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Perseverare autem diabolicum: l’umana malvagità

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È inutile negarlo ulteriormente: come aveva detto Papa Francesco ai diplomatici e agli ambasciatori esteri in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali nel 2023, stiamo vivendo una Terza Guerra Mondiale, combattuta semplicemente “a pezzi”. C’è chi si prende a mazzate da una parte, chi sgancia una bomba dall’altra, fatto sta che ovunque ci giriamo, siamo circondati da atti di guerriglia. Per la precisione, secondo l’Uppsala Conflict Data Program, al momento sono in corso più di 100 conflitti armati sparsi per il globo. (Qui, qui e qua, potete leggere rispettivamente il mio articolo sul conflitto Israele-Gaza, uno sul genocidio in Ruanda e uno sul legame che ha l’essere umano con la guerra)

Non so voi, ma questo dato è stata la ciliegina sulla torta che ha confermato un pensiero che mi ronza nella testa ormai da anni, alla pari di uno sciame di vespe che ha trovato rifugio nel mio cervello, dove ha nidificato: l’essere umano è un animale fatto di cattiveria, malvagità e violenza, non c’è nulla da fare.

Qualsiasi epoca storica è costellata di annose battaglie, di avvenimenti criminosi, di stermini, di amoralità, di bullismo (qui potete trovare l’articolo che ho scritto in merito), di prevaricazioni sociali di ogni sorta.

Più che domandarmi se effettivamente l’Uomo sia o meno un essere dalla cattiveria innata, vorrei esporre la mia riflessione, un po’ come farebbe un filosofo che mette in luce il proprio pensiero. No, non mi sto paragonando ad alcun gran pensatore del passato.

Va da sé che ogni persona che sta leggendo questo articolo possa avere un’opinione diametralmente opposta rispetto alla mia. Anzi, questo pezzo sarebbe l’occasione, come una specie di trampolino di lancio, per iniziare un dibattito amichevole. Oppure, come la nostra storia insegna, guardando anche la “pacatezza” dei commenti sui social (ironia portami via) ormai sembra lecito prendersi a parolacce nel cercare di far valere le vostre ragioni…

Partiamo, come sempre, dalle basi: che cosa sono la cattiveria, la malvagità e la violenza? Sono tre concetti diversi o sono tutti prodotti della stessa matrice?

Per rispondere a questi interrogativi, occorre chiamare in aiuto il nostro perennemente fidato dizionario Treccani.

La cattiveria ha due definizioni: la prima è “l’essere cattivo, malignità, indole cattiva”; la seconda è “atto cattivo, e anche bizza, capriccio, dispetto”.

La malvagità è: “l’essere malvagio, perverso, inclinato o determinato al male”.

La violenza, infine: “in senso ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti) come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà”.

Queste tre parole, già da questi significati, si dimostrano intrinsecamente connesse tra loro.

Infatti, si tende, di primo acchito, a catalogare la violenza come un fatto esclusivamente fisico, ma non dobbiamo scordarci che esiste anche la violenza psicologica, maggiormente sfruttata, poiché è proprio quella che piega la volontà di un individuo.

Cattiveria e malvagità vengono poste sullo stesso piano in qualità di sinonimi, con un’espressione comune a entrambe: la malignità, il Male.

Ma un dizionario può porre solo le fondamenta di questo discorso. Per poter proseguire, è necessario comprendere l’idea di Male.

Teoricamente parlando, il Male è l’opposizione al Bene (grazie, graziella e grazie a tua sorella), ma esistono varie visioni.

C’è quella metafisica antica, che coinvolge menti come Sant’Agostino, Platone e Aristotele, che poneva il Bene nella condizione di “essere”, cioè di esistere: ne conseguiva che, se il Male era il suo esatto contrario, doveva trattarsi inevitabilmente di un non-essere, quindi, in senso lato, non esisteva. Ve lo spiego meglio seguendo l’esempio del mito di Er, narrato da Platone nel suo X libro della Repubblica, in cui un soldato morto in battaglia racconta la sua esperienza nell’aldilà: la malvagità dell’Uomo è puramente involontaria. Una volta tornato, la sua spiegazione fu che la nostra specie, per poter compiere tutte le scelte giuste sulla Terra, dovrebbe essere pregna di quella conoscenza pressocché divina che gli consenta di comprendere sempre e a priori il bianco dal nero. Ma ciò, naturalmente, non accade e l’Uomo si ritrova, banalmente, a sbagliare, a commettere errori. Errori di cui Dio non è responsabile, perché Dio incarna soltanto il Bene.

Sinceramente, per quanto Platone mi stia simpatico sotto tanti punti di vista, questa concezione l’ho sempre reputata claudicante.

Concordo sul fatto che l’Uomo sia imperfetto, ma non sull’ultima parte, inerente al Dio buono.

Sarà forse che sono cresciuta in un ambiente familiare “un po’ eretico” nonostante abbia frequentato il catechismo da piccola, ma farò un’affermazione che, per alcuni, potrebbe risultare blasfema: Dio non è affatto buono.

Non me ne voglia il popolo cattolico, ma scomodiamo la Bibbia e guardiamo i suoi racconti attraverso una lente meramente razionale. Cristo ci insegna che dovremmo porgere l’altra guancia, ma suo Padre deduco che la pensasse decisamente diversamente: se l’essere umano è stato creato a Sua immagine e somiglianza… beh, la prima cosa che ha fatto l’Uomo è stato ingannare chi l’ha creato (Adamo ed Eva docet). Dopodiché ha dato un’occhiata al suo piccolo esperimento biologico sul pianeta, scoprendo che era difettoso (ci davamo di quelle legnate, anche peggio di adesso), pertanto non ha deciso di allungare una mano e correggerci, di scendere tra noi comuni mortali e insegnarci qualcosa, ma ha optato per un diluvio che ha sterminato completamente la nostra specie, lasciando in vita solo Noè e la sua famiglia (che, diciamocelo, sono stati i Lannister della situazione, come Adamo ed Eva, che per ripopolare la Terra sono ricorsi a incesti su incesti…).

Arriva poi il momento di Mosè e delle piaghe d’Egitto. Dio potrebbe piombare dal cielo, dire al faraone: “Oh, guarda che il mio popolo deve andare nella terra dove scorrono latte e miele”, e invece no. Anziché piegare la volontà del sovrano del Nilo con le buone “con la sola imposizione delle mani”, direbbe Raul Cremona), gli manda giù di tutto! Cavallette, locuste, rane, malattie, meteore, tenebre eterne e non contento, fa fuori tutti i primogeniti del regno.

Vogliamo andare avanti? Gli ebrei, finalmente liberi e traumatizzati da anni di schiavitù sotto il giogo egiziano, arrivano ai piedi del Monte Sinai, Mosè si arrampica sul cucuzzolo della montagna e, ovviamente, ci mette qualche settimana a compiere l’impresa (in veste lunga e ciabatte, ai tempi la funicolare non c’era e non c’è nemmeno adesso…). Gli ebrei che aspettano accampati sotto al promontorio come a un concerto, cominciano a domandarsi se Dio li abbia effettivamente abbandonati e allora, per disperazione (o per noia), si costruiscono un nuovo idolo, ovvero il Vitello d’Oro. E cosa fa Dio, che ha dato le tavole di pietra con i dieci comandamenti al prescelto (alla faccia della fatica portarle giù dal Sinai…)? È comprensivo? Pensa come un padre di fronte ai figli stanchi, sfiniti e psicologicamente distrutti? Certo che no! Si offende, se la lega al dito con un Rancore con la R maiuscola e fa vagare “il suo popolo” per quarant’anni nel deserto, facendolo vivere e morire di stenti.

Il libero arbitrio? Cattolicamente, una supercazzola degna di Tognazzi, che dice: “Fate quello che volete sulla Terra! Siate liberi! Però, il Giorno del Giudizio Universale, chi si è comportato male secondo i MIEI standard, lo spedisco dritto all’Inferno a soffrire per l’eternità!”…

Non dimentichiamo che Dio ha fatto crocifiggere il suo unico figlio… “Padre, perdonali, perché loro non sanno quello che fanno…”. Per forza non lo sappiamo! Il Padre Nostro ci ha praticamente perennemente insegnato che è giusto accoppare la gente per il proprio credo e i propri scopi!

Ripeto, non me ne vogliano i credenti…

In seguito a tutta questa diatriba tragicomica, non commettete l’errore di pensare che il precedente paragrafo sia in qualche modo sacrilego.

Forse, la nostra malvagità, la nostra cattiveria e la nostra violenza, secondo un ragionamento religioso, sono veramente una firma divina: infatti, esiste una credenza che vede Dio come arrogante, crudele, menzognero e direi anche sadico. Tale credenza prende il nome di misoteismo o malteismo. A questo proposito, occorre precisare un paio di cosucce: da una parte si distinguono i teofili, cioè coloro che credono nell’eterna bontà del Signore; dall’altra, ci sono i cosiddetti teisti, che considerano Dio una sorta di essere neutrale, senza avere per forza una bontà innata. Ecco, i malteisti farebbero parte di questa categoria, ma vertono verso il lato oscuro della divinità.

Si potrebbe aprire un dibattito sul parallelismo tra malteismo e Satanismo, due correnti vicine, ma che non si incontrano obbligatoriamente. In fondo, è come il monologo di Al Pacino alla fine del film cult “L’Avvocato del Diavolo”, un discorso con cui, personalmente, concordo su tutta la linea:

«Per chi è che ti incolli tutti quei mattoni, si può sapere? Dio? È così? Dio… Beh Kevin, ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio. A Dio piace guardare. È un guardone giocherellone, riflettici un po’… Lui da all’uomo gli istinti. Ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento… Per farsi il suo bravo, cosmico spot pubblicitario del film. Fissa le regole in contraddizione, una stronzata universale. Guarda ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta ma non inghiottire. E mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista! È un gran sadico!
È un padrone assenteista, ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo?! No, mai! Perché no? Io sto qui col naso ben ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare! A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato! E sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato, nonostante la sua maledetta imperfezione. Io sono un fanatico dell’uomo! Sono un umanista…
Probabilmente l’ultimo degli umanisti… Chi sano di mente, Kevin, potrebbe mai negare che il XX° secolo è stato interamente mio? Tutto quanto Kevin! Ogni cosa! Tutto mio! Sono all’apice, Kevin. È il mio tempo questo. È il nostro tempo…»

In fin dei conti, da un’ottica del tutto filosofica, Satana è un grandioso umanista, forse più di Dio, perché al contrario suo, accetta i nostri peccati, i nostri sbagli, i nostri feticci, senza condannarli in alcun modo. Certo, poi li usa… (per gli analfabeti funzionali: non sono una satanista occultista, ma razionalista)

Attenzione, qui sto utilizzando la figura di Dio cristiana perché, per comodità, viene rappresentato come il Bene assoluto nella cultura e nella società in cui sono cresciuta, ma questa identità può essere una caratteristica di qualsiasi altra divinità appartenente a qualsiasi altra religione.

Ma chi mi conosce, sa bene che la mia dissertazione non si può certamente limitare a un contesto spirituale e teologico.

In che modo l’Uomo è cattivo? Cosa lo rende malvagio? Cosa giustifica la sua costante violenza? Si potrebbe rispondere anche con il termine “akrasia”, coniato da Aristotele, vale a dire la mancanza di forza etica (a-kratos, letteralmente assenza di forza), che ci fa compiere azioni contrarie alla nostra tempra morale. Basti pensare a quanti uomini, trovandosi nel letto la sorella della propria fidanzata nuda e a gambe aperte, piuttosto che rifiutarla, si tufferebbero a capofitto tra le lenzuola per quindici minuti di piacere.

Ma anche questa risposta appare debole, soprattutto considerando la bussola morale giusnaturalista che dovremmo avere dentro di noi sin dalla nascita, che ci consente di capire la differenza tra Bene e Male. Ebbene, questa bussola, per quanto ben congeniata in diverse situazioni, risulta irrimediabilmente difettosa o funzionante solo in alcuni frangenti specifici. Esempio stupido e banale: quando guardiamo un film horror, se muore il cane, piangiamo come vitelli, ma se una persona viene brutalmente assassinata, potremmo trovarlo anche divertente!

Dunque, la bussola giusnaturalista, con i suoi diritti naturali, funge solo nei confronti degli animali? Assolutamente no! Perché compiamo anche massacri su vasta scala di specie di ogni tipo, unicamente per mangiare o per lucrare (basti guardare una delle mie ultime recensioni sul documentario “Shark Preyd”, che potete trovare cliccando qui).

E non solo annientamenti animali. Guardate tutti gli scontri della storia, giustificati nei modi più variegati (il più quotato, vedi sopra, è in nome della religione), quando, in realtà, erano e sono mossi dal puro egoismo, dalla pura smania di potere, dalla pura e inarrestabile voglia di prevaricare l’altro, secondo il dettame “Il debole lo abbatte, il forte lo inghiotte” (grazie “Cloud Atlas” per questa massima).

“Ma Camilla, l’Uomo agisce secondo istinto, per soddisfare i propri bisogni primari!”, potreste dire… Qualcuno, in passato, ha ben pensato di menzionare la Piramide di Abraham Maslow, per argomentare contro la mia teoria. Questa piramide, ideata nel 1943 dall’appena citato psicologo all’interno del suo scritto “A Theory of Human Motivation”, mette in chiaro la scala gerarchica dei bisogni umani e delle motivazioni che muovono l’Uomo, ponendo alla base le azioni fisiologiche (come il respiro, il sesso, l’alimentazione e il sonno) e in cima quelle di autorealizzazione (moralità, creatività, spontaneità, accettazione, problem solving e via dicendo).

Forse, chi l’ha nominata, non si è reso conto che portandola sul piatto della discussione, non ha fatto altro che confermare la mia ipotesi.

Primo: quanto può essere fisiologica l’annessione di un territorio al proprio impero, quando le risorse primarie non mancano e il popolo è vivo e prospero?

Secondo: non notate anche voi una cosetta? Che la moralità, nella piramide di Maslow, passa non in secondo piano… è proprio l’ultima ruota del carro!

Ed è proprio parlando di psicologia, che si entra nel vivo della risposta al quesito “l’Uomo nasce cattivo?”.

Per cercare di ovviare a tale interrogativo, nel 2018, i ricercatori dell’Università di Ulm (Germania) hanno condotto uno studio intitolato “The dark core of personality”, con la partecipazione di ben 2500 candidati. Lo studio voleva dimostrare la tendenza, da parte dell’essere umano, di massimizzare l’interesse individuale a discapito degli altri e di quello che si potesse pensare del proprio comportamento.

Si riscontrarono ben nove caratteristiche presenti in ognuno di noi, che costituiscono il cosiddetto “fattore D”, con la D di Dark:

  • Individualismo
  • Egoismo
  • Machiavellismo
  • Narcisismo
  • Superiorità psicologica (ovvero la convinzione di meritare di più degli altri e di essere maggiormente intelligenti e capaci)
  • Psicopatia
  • Sadismo
  • Interessi sociali e/o materiali
  • Malevolenza (l’ostilità verso gli altri)

Naturalmente, tutti questi fattori sono presenti in quantità sensibilmente differenti dentro ognuno di noi. C’è chi ne ha sviluppata qualcuna e chi tutte quante.

Un punto da evidenziare in questo mio articolo è l’esclusione di tutti quei casi eccezionali di psichiatria come serial killer e deviati mentali lampanti, che hanno bisogno di un’argomentazione a sé stante, limitandomi alla gente comune, quella che si incontra tutti i giorni e che non per forza si diverte a sviscerare e torturare il gatto in cantina. (Sui serial killer, ho scritto un articolo basato sul binomio arte-morte, che potete leggere cliccando qui)

Il fattore D viene ovviamente condizionato dalla società, da elementi esterni, dall’educazione, forse anche dalla genetica (i dati in merito a quest’ultima sono ancora troppo pochi e troppo vaghi per poter aprire una dissertazione). Quello che per un individuo può essere considerato malvagio, per qualcun altro può apparire normale: basti pensare alla primitiva infibulazione delle bambine, per esempio, che per noi occidentali è, giustamente, un’atrocità, una barbarie, mentre per i popoli che la mettono in pratica è una peculiarità culturale e religiosa.

Sono tanti gli esperimenti psicologici che, nel corso dei decenni, hanno provato che il fattore D fosse interno all’animo umano.

Ve ne citerò giusto qualcuno.

L’Esperimento di Milgram, avviato nel 1961 dallo psicologo Stanley Milgram. Lo studio prevedeva la partecipazione di due individui, escluso il professore: uno era un suo complice, l’altro un volontario del tutto ignaro. Attraverso un sorteggio truccato, al complice veniva dato il ruolo di “allievo”, mentre al volontario quello di “insegnante”. L’insegnante disponeva di una tastiera capace di dare scosse elettriche all’allievo con un’intensità crescente, fino ad arrivare all’ultima, letale. Per ogni sbaglio commesso dall’allievo, l’insegnante avrebbe dovuto premere una levetta, aumentando mano a mano il livello delle scosse. In realtà, l’allievo non riceveva alcuna scossa, doveva solo recitare la propria parte.

Indovinate un po’? Nonostante le reticenze da parte degli “insegnanti” nel dare le scosse più forti, sotto ordine dello psicologo con frasi del tipo “Lo devi fare”, quelle levette sono state premute tutte, compresa quella potenzialmente fatale, con la quale l’allievo fingeva uno svenimento. L’esperimento confermò la teoria che, se sotto pressione da parte della società o di un superiore, l’Uomo è in grado di commettere azioni atroci. In effetti, lo studio era stato messo in piedi a seguito del processo di Adolf Eichmann, per rispondere alla domanda: “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo gli ordini?” (potete cliccare qui per vedere la mia recensione su “La banalità del male” di Hannah Arendt)

A quanto pare: Eseguire gli ordini 1 – Tempra morale 0

Oppure, nel 1975 ebbe luogo il famoso esperimento carcerario di Standford, capitanato dal professore Philip Zimbardo, che dimostrò quanto l’assegnazione di ruoli specifici potesse portare a galla comportamenti del tutto inaspettati e anche violenti.

Vennero convocati 75 studenti, interessati all’annuncio pubblicato sull’attuazione di un esperimento di psicologia sociale. Tra questi, Zimbardo selezionò i 24 giovani che dimostravano un maggior equilibrio mentale, con meno propensione possibile a commettere azioni di natura deviata. Successivamente, li divise casualmente in due gruppi: le guardie e i carcerati. I prigionieri, oltre che indossare un’uniforme numerata e una catena alle caviglie, erano obbligati a seguire regole rigide e ferree; d’altro canto, le guardie dovevano far rispettare queste regole, vestite con una divisa che comprendeva occhiali che impedissero ai prigionieri di guardarli negli occhi, un manganello, manette e fischietto.

Cosa accadde? Che un ambiente fittizio che doveva simulare un carcere, si trasmutò in un carcere vero. Nel giro di pochissimi giorni, i prigionieri si barricarono nelle proprie celle, mentre le guardie cercavano di annientare quel senso di coesione che si era creato tra i finti condannati, utilizzando atteggiamenti sadici e a tratti crudeli, costringendo i ricercatori a interrompere l’esperimento. Non solo: la fine dello studio, fece tirare un sospiro di sollievo ai prigionieri, ma creò un certo senso di disappunto nelle guardie…

Esiste un film veramente ben curato che prende spunto da questi fatti, con Adrien Brody, Forest Whitaker e Cam Gigandet, intitolato “The Experiment” (potete trovare la mia recensione cliccando qui).

In seguito a ciò, si potrebbe asserire che la malvagità, la cattiveria e la violenza siano caratteristiche che si formano in individui adulti, traumatizzati (come chiunque) dagli accadimenti della vita, che hanno fatto esperienza e appreso dall’ambiente esterno.

D’altronde, è vero che uno impara da ciò che lo circonda e da ciò che vede ogni giorno, ma anche qui soggiunge la sempreverde bussola giusnaturalista, che va comunque “a farsi benedire” in ogni caso, perché ciò da cui siamo accerchiati da sempre è violenza. È scontata sopravvivenza…?

Vi dico che anche i bambini non sono esenti da crudeltà e cattiveria.

Lo dimostra l’esperimento di Robbers Cave, condotto dallo psicologo Muzafer Sherif nel 1954. Vennero chiamati 20 ragazzini sui 12 anni, del tutto inconsapevoli di quello che sarebbe successo. La selezione fu meticolosa: tutti i partecipanti provenivano da scuole diverse, da famiglie di ceto medio, figli della stessa educazione protestante, ma nessuno conosceva nessuno. Il primo incontro avvenne proprio al campeggio Robbers Cave, dove si sarebbe svolto l’esperimento.

Per individuare la genesi del conformismo e dei conflitti tra gruppi, Sherif divise i giovani in due squadre, che si sarebbero battute tra loro in diverse competizioni sportive. Le due squadre si diedero un nome: i Serpenti a Sonagli e le Aquile.

Se nei primi due giorni lo spirito sportivo prevalse, a partire dal terzo giorno la situazione peggiorò: i Serpenti a Sonagli accusarono le Aquile di slealtà e organizzarono scherzi e dispetti punitivi a discapito della squadra avversaria. Nacquero stereotipi negativi per descrivere il gruppo antagonista, la rivalità e l’astio tra le due fazioni crebbe in maniera esponenziale, senza alcuna ragione logica.

Sherif aveva appena dimostrato che l’Uomo tende a combattere tutto ciò che è diverso dal gruppo di appartenenza e questa prevaricazione incontrollata è propedeutica all’onore e alla gloria della propria fazione.

Ma l’esperimento non si concluse qui, ecco la seconda parte interessante del progetto: ristabilire la pace.

Se fosse vero che dentro di noi convivono in maniera eguale sia il male che il bene, non sarebbe stato difficile riappacificare le due squadre attraverso attività in comune, come guardare un film tutti insieme o ammirare in compagnia i fuochi d’artificio… e invece, i risultati furono estremamente deludenti.

Così, gli organizzatori elaborarono un piano: inserire un nemico esterno e simulato. Si sparse la voce che alcuni vandali, da fuori, avessero sabotato l’acqua corrente. Fu così che Serpenti a Sonagli e Aquile furono costretti a unire le forze per ripristinare lo scorrere dell’acqua e fu solo in questo modo che la faida tra i due cessò… perché ora c’era qualcun altro contro cui rivolgersi.

Per arrivare alla pace, i due litiganti devono massacrare il terzo? Mi sembra un controsenso grosso come una casa, un paradosso che neanche quello del nonno nei viaggi del tempo (se non sapete di cosa sto parlando, cliccate qua).

Avete appena letto la trasposizione reale de “Il signore delle mosche”, capolavoro eterno dello scrittore William Golding, caposaldo letterario della letteratura d’infanzia, ma adatto anche per gli adulti, pubblicato proprio nel 1954, l’anno dell’esperimento appena esplicato.

Un’allegoria della società odierna e della moralità umana che vede, come protagonisti, un gruppo di ragazzini inglesi scampati per miracolo a un disastro aereo, su un’isola deserta, senza la presenza di un singolo adulto che possa guidarli. Nel tentativo di autogovernarsi, finiranno per mettere in atto comportamenti oltremodo feroci.

Un esempio di come la cattiveria, in quanto atto amorale, sia parte della nostra natura.

Per gli adulti, direi che è quasi banale scomodare il noto “Il Principe” di Macchiavelli, il saggio critico di dottrina politica redatto tra il 1513 e il 1514. Non a caso, il nome dello scrittore ha generato anche la dicitura “machiavellico”, che indica una persona manipolatrice, spregiudicata, che calcola ogni sua mossa con il movente dell’inganno, per attingere ai propri scopi. E sempre non per caso, il Machiavellismo è una delle nove caratteristiche del fattore D, di cui vi ho parlato sopra.

“Il fine giustifica i mezzi”, è un mantra che ci portiamo appresso come una varietà di coperta di Linus per le nostre giustificazioni.

Sì, perché l’Uomo, a differenza di qualunque altro animale o bestia, non agisce per istinto, perché dotato di un’arma biologica che va ben oltre le zanne e gli artigli: il cervello. Un cervello in grado di ragionare, di pianificare, di desiderare, di anelare, di ripudiare, di distruggere.

L’Uomo viaggia su un binario del tutto diverso rispetto alla fauna del pianeta, agisce secondo un comportamento istintuale non determinato.

Max Scheler, filosofo tedesco, lo concepiva come una creatura “aperta al mondo”; Helmut Plessner, filosofo e sociologo sempre tedesco, lo definiva “eccentrico, capace di auto-trascendersi”. Entrambe le menti, furono due tra i più grandi antropologi filosofici conosciuti.

E poi c’è lui, il mio Maestro di vita, Schopenhauer con il suo saggio “Il Mondo come volontà e rappresentazione”, in cui asseriva che l’egoismo dell’Uomo sovrasta ogni cosa. E l’egoismo può essere visto, senza ombra di dubbio, come un ramo della cattiveria, della malvagità, della violenza psicologica.

Citandolo: «Se un uomo, non appena ne capiti l’occasione e nessuna forza esterna lo trattenga, è sempre incline a commettere ingiustizia, noi lo chiamiamo cattivo. In base alla nostra spiegazione dell’ingiustizia, una tale persona non si limita ad affermare la volontà di vivere quale si manifesta nel suo corpo, ma in questa affermazione giunge al punto di negare la volontà che si manifesta in altri individui; e ciò si vede dal fatto che egli pretende che le loro forze servano la sua volontà e cerca di annientare la loro esistenza, quand’essa si oppone alle aspirazioni della sua volontà.»

E questo viene dimostrato palesemente da “Rhythm 0”, nota performance artistica di Marina Abramovič, risalente al 1974. La vera prova della malvagità connaturata dell’Uomo.

Tenutasi nella galleria Studio Morra di Napoli, questa esibizione durò sei ore. L’artista si posizionò in piedi, immobile al centro della stanza. Di fronte a lei, un tavolo con 72 oggetti, tra strumenti di piacere, di dolore e una pistola caricata con un proiettile. Le istruzioni scritte sul foglio di fronte agli oggetti:

  • Ci sono 72 oggetti sul tavolo che possono essere usati su di me nel modo in cui desiderate
  • Io sono l’oggetto
  • Mi assumo completamente la responsabilità di quello che faccio
  • Durata: 6 ore (dalle 20:00 alle 2:00)

Avete capito bene: chi voleva, avrebbe potuto anche ucciderla!

Le prime ore passarono tranquille. Ci fu chi le fece una carezza, chi la osservò incuriosito, chi le donò una rosa (oggetto nell’elenco). Ma con il passare del tempo e la conferma che la Abramovič fosse veramente un oggetto passivo senza remore, la gente mise a nudo la propria natura: le tolsero i vestiti, la ferirono, la tagliarono, le infilarono le spine della rosa nella carne, ne succhiarono il sangue. Marina Abramovič non mosse ciglio, non protestò, non fece niente, se non piangere in silenzio. Lacrime che non smossero la coscienza di nessuno.

Anzi, un individuo prese la pistola, pronto a premere il grilletto. Furono i galleristi a fermarlo prontamente e a gettare l’arma fuori dalla finestra, per evitare la tragedia.

Alla fine delle sei ore, come previsto, Marina Abramovič tornò a essere una persona e si diresse verso il pubblico che tanto l’aveva maltrattata fino a pochi istanti prima.

Secondo voi, quanti ebbero il coraggio di guardarla negli occhi, dopo le sevizie commesse? Nessuno… Si allontanarono tutti in fretta e furia, lasciando la Abramovič sola, in faccia alla cocente delusione di aver constatato che l’umanità, anche di fronte a una scelta, mostra la sua vena selvaggia e maligna.

Stare qui a elencarvi tutti gli esempi artistici e letterari sulla cattiveria umana, è dispendioso e prolisso, considerato che l’intero concetto di narrazione di una storia e di espressione dell’animo si può fondare sugli archetipi di Carl Jung. Gli archetipi sono modelli simbolici universali facenti parte dell’inconscio collettivo che rappresentano gli aspetti fondamentali dell’esperienza umana.

Una storia non è una storia se non succede qualcosa di negativo al protagonista. Inizialmente, il personaggio principale, secondo tale concezione, presenta l’archetipo dell’Innocente, di colui che è ancora vergine dai mali del mondo. Ma per far sì che una storia prenda piede, deve arrivare il Male, che possa trasformarlo nell’archetipo dell’Orfano, ovvero quella condizione umana sintomo di un tradimento, di un abbandono, di un affronto, di un isolamento.

Esempio: se io vi dico che Torin Scudodiquercia era un nano nobile che viveva felicemente nel regno di Erebor sotto la Montagna Solitaria e che il suo popolo era famoso per scavare nella roccia, trovare gemme preziose, e che l’Arkengemma rappresentasse la pietra più grandiosa di tutte… beh questa non è una storia, è una descrizione. Diventa una storia quando aggiungo che il drago Smaug, che bramava l’oro più di ogni altra cosa, attaccò il regno dei nani e se ne impadronì, mangiando la sua gente come un lupo tra le pecore, e che dunque Torin doveva riconquistare il proprio trono.

Questo cosa insegna? Che per raccontare una vita, anzi LA vita in sé, c’è bisogno del Male.

La vita fa schifo? La vita è maligna? La Natura è maligna? Beh, certo che lo è… lo è in parte.

Come potremmo riconoscere ciò che è Bene, se non sappiamo cosa è Male?

Non c’è Sole senza Luna, non c’è Dolce senza Amaro, non c’è Luce senza Buio, non c’è Ordine senza Caos, non c’è Amore senza Odio.

Se non esistesse il Male, non staremmo qui a tirarci un colpo di fucile dietro l’altro, una bomba via l’altra, uno sterminio via l’altro. Staremmo tutti a cantare sotto l’arcobaleno, poveri in canna perché non avremmo neanche i soldi (e se avessimo le tuniche bianche indosso, sarebbe uno scenario molto alla “La cura del Benessere” o “Midsommar”… aiuto).

E invece, tra le varie visite guidate in giro per il mondo, noi aneliamo quelle nei musei delle torture! Ne esistono alcune che sfidano veramente qualsiasi concetto morale: come il toro di bronzo, di origine greca, una statua cava a forma di toro, appunto, in cui la vittima veniva bruciata viva e le cui urla fuoriuscivano sottoforma di muggito; lo scafismo, di origine persiana, in cui una persona veniva rinchiusa all’interno di una bara coperta di miele, alla mercé di insetti e sole; l’aquila di sangue (sempre per citare “Midsommar”), di origine vichinga, dove il torace veniva aperto e i polmoni estratti per sembrare delle ali spiegate.

Se l’essere umano non avesse una naturale predisposizione al Male, al sadismo e al macabro, credete che avrebbe progettato questi strumenti di tortura? Ho scritto un articolo in merito alla sadica attrazione verso il macabro e l’orrore, potete leggerlo cliccando qui.

Ma il Male serve proprio a questo? A capire e ad apprezzare maggiormente quando commettiamo atti di puro e semplice affetto e altruismo?

È quella cosa che crea, sì, i Cattivi, ma anche e soprattutto gli Eroi.

C’è una leggenda Cherokee che racconta di un bambino che chiede al nonno: «Nonno, perché gli uomini combattono?»

«Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, che sia da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.»

«Quali lupi, nonno?»

«Ci sono due lupi dentro ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, menzogna ed egoismo

«E l’altro?»

«L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede

«E quale lupo vince?»

«Quello che nutri di più.»

Ecco, questo è ciò che nasce dentro all’Uomo, che fin dal grembo materno fa parte del proprio animo. Tuttavia, l’Uomo non potrà mai essere totalmente Buono, ma solo totalmente Cattivo. Nella migliore e più auspicabile delle ipotesi, vivrà nell’equilibrio tra le due parti o, meglio ancora, sarà un Buono con attimi di sano egoismo.

È impossibile sfuggire al Male, perché è ciò che ci rende così meravigliosamente umani.

Lo diceva anche Socrate: «Il difficile non è evitare la morte, quanto piuttosto evitare la malvagità, che ci viene incontro più veloce della morte.»

Scritto da Camilla Marino

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