienza, scrittore del romanzo del 1968 “2001: Odissea nello spazio” (1917 – 2008): “I dinosauri si sono estinti perché non seppero adattarsi al loro ambiente in continua evoluzione. Noi ci estingueremo se non saremo in grado di adattarci a un ambiente che contiene astronavi, computer e armi termonucleari.”

 

Però… questa stessa citazione mi fa venire in mente: di chi è la colpa di tutto questo casino? Perché, in questo caso, gli animali hanno dovuto fare i salti mortali per adattarsi da un giorno con l’altro a un ambiente così ostile?

Forse, anzi, sicuramente la colpa è dell’uomo. Colpa della sua negligenza, della sua superficialità, la stessa che ha condannato a morte migliaia di persone nel 1986. Colpa anche delle sue bugie e della sua ipocrisia, delle giustificazioni che continua a dare, un po’ come viene detto nelle miniserie televisiva “Chernobyl” del 2019: “Quando la verità è scomoda noi mentiamo e mentiamo, finché neanche ricordiamo che ci fosse una verità. Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato.”

Non sono lo iodio o il cesio sprigionati dalla centrale nucleare a creare il cancro… probabilmente, il cancro di questo pianeta siamo noi… o almeno, continueremo a esserlo finché non impareremo dai nostri stessi errori e non troveremo una cura alla nostra stessa vacuità.

Perché come diceva Svjatlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 2015 (nata nel 1948 e ancora in vita): “Chernobyl è un soggetto alla Dostoevskij. Un tentativo di giustificazione dell’uomo. E se fosse tutto più semplice? Se fosse sufficiente entrare nel mondo in punta di piedi e fermarsi sulla soglia?”

Scritto da Camilla Marino