Ci sono storie che non andrebbero mai lette. Storie talmente oscure e sacrileghe da contenere i segreti del tempo e del cosmo. Scritti il cui inchiostro lacera le pagine con la stessa violenza del sangue che sgorga da una ferita aperta e la cui mano generatrice ha le sembianze di un arto scheletrico e necrotico, disgustosamente sgusciato fuori dall’Inferno, alla pari di un feto deforme e urlante che fa capolino nel mondo fuoriuscendo dalla carne di una madre morente…
E dopo questa intro, a mio avviso, molto macabra e scenografica come il mio stile narrativo al di là degli articoli, ecco spiegatovi di cosa voglio parlare oggi: di libri maledetti.
Ora, leggendo questo aggettivo così altisonante (“maledetto”), penserete, come è ovvio che sia, a tomi la cui nascita non solo è avvolta da un’aura di mistero, ma che sembrano essere stati elaborati direttamente dal Diavolo in persona, da demoni vari, da congreghe di streghe che danzano nude attorno al fuoco durante i loro sabbah.
E avreste anche ragione, poiché una parte dell’elenco che vi proporrò oggi sarà composta da questa tipologia di testi. In realtà, personalmente, uso questo tenebroso termine con un’accezione ulteriore, a mio parere ben più spaventosa. Mi riferisco, cioè, a quei libri che sono considerati in maniera figurata come appunto maledetti, che non possono essere letti non perché, una volta sfogliati, vi augureranno il male o vi lanceranno una fattura, ma perché i temi ivi contenuti risultano scomodi alla società: leggerli potrebbe essere controproducente per la propaganda di determinati partiti politici, per le istituzioni ecclesiastiche e via discorrendo su tutto ciò che detiene una sorta di potere “intoccabile”.
Avete capito bene: sto puntando il dito contro la censura e la cancel culture, due morbi capaci di corrodere il libero pensiero e la critica, in qualità di dibattito e crescita mentale.
“Camilla, ma il filo conduttore tra i libri maledetti e i libri censurati, lo vedi solo tu.”, potrebbe dire qualcuno. Effettivamente, il nesso metaforico e soggettivo attraverso la parola “maledetto”, risulta alquanto fumoso e superficiale.
Dunque, permettetemi di chiarire meglio, dando il via all’articolo.
Ormai è noto che ogni mio pezzo sia una diatriba che parte da lontano. In questo caso, la linea dello start e il conseguente colpo di pistola del via, ha inizio precisamente dal 1559.
Cosa successe quell’anno? Venne creato l’Indice dei libri proibiti, conosciuto anche in latino come Index librorum prohibitorum (leggendolo, sinceramente, mi è sembrato di pronunciare una formula di Miss Price nel meraviglioso classico cinematografico “Pomi d’ottone e manici di scopa”…).
Già il nome di questa famigerata lista pare più che esplicativo: trattasi infatti di un documento che indicava tutti quei titoli bocciati dalla Chiesa, la cui pubblicazione e lettura veniva osteggiata e condannata in ogni modo possibile. Indovinate chi ebbe l’idea di trascriverlo? Esatto, la Chiesa Cattolica, più nello specifico Papa Paolo IV.
L’organo predisposto alla gestione e all’aggiornamento continuo dell’Indice era la cosiddetta Congregazione dell’Indice, istituita da Papa Pio V nel 1571.
Qualsiasi opera considerata eretica, secondo i dettami del clero, doveva essere dunque inserita nel suddetto elenco e tacciata da qualsivoglia distribuzione.
Oggigiorno, questo Indice non esiste più, o meglio, esiste solo per i testi liturgici e legati al catechismo: venne abolito nel 1966 dalla Congregazione per la Dottrina della fede (per gli amici, la Santa Inquisizione, Dicastero istituito nell’anno 1542 da Papa Paolo III). No, non ho sbagliato a scrivere la data, l’Indice venne utilizzato fino a sessant’anni fa!
In realtà, il Clero non si svegliò una mattina del XVI secolo creando l’Indice così dal nulla: già nell’anno 325, con il primo Concilio di Nicea, la Chiesa vietò alcuni scritti, in primis quelli del teologo berbero Ario (vissuto tra il 256 e il 336), la cui dottrina, seppur cristiana, venne condannata come eretica.
Nel corso dei secoli, ci furono altri concili, che strinsero la morsa della censura attorno a tutto ciò che, secondo loro, non rispettava la loro posizione: il secondo Concilio di Nicea del 787 espresse chiaramente l’obbligo di consegnare tutti i libri vietati, al vescovo; il concilio di Tolosa del 1229 proibì ai francesi laici anche solo di possedere una copia della Bibbia; il concilio di Tarragona del 1234 mandò addirittura al rogo qualsiasi copia della Bibbia scritta in lingua volgare.
Mi sovviene una citazione più che azzeccata in merito, ma ve la menzionerò più tardi, quando mi concentrerò sul tema della censura.
Per ora, focalizziamoci sulla domanda: ma quali sono i testi contenuti in a questo Indice?
Come avrete intuito, la maggioranza erano opere scritte, comunque, inerenti al panorama religioso e cattolico, ma esistono tanti altri libri che, se all’epoca vennero censurati e oscurati, oggi sono considerati dei veri e propri classici studiati anche nelle scuole.
Il primo fra tutti: il “Decameron” di Giovanni Boccaccio, la cui prima edizione risale al periodo compreso tra il 1349 e il 1353. Considerato come uno dei capolavori del Trecento e il capostipite degli scritti in lingua volgare, il “Decameron” è suddiviso in cento novelle raccontate da un gruppo di dieci giovani, tra ragazze e ragazzi, nel corso di dieci giorni, mentre cercano di sfuggire al contagio della peste nera che stava mettendo in ginocchio Firenze nel 1348, rifugiandosi in campagna.
Ogni giorno, viene eletto un “re” o una “regina” che sceglie il tema su cui ruoteranno le novelle.
Lo spirito giovanile, crudo e vivido delle sudette che parlano di satira sociale, amore, dolore e lussuria, generarono molte polemiche da parte della Chiesa.
Così come furono generate dal mai citato abbastanza “Il Principe” di Nicolò Macchiavelli del 1532. In realtà, il famoso titolo fu assegnato postumo: l’originale in latino era “De Princibatus” (letteralmente “Sui Principati”). Più volte ve l’ho nominato e più volte vi ho esplicato che si tratta del più importante saggio politico della storia, che mette in luce i meccanismi di manipolazione, i giochi strategici e di potere che servono per brillare nel mondo della politica.
Fu proprio la sua natura machiavellica (è il caso di dirlo) a renderlo pericoloso e degno dell’Indice (cliccando qui, trovate un articolo in cui ne approfondisco le tematiche).
E sempre discorrendo di politica, non poteva non figurare nell’Indice anche il “Monarchia” (o “De Monarchia”) di Dante Alighieri, del 1312-1313. Il sommo poeta decise di mettere per iscritto la sua volontà di un ordine mondiale costituito da una stretta alleanza tra Impero e papato, nel quale le due entità potessero collaborare tra loro. Sebbene egli descrivesse il Papa come una figura di riferimento e verso cui occorreva comunque “inchinarsi”, l’istituzione ecclesiastica non vide di buon occhio la sua posizione.
Sul podio troviamo anche “L’Origine della specie” di Charles Darwin, datato 1859, un resoconto degli studi del più grande biologo e naturalista mai esistito. Conosciamo tutti i risultati delle sue ricerche e la teoria della selezione naturale, secondo la quale (detta in maniera “ruspante”) sopravvivono solo gli organismi che meglio si adattano all’ambiente circostante, evolvendosi geneticamente. Qualcuno di voi avrà già fatto due più due e avrà capito il motivo per cui questo saggio venne bandito dalla comunità ecclesiastica: le osservazioni e le scoperte di Darwin andavano contro la teoria universalmente riconosciuta come creazionismo, una corrente per cui ogni essere vivente è stato creato da Dio, dunque intriso di perfezione e santità. Fu per questo escluso da diverse cerchie, seppur valutato come un manoscritto rivoluzionario e affascinante.
Solo a me fa abbastanza ridere (non me ne vogliate, cattolici) il fatto che un ipotetico prete, leggendo tale esposizione, rinnegasse la teoria dell’evoluzione e la additasse come qualcosa di blasfemo e improbabile? E che pochi minuti dopo, magari, celebrasse messa “bevendo e mangiando il sangue e il corpo di Cristo”? La fiera dell’assurdo.
Per non parlare dello scalpore che generò “Elogio alla Follia” di Erasmo da Rotterdam, del 1511. In questo volume è la Follia stessa a parlare, elaborando un monologo sulla bellezza della vita e su quanto la Pazzia (intesa come essere divino, figlia del dio della ricchezza e della dea della giovinezza) sia la chiave per la felicità dell’essere umano. Alla Chiesa faceva storcere il naso già il concetto di Follia come divinità, ma ciò che non andò giù e che relegò l’opera nell’Indice (nonostante il grandioso successo che ebbe già a quel tempo), fu una parte della folle disputa che criticava la corruzione presente in alcune pratiche della Chiesa cattolica romana.
Anche gli scritti puramente filosofici non furono esenti da questa condanna: posso citare il “Discorso sul Metodo” di Cartesio, risalente al 1637. Per farvi capire in pochi cenni di cosa tratta questo libro, eccovi il titolo in versione estesa: “Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, et chercher la verité dans les sciences Plus la Dioptrique, les Meteores, et la Geometrie qui sont des essais de cet Methode”, traducibile letteralmente come: “Discorso sul metodo per un retto uso della propria ragione e per la ricerca della verità nelle scienze più la diottrica, le meteore e la geometria che sono saggi di questo metodo”.
Dunque un elaborato sull’analisi scientifica fondata sul concetto di astrattezza del sapere, dove la dubitazione sistematica risulta un tassello basilare per il pensiero razionale.
E a quanto pare, “razionale”, “scienza” e soprattutto “dubbio”, è una triade di parole molto scomoda per il Clero (non che ci sia da stupirsi a proposito).
E infine, ecco che nell’Indice compare anche “Il Novellino” di Masuccio Salernitano, del 1476, altro racconto scritto sottoforma di novelle che, a differenza delle altre produzioni toscane, sfrutta i latinismi e la parlata napoletana. Novelle che descrivono, un po’ come nel “Decameron”, l’amore, la lussuria e le tematiche umane e sociali che non piacevano particolarmente alla Chiesa.
Ora, avrete capito l’andazzo e quali fossero gli scritti non accettabili da parte del clero. È tuttavia curioso come alcuni componimenti ricordati come maledetti e blasfemi non compaiano in questo infausto elenco.
Come il Codex Gigas, vale a dire il più grande manoscritto medievale esistente. Una leggenda gravita attorno a questa immensa creazione redatta nel 1229. Si dice che sia stata prodotta da Herman il Recluso, un monaco del monastero benedettino di Podlažice vicino a Chrudim, in Repubblica Ceca. L’uomo, dopo aver infranto i propri voti, venne condannato a essere murato vivo, ma egli suggerì una soluzione: se in una notte avesse scritto un’opera monumentale, contenente l’intera conoscenza umana, gli sarebbe stata risparmiata la vita. Il monaco si mise immediatamente al lavoro, ma si rese presto conto dell’impossibilità dell’impresa. Chiese quindi aiuto al Diavolo, che accettò di dargli una mano in cambio della sua anima immortale. Il monaco, per ringraziarlo, inserì nel testo un’illustrazione a pagina intera di Satana. Il ginormico manoscritto è conosciuto anche come Bibbia del Diavolo, proprio a causa della suddetta immagine e per il fatto che quelle pagine non sono altro che un compendio biblico, apostolico e giudaico.
Tra i manoscritti arcani e oscuri, figura anche il Manoscritto di Voynich, noto ai più come il libro più misterioso e indecifrabile al mondo!
Su di esso ho fatto un reel che potete visualizzare cliccando qui. Vi ricordo altresì che sulla pagina Instagram della testata potete trovare recensioni di film, libri e curiosità artistiche in generis.
Tornando al discorso biblico, sappiate che nel XX secolo è stata scoperta l’esistenza del Vangelo di Giuda, un vangelo apocrifo e agnostico che venne creato tra il 130 e il 170 d.C.
Se i Vangeli canonici sono il veicolo di informazione e di insegnamento per i seguaci di Cristo, il Vangelo di Giuda lo era per la cosiddetta setta dei Sethiani (o Seziani), che non venerano il dio egizio Seth (come potrebbe suggerire falsamente il nome), ma che fanno parte della stirpe di Set, cioè il terzo figlio di Adamo (pensavate che gli unici due figli di Adamo ed Eva fossero Caino e Abele? Eh no, lui ed Eva non sono andati mai in ferie e hanno generato un numero di figli compreso tra i 14 e i 140! Sapete, la Terra era grande da popolare per intero… Eva, potevi dire almeno una volta “Amore, stasera no, ho mal di testa”). Anche i Cainiti (o Caianiti), cioè un gruppo che credeva che il Dio del Vecchio Testamento fosse inferiore al Dio Supremo, ricorrevano al Vangelo di Giuda.
Qui viene proposta una versione del rapporto tra Gesù e l’apostolo traditore per eccellenza: secondo quanto scritto nel Vangelo, Giuda non tradì affatto il figlio di Dio, anzi lo denunciò su richiesta di quest’ultimo. Gli altri apostoli sarebbero stati incapaci di comprendere la vera natura della religione, ma non Giuda. Fu lui il prescelto di Gesù, colui che lo avrebbe condotto sulla croce per liberarlo dalla sua forma corporea. Lo scritto venne rinvenuto nel 1978 da un contadino egiziano tra i dirupi di Jebel Marara, nella provincia di Al Minya. In realtà, il testo fa parte di una composizione più ampia, nota come Codex Thacos, un papiro ultimato nel II secolo che comprende altresì la Prima Apocalisse di Giacomo e la Lettera di Pietro a Filippo.
Ecco dunque spiegato perché un’opera simile, che contesta direttamente i testi rappresentativi della Chiesa, non sia mai comparsa nell’Indice dei libri proibiti: semplicemente, è stato ritrovato dopo l’abolizione del suddetto Indice.
Parlando di Egitto e di libri maledetti, non posso non menzionare i Libri di Thot, la cui posizione è tutt’oggi sconosciuta. Trattasi di 42 volumi nei quali sono inscritti i misteri del cielo, gli eventi planetari e celesti e una miriade di profezie. Il mito che gli gravita attorno racconta che il faraone Tolomeo II (308 a.C. – 246 a.C.), chiese al suo sommo sacerdote di consultarli, ma questi erano stati seppelliti insieme al principe Naneferkaptah, personaggio che compare nella storia fantastica del III secolo a.C. “Storia di Setne e del Libro di Naneferkaptah”.
Si dice che solo i sacerdoti potessero consultare i libri di Thot e che la conoscenza che fornivano fosse talmente tanto profonda che chiunque riuscisse a comprenderla e maneggiarla, veniva nominato “Capo della casa dei libri”. Forse, senza saperlo, il mondo odierno ha una vaga idea delle immagini all’interno di quei libri, poiché si vocifera che le carte dei tarocchi si basino su di esse.
Nonostante lo scrittore fenicio Sanconiatone abbia affermato di essere entrato in possesso di una parte di questi volumi, essi non sono ancora stati ritrovati. Si suppone siano collocati in una camera segreta sotto la Sfinge o nell’intricato e labirintico complesso di cunicoli e stanze sotto la Piramide di Giza. La Chiesa, con il suo Indice, non poteva certo preoccuparsi di un insieme di manoscritti perduti…
Così come non si preoccupò dell’”Aradia, o Vangelo delle Streghe”, redatto nel 1899 da Charles Godfrey Leland e la cui prima edizione italiana venne pubblicata circa un secolo dopo, nel 1994.
Nel 1890, Leland entrò in contatto con la tradizione stregonesca italiana, per la precisione quella toscana, grazie alle informazioni fornite da una discendente di queste tradizioni, una strega chiamata Maddalena dallo scrittore. Si può dire che, in realtà, l’opera non sia stata scritta interamente da Leland, poiché fu proprio Maddalena (la cui vera identità è riconducibile a Margherita Taleni o Zaleni) a procurarsi il Vangelo e a consegnarlo allo scrittore.
Il nome Aradia deriva dalla figlia della Regina delle Streghe Diana. Quest’ultima, con il suo consorte Sole, generò Lucifero che sedusse a sua volta trasmutandosi in gatto. Da questa unione venne al mondo Aradia.
Le “streghe” non erano nient’altro che ex schiave ribellatesi ai propri padroni, donne che volevano essere libere. Per questo, Diana inviò sulla Terra sua figlia Aradia, in modo da insegnare loro le arti della stregoneria, per “distruggere la malvagia stirpe degli oppressori”.
Per la prima volta nella storia, non era un’entità maschile a generare e governare l’Universo e gli uomini, ma era una donna!
Il Vangelo delle Streghe è ancora oggi riconosciuto come il testo di culto per eccellenza per chi pratica il neopaganesimo, la Wicca e la Stregheria.
La sua pubblicazione tardiva lo tenne al sicuro dall’inquisizione dell’Indice.
Ora, se pensate che io mi sia focalizzata sull’Indice dei libri proibiti perché l’unica autorità in grado di censurare e bandire libri scomodi, vi informo che state peccando di ingenuità, soprattutto se siete convinti che questa pratica non sia tipica dei giorni nostri. Il politically correct arrivato a livelli deliranti e la cancel culture sono temi scottanti e sempre attuali, su cui ho scritto un articolo che potete leggere cliccando qui.
Dovete sapere che anche l’opinione pubblica e la politica entrano a far parte del gioco della censura e della manipolazione culturale.
“Madame Bovary”, il romanzo più celebre dello scrittore francese Gustave Flaubert, pubblicato nel 1857, ha come protagonista Emma Bovary, appunto, che per sfuggire alla noia e alla banalità della vita di provincia, comincia a instaurare relazioni con diversi uomini e a vivere in un modo che certamente non si confaceva a una signora di quel tempo.
I pubblici inquirenti del Secondo Impero accusarono Flaubert e l’opera di oscenità e immoralità, tanto che l’autore dovette affrontare un processo, dal quale uscì fortunatamente indenne.
Il concetto di immoralità toccò anche il poeta Charles Baudelaire con la sua raccolta “I fiori del male”, anch’essa risalente al 1857. Già il titolo lascia presagire i contenuti di queste liriche, con un focus su tematiche scabrose e controverse. Eppure, fu una categoria di poesie in particolare a scandalizzare il pubblico: quelle inerenti all’amore omosessuale tra due donne. Le due più di spicco sono “Lesbos” e “Femmes Dannées” (“Donne dannate”).
Il romanzo “Ulisse” di James Joyce, la cui prima edizione risale al 1922, narrante un’unica giornata di un gruppo di abitanti di Dublino e ricordato come il vero grande precursore della letteratura moderna, fu vittima di pesantissime critiche e censure, sempre collegate al discorso dell’oscenità. Furono così tanti gli ostacoli che dovette superare, che l’opera subì parecchi ritardi nella sua pubblicazione, oltremodo in alcuni Paesi come Italia e Irlanda, dove arrivò solo negli anni ’60.
Un altro grande classico, “Frankenstein” di Mary Shelley (il cui titolo originale è “Frankenstein o il moderno Prometeo”), del 1818 e giunto in Italia nel 1944, venne ampiamente censurato in Sudafrica, a causa delle sue tematiche macabre, inquietanti e a loro modo sovversive nei confronti della società.
Le bestemmie e gli insulti razziali (pertinenti alla trama, naturalmente) diedero del filo da torcere anche al romanzo breve di John Steinbeck, “Uomini e topi”, del 1937, i cui protagonisti sono due tramp statunitensi (un termine per descrivere i girovaghi degli anni Trenta) che vanno di fattoria in fattoria cercando lavoro. Fino al 2007 non fu disponibile in diversi Paesi, compresa l’Irlanda.
E che dire de “La fattoria degli Animali” di George Orwell, del 1945? Una metafora della concezione sociale e politica dell’essere umano, dove gli animali decidono di ribellarsi al fattore per creare una comunità libera e felice basata sul fondamento “Tutti gli animali sono uguali”. Questa frase, tuttavia, si trasformerà mano a mano in “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, con un finale che definire iconico è riduttivo.
Proprio per la sua natura politica e a suo modo realista e accusatoria, il romanzo è ancora vietato in Kenya, Emirati Arabi, Cuba e Cina.
Sapete cos’altro hanno vietato in Cina? Non ci crederete mai: “Alice nel Paese delle Meraviglie”, di Lewis Carroll, del 1865. La giustificazione? Gli animali parlanti e antropomorfi potevano essere un cattivo esempio per i bambini.
Eh già, perché non sia mai che l’infante che legge “Alice nel Paese delle Meraviglie” non diventi un appassionato del genere furry, da grande…
Stesso discorso vale per “La tela di Carlotta”, romanzo di Elwin Brooks White del 1952. Sì, ma a censurarlo non furono i cinesi. Fu una scuola del Missouri nel 2006. Ditemi voi…
Così come “Il meraviglioso mago di Oz” di L. Frank Baum, del 1900 e la sua storica controparte cinematografica “Il mago di Oz” di Victor Fleming, del 1935, risultavano troppo indecorosi, specialmente per le signorine degli Stati Uniti: la piccola Dorothy poteva essere un modello da seguire troppo rischioso. Sebbene si trattasse di una bambina, era decisamente troppo intraprendente e impavida per quel tempo. Una bambina intrepida diventa automaticamente una donna intrepida.
E nemmeno il primo capitolo della saga di “Harry Potter” fu esente da cotanto fanatismo, asserendo che inneggiasse alla stregoneria, esattamente come il romanzo illustrato “Nel paese dei mostri selvaggi”, pubblicato nel 1963 per mano di Maurice Sendak.
Ah anche i classici di Roald Dahl per l’infanzia sono stati censurati, ma di quella storia ve ne parlo meglio nell’articolo che potete leggere cliccando qui.
Arrivati a questo punto, alla fine di questo lungo elenco, posso dirvi la citazione venutami in mente nel corso delle mie ricerche sulla censura perpetrata da parte dell’Indice dei libri proibiti: “La stampa ucciderà l’architettura”. È una frase presa direttamente da “Notre-Dame de Paris”, capolavoro intramontabile di Victor Hugo del 1831.
Nello specifico, è un’affermazione profetica inserita nel capitolo “Questo ucciderà quello”, dove l’autore si dilunga (come spesso accade in questo meraviglioso romanzo) in un’elucubrazione sulla cattedrale più famosa al mondo, osservandone e descrivendone i dettagli fino al minimo particolare, sviscerando il mondo quattrocentesco che la circonda.
Questa espressione viene scritta quasi come fosse un monito e in essa è racchiusa una constatazione importantissima: l’invenzione della stampa ha cambiato completamente il modo di pensare comune.
La dissertazione afferma che prima della stampa, gli unici due modi per veicolare l’informazione erano due: la tradizione orale e l’architettura.
Se la prima, col tempo, poteva andare perdendosi, la seconda certamente no. Gli edifici sono la testimonianza fisica di epoche passate, sono la rappresentazione visiva dei bisogni e dei pensieri del popolo, sono narratori silenziosi di dogmi e dottrine ancestrali.
E quali sono le opere architettoniche per eccellenza? I luoghi di culto, per noi cristiani, le chiese, le cattedrali, le abbazie.
Con l’avvento della stampa, le cose sono cambiate: l’importanza dell’architettura come mezzo di comunicazione impallidisce e crolla di fronte alla velocità e all’immediatezza della stampa, dove le pubblicazioni vengono viste quasi come una dimostrazione della sempre maggiore pigrizia umana.
Per quanto mi dolga, poiché l’invenzione della stampa è stata una delle più grandi e magnifiche pietre miliari della nostra storia, devo concordare almeno parzialmente con Victor Hugo. Apro una piccola parentesi, prima di continuare, per esporvi brevemente la sua origine: venne introdotta per la prima volta nel 1041 in Cina da Bi Sheng, che inventò i caratteri mobili in terracotta, i quali riproducevano i testi sulla carta. In Europa, secoli dopo, Johannes Gutenberg nel 1455 realizzò i caratteri in metallo, con una lega formata da piombo, antimonio e stagno. Gutenberg li allineava singolarmente formando una pagina cosparsa d’inchiostro, pressata poi su un foglio di carta.
Ma alla fine, tornando al concetto precedente, cosa c’entra con l’articolo?
Come ho già accennato, la riflessione avviene mentre l’arcidiacono Frollo osserva un libro e la cattedrale: ho detto sopra che la materia architettonica è stata promulgata soprattutto attraverso la costruzione di luoghi di culto, molti dei quali cristiani; ne consegue, quindi, che asserendo che la stampa avrebbe ucciso l’architettura, indirettamente e forse anche inconsapevolmente, avrebbe ucciso anche la Chiesa.
I libri, per la Chiesa, per la politica, per qualunque potere forte, sono l’arma sì più utile, ma anche la più pericolosa che esista al mondo, proprio perché comunicano direttamente al popolo, a volte indottrinandolo sono facilmente riproducibili e reperibili.
Attraverso la stampa, si può mettere per iscritto qualunque accusa, qualunque riserbo, qualunque dubbio, dottrina, argomentazione, confutazione, menzogna, verità… Insomma, è il vessillo del libero pensiero.
Non a caso, nel film “Codice Genesi” del 2010, per la regia dei fratelli Huges, con Denzel Washington, Gary Oldman e Mila Kunis, ambientato in un futuro post apocalittico, l’antagonista sta cercando un libro che gli permetterà di dominare su tutto. E questo libro, altri non è che la Bibbia…
Qual è un insegnamento, anzi un consiglio, che viene spesso dato ai giovani e che diventa tragico quando viene ignorato? Leggere. Leggere tanto, leggere qualsiasi cosa, che sia anche la carta del prosciutto (come dice mia madre), che sia un articolo di giornale, che sia un romanzo fantasy, che sia un fumetto, che sia una fiction storica o che sia un saggio di qualche tipo.
Non sono solo il sapere e la conoscenza che vengono ricavati da quelle pagine, ma è ciò che la conoscenza porta con sé: l’apertura mentale, la libertà di pensare, di scegliere e anche di insorgere e ribellarsi.
Non è stata solamente l’istituzione ecclesiastica ad appiccare il fuoco per cancellare le tracce cartacee che raccontavano una verità diversa da quella che essa aveva scelto.
I roghi più tristemente noti sono i cosiddetti Bücherverbrennungen, traducibili letteralmente come “roghi di libri”, eseguiti durante il dominio della Germania nazista. Escogitati da un’associazione studentesca nazista, la Deutsche Studentenschaft, questi falò servivano per bruciare qualsiasi opera non conforme all’ideologia del Terzo Reich. Il più grande ebbe luogo il 10 maggio del 1933 nell’Opernplatz di Berlino.
Se in quel contesto, vennero arsi tutti gli scritti di natura anti-nazista, comunista, marxista, pacifista e anche autori anti-nazisti in generale (come i trattati scientifici di Albert Einstein), la biblioclastia è stata adottata anche in contesti odierni e tutto il contrario di dittatoriali.
Nel 2023, il senatore repubblicano statunitense William Eigel ha diffuso fieramente un video su Twitter in cui lui e un gruppo di persone, con lanciafiamme alla mano, davano fuoco all’”intera agenda liberale”, come l’ha definita lui.
Le tematiche affrontate nelle vittime letterarie del fuoco? Il sesso, la sessualità, il discorso LGBTQ+ e il razzismo.
Stavano letteralmente cancellando il lato scomodo della cultura e della storia.
Nell’anno odierno 2025 non sembra siano avvenuti episodi di biblioclastia, ma dal 2021 a oggi, negli USA, i casi di “book bans”, cioè di “libri messi al bando”, sono stati ben 16 mila!
Sto lasciando perdere i contesti geopolitici orientali e africani perché in quei luoghi l’assenza di libertà non è solo verso la stampa, perciò elencare i divieti in merito risulterebbe lapalissiano.
Stiamo veramente assistendo a fatti degni del romanzo distopico “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury (classe 1953)? Dove l’istituzione dei “pompieri” è incaricata di dare alle fiamme qualsiasi libro?
Cancellare anche solo una parola di un qualsiasi scritto è uno stupro alla libertà di espressione.
Ma è così che si tiene soggiogato un popolo. Togliendogli l’istruzione, togliendogli i libri, togliendogli pertanto la capacità di pensare. È ostacolando la crescita del sapere che si azzera l’identità, l’individuo, rendendo ogni persona un prodotto in serie, dando vita a masse senza volto.
Omologazione: questa parola mi ha sempre fatto molta paura. Omologarsi agli altri, diventare uguale agli altri, come un automa che non sa dove altro girarsi se non nella direzione che gli è stata imposta, inculcata.
È quello che succede quando i libri spariscono, quando il materiale di studio viene sostituito da quello scelto ed elaborato da un determinato partito o da una determinata religione, quando i giornali vengono inquinati dai dogmi.
E anche la ferrea convinzione che la lettura di articoli “fast food” sia automaticamente uguale a conoscenza, non aiuta di certo, visto che viviamo nell’epoca dell’ignoranza travestita da onniscienza (ho scritto un articolo in merito che potete trovare cliccando qua).
Un’ondata di persone è più facile da manipolare attraverso il pensiero comune dettato da una censura e da una conseguente narrazione fallace, piuttosto che poche persone che sanno, che hanno letto ed elaborato.
Il dito puntato contro i libri, la mano di chi li scaglia nel fuoco, la voce di chi corregge secondo i propri comodi. Il dito, la mano, la voce, sono di un lupo travestito da pastore e chi fa finta di niente, fa parte del gregge di pecore. No, non è un lupo a uccidere sempre le pecore, ma è il pastore che le guida ingannevolmente al macello.
Ecco perché la censura è uno dei cancri della società globale. Concludendo, condivido le parole di Napoleone III di Francia: “Non leggo mai i giornali al mattino, perché stampano solo quello che voglio io.”
