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Bestialità e zoosadismo

Vorrei richiamare alla vostra memoria uno scenario in particolare in cui, almeno una volta nella vostra vita, sicuramente vi sarete imbattuti: state guardando un film horror, un film thriller o qualsiasi altra pellicola dove è presente un animale in un’atmosfera relativamente pericolosa.

Il primo pensiero che sarà passato anche solo per una frazione di secondo nell’anticamera del vostro cervello, sarà stato certamente: “Potete fare tutto, ma non fate del male al cane, al gatto, al pappagallo, al coniglio, al delfino ecc.”. Ammettiamolo: quelli di noi che hanno visto il film “Attrazione Fatale” del 1987, per la regia di Adrian Lyne, con Michael Douglas, Glenn Close ed Anne Archer, dopo l’iconica scena in cui Glenn Close bolle in pentola il coniglio della bambina (uccidendolo), abbiamo tutti pensato che il suo personaggio dovesse pagarla cara.

Questo perché sappiamo quanto sia malato fare del male agli animali.

Scrivo la parola “malato” non a caso, anzi è un’espressione estremamente blanda usata per descrivere chi commette questi crimini disumani.

Crimini che fungono da campanelli d’allarme, che segnalano menti perverse e malvagie. Mutilazioni, uccisioni, torture, atti sessuali, sadici divertimenti, entrano di diritto in tutti i manuali diagnostici di psicopatologia e di criminologia.

D’altronde, quasi tutti i serial killer e stupratori seriali hanno cominciato la loro oscura “carriera” proprio molestando gli animali.

Perché oggi voglio parlarvi di ciò? Prima di addentrarmi nella psicologia che si cela dietro questi comportamenti crudeli, è necessario ricordare quanto, purtroppo, essi siano un argomento sempre attuale e più che mai reale. Lo dimostra il caso che avrete senz’altro avuto modo di leggere sui giornali nelle ultime settimane, dove la sfortunata protagonista è stata una gattina randagia di nome Rosi, brutalmente violentata da parte di ignoti a Roma. Violentata… Rendiamoci un attimo conto, della gravità di questo atto, già di per sé atroce. Come è possibile imbattersi in una micetta per strada e pensare di poterle fare del male fisico? Rosi, per fortuna, ora è fuori pericolo, perché soccorsa appena in tempo ed è stata immediatamente sottoposta a costanti cure veterinarie. Ora è stata adottata da un giovane attivista e volontario abruzzese della LND Animal Protection.

Rosi è stata “fortunata”, ma non si può dire altrettanto per altre povere creature.

Menziono anche la piccola Elettra, una cucciolina di circa un chilo. Alcuni ragazzi (che definire criminali disagiati, sarebbe un complimento) hanno pensato potesse essere una buona idea usarla come pallone per giocare a pallavolo… Ritrovata gravemente ferita, dopo essere stata presa a manate, pugni e calci, la poveretta ha passato 8 mesi di pura agonia, mentre i veterinari cercavano di salvarla. Ahimé, purtroppo non ce l’ha fatta.

In un universo parallelo, come metodo di giustizia, utilizzerei la stessa moneta.

Vorrei che questi due casi nello specifico fungessero da esempio per ciò che argomenterò. Si tratta di due concetti strettamente correlati, ma che non vanno confusi come sinonimi, poiché sensibilmente diversi: la cosiddetta bestialità e lo zoosadismo.

Cominciamo dal primo termine: per capirlo a fondo, dobbiamo partire, però, dalla zoofilia.

È una parola che sicuramente conoscete: con essa, spesso e volentieri, si intende l’attrazione sessuale nei confronti degli animali. Tuttavia, occorre precisare che secondo il greco antico, lingua da cui deriva, si distinguono due tipi di zoofilia. La prima indica una semplice propensione affettiva per i nostri amici a quattro zampe (e non), un amore puro e incondizionato. Infatti, possiamo notare l’utilizzo dell’espressione “zoofilo” anche quando si parla di figure professionali nel campo della salvaguardia faunistica (un esempio, una guardia zoofila). La seconda terminologia è, invece, quella che sto prendendo in esame oggi: la zoofilia erotica, cioè l’attrazione sessuale.

Per quanto possa risultare assurda l’idea di eccitarsi osservando un cavallo o una pecora, va precisato che secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (abbreviato DSM-5), la zoofilia non è classificabile come patologia o disturbo invalidante, ma più come una parafilia, un feticcio, una fantasia. Sebbene possa apparire come una perversione allucinante, fidatevi che non è neanche la più strana: ne esistono alcune veramente assurde, come la formicophilia, dove una persona si eccita sessualmente se coperta o punta sui genitali da insetti di vario genere (ve ne parlo meglio in questo post di Instagram, cliccate qui).

È qui che entra in gioco il confine tra realtà e finzione: teoricamente, gli zoofili si limitano a fantasticare, senza passare necessariamente ai fatti (seppur sia consigliabile una terapia psichiatrica dal momento in cui certe fantasie evolvano in ossessione). Anzi, la zoofilia è spesso sfruttata nelle pellicole cinematografiche in campo goliardico o comico, proprio per la sua assurdità: come nel film di Woody Allen del 1972, “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (Ma che non avete mai osato chiedere)”, con Gene Wilder. La pellicola è la libera trasposizione dell’omonimo saggio divulgativo del sessuologo David Reuben, pubblicato nel 1969. Sia nel film che nel libro, si esplorano svariate tematiche legate alla sessualità, compresa la zoofilia… Ma secondo voi, con Gene Wilder, uno dei grandi re della commedia, si potrà mai pensare a qualcosa di serio? Ovviamente no! Nel segmento narrativo in questione, Gene Wilder interpreta un medico che ha a che fare con un pastore armeno, il quale gli confessa di essersi innamorato della sua pecora di nome Daisy. Contro ogni pronostico, lo stesso dottore, una volta incontrato il quadrupede, se ne invaghisce a sua volta, arrivando ad avere una relazione sessuale con Daisy, portandola nella camera di un hotel di lusso, ordinando caviale e champagne!

Quando, al contrario, si arriva ad avere rapporti sessuali con animali, non si parla più di semplice zoofilia, ma di bestialità.

Un termine più che azzeccato per chi commette una violenza carnale così perversa e contro natura.

Tale tematica è stata analizzata in un saggio scritto dal biologo e conduttore televisivo olandese Midas Dekkers, intitolato “Dearest Pet: On Bestiality”. Nel libro l’esperto solleva un punto decisamente controverso, quello del “paradosso del consenso”: se un essere umano è in grado di esprimere il proprio consenso o il proprio divieto ad atti sessuali con altri attraverso la parola, un animale non può farlo, ergo non è dato sapere se effettivamente un rapporto fisico possa essere gratificante o meno per la bestia. C’è chi addirittura ha provato a sfruttare questa argomentazione come se fosse una scusante per questa brutalità. Forse occorrerebbe rimembrare che, alla pari degli animali, anche i bambini non sanno esprimere un chiaro consenso o divieto, vuoi perché ancora non sanno parlare o perché non sanno cosa stia effettivamente succedendo. E quindi, giustamente, nei casi di pedofilia non si parla di “paradosso del consenso”: perché dovremmo mettere in dubbio anche l’amoralità dietro agli atti con animali?

Ciononostante, nell’antichità si possono trovare centinaia di esempi narrativi dove la bestialità e la zoofilia erano protagoniste.

Basti pensare che nella cultura Egizia, il pantheon era costituito da entità antropomorfe con cui gli umani si accoppiavano, pensando che fosse il primo passo per avvicinarsi al mondo divino.

Così come, nell’Antica Grecia, gli dèi dell’Olimpo si trasformavano spesso e volentieri in bestie di vario genere per sedurre i mortali. Ne è un esempio, il Minotauro, nato da un amplesso tra la consorte del re Minosse e Zeus, che si era trasmutato in un toro.

Anche i Romani non erano da meno nella rappresentazione artistica (come mosaici, affreschi e statuette) che raffiguravano unioni zoofile legate a scene mitologiche o al contesto dei bordelli.

Oggigiorno, ovviamente sono illegali, ma le statistiche indicano che chi pratica predilige la masturbazione agli animali, seguita da contatti orali.

A nulla valgono i tentativi, da parte di alcuni membri di queste “comunità”, di “umanizzare” le creature: ci sono persone che sono in grado di vestire i propri animali con abiti umani, accessori, rendendoli eredi testamentari o persino sposandoli, il tutto atto ad antropomorfizzarli, come se la loro intimità potesse essere in qualche modo giustificata, come se grazie a questo mascheramento potessero dire “Beh, ma in fondo, il mio gatto è come se fosse una persona” (e anche qua, suggerirei, a seconda della gravità dell’ossessione, una buona terapia).

Se pensate che questo sia un fenomeno riguardante solo una piccola fetta della popolazione, dovete ricredervi: nel 2010 c’è stato un aumento considerevole di zoofili, con tanto di tentativi di sensibilizzazione e divulgazione della bestialità come metodo di gratificazione sessuale per gli esseri umani. L’avvocato americano Douglas Spink, specializzato nel campo della zoofilia, sarebbe stato uno dei principali promotori di queste iniziative, realizzando un podcast sull’argomento, intitolato “Zooier than thou”. Non a caso, è stato arrestato per un traffico di stupefacenti tra USA e Canada e per aver posseduto una fattoria gestita ad hoc per atti bestiali, letteralmente.

Non dimentichiamo che i rapporti sessuali con gli animali possono portare a conseguenze igienico-sanitarie nefaste: malattie, infezioni e in alcuni casi anche la morte. Lo racconta il film-documentario del 2007 “Zoo”, per la regia di Robinson Devor: il lungometraggio descrive la storia vera di Kenneth Pinyan, un ingegnere americano impiegato presso la Boeing. Costui, sotto il nickname di “Mr. Hands” aveva pubblicato in rete filmati fatti da lui stesso in cui aveva rapporti sessuali con i cavalli, fino a quando, nel luglio del 2005, non accadde un fattaccio: mentre un amico lo filmava durante un rapporto anale passivo con uno stallone, l’animale gli perforò accidentalmente il colon. L’uomo morì a causa delle ferite riportate (cose che possono succedere, quando il pene eretto di un equino può raggiungere i 90 cm di lunghezza…).

Negli USA, il caso è noto con il nome di “Enumclaw horse sex case” e fu una delle cause di una maggiore repressione legislativa sulla zoofilia e sulla diffusione di contenuti pornografici a sfondo zoofilo.

A prescindere, la bestialità rimane comunque un atto illecito. Non importa quanto la persona che la commette tenti di spiegarlo attraverso l’amore che prova per la bestia, resta comunque una violenza sessuale capace di scardinare qualsiasi concetto etico e morale, che può sconfinare benissimo nello zoosadismo (menzionato poc’anzi).

 

Ed è qui che cominciamo a scavare nei meandri più bui della psiche, finora abbiamo semplicemente scalfito la superficie. Se la zoofilia è considerata come una semplice quanto bizzarra parafilia, con lo zoosadismo siamo su un piano del tutto differente: esso è infatti classificato come un disturbo patologico che consiste nel trarre piacere dalla tortura o dalla uccisione degli animali.

Infliggere sofferenze di qualunque genere a un animale è un tabù insuperabile: agli occhi di qualsiasi individuo sano di mente, sono delle creature innocenti, non contaminate dal machiavellismo tipico di noi esseri umani, perciò vanno comprese, protette, salvaguardate. L’istinto dovrebbe essere quello di coccolarle, di prendersene cura, di difenderle, non di arrecare loro alcuna forma di danno fisico o psicologico.

Sfortunatamente, non per tutti è così…

Ovviamente, sorge spontaneo un quesito: perché la gente maltratta gli animali?

Una delle cause principali è certamente la totale mancanza di empatia, dettata da una distorsione cognitiva della realtà. In taluni casi, questa può essere scaturita da abusi subiti durante l’infanzia: gli esperti hanno studiato e accertato che una costante esposizione alla violenza fin dalla tenera età, oltremodo in ambito familiare, possa degenerare in una manifestazione della suddetta violenza anche in altri contesti, come per esempio il bullismo (ho scritto un articolo in merito, potete leggerlo cliccando qui), gli episodi di violenza domestica, stupri, omicidi e, appunto, i maltrattamenti animali. Anche quando la caccia è un’attività familiare normale e quotidiana, si può cadere nel baratro dello zoosadismo (attenzione, non è per tutti così, parliamo di menti distorte. Non facciamo confusione: un cacciatore non è per forza un sadico!).

Un comportamento del genere può essere provocato altresì da danni cerebrali e malattie neurologiche: posso citare il Parkinson, la schizofrenia, la demenza, il disturbo ossessivo compulsivo, alcuni disturbi dello spettro autistico (stesso discorso vale per la zoofilia e la bestialità, naturalmente).  

Ma se volessimo proprio riunire tutte queste micro-motivazioni sotto un’unica vera macro-motivazione, questa sarebbe il gioco di potere. Torna il sempreverde senso di potere che inebria l’essere umano in qualunque situazione: per certi soggetti, soprattutto quelli più insicuri, vigliacchi, emarginati (e personalmente aggiungo patetici), fare del male a un animale diventa un gioco di supremazia del più forte contro il più debole, appare come un match in cui non si può perdere, in cui si è invincibili. (Ho scritto un articolo sulla malvagità insita nell’essere umano, potete leggerlo cliccando qui)

Questa combo tra una “giustificazione morale” perenne (come il pensare che tanto gli animali non siano importanti tanto quanto le persone o che quel tipo di sofferenza fosse in qualche modo necessaria) e una totale incapacità di controllare degli impulsi così distruttivi, costituiscono lo zoosadismo, il quale a sua volta è uno dei tasselli della cosiddetta triade di Macdonald.

No, non sto parlando di McDonald’s e del Crispy McBacon, ma dello psichiatra John M. Macdonald, che nel 1963, sull’American Journal of Pshychiatry, pubblicò il suo studio intitolato “The threat to kill”: in questo scritto illuminante, Macdonald identificava tre comportamenti molto specifici che, se riscontrati durante l’infanzia di un qualunque individuo, potevano essere un’avvisaglia della possibile nascita di un serial killer.

Queste tendenze, chiamate appunto “triade di Macdonald”, sono:

  • Il già esplicato zoosadismo
  • La piromania, vale a dire l’attrazione morbosa verso il fuoco e l’appiccare incendi
  • L’enuresi frequente, cioè l’urinarsi involontariamente addosso in maniera anomala in un’età in cui il bambino dovrebbe aver già appreso come controllare lo stimolo di andare alla toilette

In effetti, le ricerche condotte dallo psichiatra furono così accurate già a quel tempo, che ancora oggi questa triade rimane un ottimo spunto per analizzare le probabili devianze psicopatiche e/o sociopatiche dei ragazzini. Occorre puntualizzare che non tutti coloro che mostrano uno di questi sintomi, diventeranno obbligatoriamente degli assassini psicopatici, poiché la mente umana è dannatamente complessa e impressionabile e qualsiasi condizione ambientale, sociale o psicologica può influire sull’insorgere dello zoosadismo, della piromania o dell’enuresi, non per forza la psicopatia o la sociopatia.

È anche vero che un gran numero di assassini seriali sono nati cominciando proprio dalla tortura e dall’uccisione degli animali.

Come Jeffrey Dahmer, che da ragazzino iniziò a collezionare carcasse, dissezionandole e decapitandole.

Ted Bundy, seguendo l’esempio di suo padre, torturò molti animali quando era un ragazzino.

Albert De Salvo, conosciuto come “lo Strangolatore di Boston” (hanno realizzato un film sulla vicenda, potete cliccare qui per vedere la mia recensione), si dilettava a rinchiudere cani e gatti in gabbia per poi colpirli con delle freccette.

Edmund Kemper ammise di aver seppellito vivi diversi gatti, di averli decapitati e impalato le loro teste su alcuni bastoni a mo’ di trofeo e di aver fatto a pezzi con un machete il suo micio.

Peter Kurten assassinò 12 persone: da piccolo torturava cani, gatti, galline e capretti.

Bobby Long, condannato per nove omicidi, violentò il cane.

Patrick Sherril, che commise una vera e propria strage tra i suoi colleghi prima di suicidarsi, rapiva gli animali domestici del vicinato per farli torturare e divorare dal suo cane.

Arthur John Shawcross, noto come il “Genesee River Killer”, da ragazzino ebbe rapporti sessuali con animali da allevamento, arrivando a uccidere una gallina durante un gioco erotico.

Pedro Nakada, o meglio “l’Apostolo della Morte peruviano”, decise di cuocere vivo in padella il gatto della famiglia.

Eric Harris e Dylan Klebold, i responsabili del massacro alla Columbine High School, si divertivano a schiacciare le teste dei topi con un righello, per poi dargli fuoco, e sparare ai pettirossi.

Devo continuare? La lista è lunga come lo scontrino della spesa per il pranzo pasquale…

Anche qui in Italia non scherziamo.

Nello Stato di San Marino (va bene, non è tecnicamente Italia, ma consideriamolo per una pura questione geografica all’interno dei nostri confini) è stato arrestato un vero e proprio serial killer di cani: un 80enne, nel giro di 14 anni, ha ammazzato 40 cani con bocconcini avvelenati. Molti di questi non erano neanche cani randagi, ma domestici.

E al momento sono in corso delle indagini per cercare un altro assassino seriale di animali nella zona tra Ancona e Macerata, dove sono state ritrovate decine di carcasse di cani e gatti decapitati e incaprettati, quasi come fossero vittime sacrificali.

Ora voglio precisare che questo articolo nasce per un motivo ben specifico: sensibilizzare.

Il che pare paradossale: come può essere necessario invitare gli altri a non fare del male, specialmente a qualcosa di così innocente come un animale? Dovrebbe essere un istinto naturale o, se non altro, dovrebbe essere qualcosa dettato semplicemente dalla caccia atta a recuperare della carne con cui sfamarsi. (Non facciamo confusione sul tema “l’uomo è onnivoro”, non è questa la discussione di oggi, se volete potete leggere un mio pezzo sulla carne stampata in 3D in cui lo affronto, cliccate qui per scoprirlo)

Episodi come quelli che vi ho esposto sinora, le vicende accadute a gattine come Rosi ed Elettra, sono da voltastomaco. È una barbarie vergognosa, indecente, maligna, di chi deve probabilmente compensare certe mancanze o sentirsi virile solo attraverso il sadismo e il dolore.

Come si può parlare al cuore di queste persone? Forse non ne hanno uno… Impossibile, bisognerebbe condannarli e farli scontare veramente una pena severa.

A questo proposito, vi riporto qui di seguito l’articolo 544 del nostro Codice Penale, “Dei delitti contro il sentimento per gli animali”: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

 La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.

 La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo e al secondo comma deriva la morte dell’animale.”.

Forse, certe persone capiscono solo con la giustizia, quando si parla di soldi e di multa, ma non con la compassione.

Il problema è che le pene in Italia “non esistono”, vengono tutti rilasciati o si fanno un breve soggiorno in cella, con vitto e alloggio pagati da noi.

Mi rivolgo ora ai carnefici: siete fieri di ciò che fate? Vi sentite Dio? Vi sentite onnipotenti, forti e invincibili facendo del male? Se la risposta è sì, allora siete gli esseri più infimi e deboli che la Natura abbia concepito.

Effettivamente, il filosofo tedesco Immanuel Kant lo diceva: “Possiamo conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui tratta gli animali.”… nel vostro, vedo solo il vuoto e il buio.

Scritto da Camilla Marino