Più volte, in passato, ho asserito che stiamo attraversando un periodo storico segnato da una moltitudine di conflitti in tutto il mondo. Come ho scritto nel mio ultimo articolo (che potete leggere cliccando qui), sono più di 100 gli atti di guerriglia in tempo reale sparsi per il globo, ma come al solito, l’occhio di bue dell’Occidente si focalizza solo su alcuni di essi, quelli che compiacciono i nostri “interessi del momento”, per così dire. In tal senso, la nostra attenzione si è concentrata sinora sulla guerra tra Russia e Ucraina e quella tra Israele e Palestina (di cui vi ho parlato in quest’altro articolo).
Ora, probabilmente, il nostro sguardo si sposterà sulla faida tra Pakistan e Afghanistan, ma non è detto, perché spesso l’opinione pubblica è condizionata dalle notizie messe in evidenza dai mass media, che attraverso la creazione di “camere d’eco” o la selezione di alcuni contenuti, influenzano e favoriscono l’omologazione culturale, erodendo il pensiero critico, sfruttando anche un’ignoranza comune travestita da onniscienza (in merito ho scritto un articolo, che potete trovare cliccando qui).
In realtà, sono tanti i sanguinosi contrasti che accadono sotto i nostri occhi e che noi, tappandoci le orecchie un po’ per non-conoscenza e un po’ per ipocrita comodità, non sentiamo nemmeno. Ci risultano lontani, come se non ci concernessero. La loro risonanza mediatica ha lo stesso suono di un martello che colpisce con poca veemenza uno spesso panno di cotone: un suono sordo e inconsistente.
Eppure, ogni giorno, migliaia di persone rischiano e perdono la vita sotto i colpi di qualche machete o mitra.
E ho intenzione di parlarvi di ognuno di questi cruenti accadimenti, che tanto risultano “insignificanti” nel corso della nostra vita quotidiana, forse terribilmente scontati, visto il vigliacco e non-detto pensiero collettivo: “Ma tanto lì si fanno la guerra continuamente, è quasi normale”. E sono stereotipi come questo a far sì che la nostra Terra sia un perenne campo di battaglia che continua a sanguinare. O forse, come ho detto in un altro mio scritto (che potete trovare qui), l’Uomo e la guerra sono un binomio inseparabile, quasi come uno stimolo per l’evoluzione (o involuzione?).
Oggi vi parlo della guerra in Congo, uno scontro bellico così violento che potrebbe degenerare in una Seconda Guerra Mondiale d’Africa.
In questa porzione del “continente nero”, lo scontro è stato avviato dal gruppo armato M23, che sta compiendo stragi su stragi e i cui membri continuano a usare lo stupro delle donne come un’arma sia fisica che psicologica.
Ma per poter rispondere a domande come “cosa sta succedendo in Congo?”, “quali sono le ragioni dietro la discordia?”, “che cos’è l’M23?”, occorre prima fare un lungo passo indietro nel tempo e tornare al 1994, quando ebbe luogo l’atroce genocidio nel confinante Stato del Ruanda. Ho già scritto un articolo in merito, che potete trovare cliccando qui, perciò non mi dilungherò in dettagli sulla questione. Farò un semplice riassunto di poche parole: in quel Paese, la popolazione è suddivisa principalmente in tre gruppi etnici; di questi, ci “interessano” gli Hutu e i Tutsi che, per ragioni identitarie e razziali, quell’anno furono protagonisti di un vero e proprio massacro perpetrato dagli estremisti Hutu nei confronti dei Tutsi e di qualsiasi altro Hutu moderato, in quello che è considerato ufficialmente come un genocidio.
E fu in questo scenario che entrò in gioco il Congo, allora conosciuto come Zaire, ospitando circa 800 mila rifugiati ruandesi tra Tutsi e Hutu. Attenzione: qui si parla della Repubblica Democratica del Congo, non della Repubblica del Congo. Sono due Stati confinanti, ma ben distinti, con un passato diverso. La Repubblica del Congo faceva parte delle colonie francesi, la sua capitale è Brazzaville ed è indipendente dal 1960. La Repubblica Democratica del Congo, in guerra civile da quasi trent’anni, invece, era una colonia belga, anch’essa indipendente dal 1960, con capitale Kinshasa. Per comodità, in questo articolo, mi riferirò alla RDC con la parola Congo.
Il presidente ruandese Paul Kagame, che prese il comando a Kigali (capitale del Ruanda) e che ancora oggi rimane il capo di Stato in quella che si può definire a tutti gli effetti come un’autocrazia, mano a mano che il tempo passava, vedeva con sempre più sospetto le tendopoli di profughi dello Stato vicino. Egli temeva infatti una possibile e imminente insurrezione da parte degli Hutu sopravvissuti e ivi stanziati.
Questo pensiero fisso lo portò a organizzare una rivolta, coinvolgendo i Tutsi congolesi e istituendo l’Alleanza delle Forze Democratiche di Liberazione (AFDL), capitanata dal rivoluzionario congolese Laurent Désiré Kabila. Ebbe così inizio la prima guerra congolese, che durò pochi mesi tra il 1996 e il 1997. L’AFDL prese il controllo della capitale Kinshasa e lo stesso Kabila si autoproclamò presidente, sostituendo il regime del generale Mobutu.
La parola “democratico”, personalmente, in questo contesto, ha la stessa valenza di un ossimoro, considerato che l’intera operazione ebbe come risultato la morte di quasi 300 mila profughi Hutu (ho scritto un articolo sul concetto dell’ossimoro della democrazia, cliccate qua per leggerlo). Insomma, il Ruanda e i congolesi dalla sua parte, risposero al genocidio con un altro genocidio!
E come la storia insegna, in casi come il suddetto, la pace non poteva perdurare più di un battito di ciglia: Kabila aveva paura che i congolesi potessero adirarsi del fatto che tra le più alte cariche di Stato fossero presenti diversi ruandesi. Fu per questo motivo che Kabila divenne un Giuda e voltò le spalle ai suoi ex compagni d’armi che, dal canto loro, ovviamente, non la presero molto bene.
Kagame se la legò al dito, per usare una metafora e decise di ribattere con l’invasione del Congo attraverso un esercito ombra, dando il via alla seconda guerra congolese, ricordata ai posteri come la Prima Guerra Mondiale d’Africa, poiché questa mossa militare vide coinvolte non solo queste due parti, ma anche il vicino Uganda, lo Zimbabwe, l’Angola, il Ciad, il Sudan e la Namibia. Un ginepraio degno di tale nome, che cominciò nel 1999 ed ebbe fine nel 2003. In tutto ciò, Kabila venne ucciso da una delle sue guardie del corpo nel 2001 e gli succedette il figlio, Joseph Kabila (oggi rimane un generale, mentre il Presidente dell’RDC odierno è Félix Thsisekedi).
Dal 2003 al 2006, vi fu una sorta di silenzio stampa. Un silenzio interrotto dalla nascita del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), creato dal generale tutsi Laurent Nkunda, colui che si professava come l’unica personalità capace di proteggere la sua gente dagli attacchi hutu. Questo gruppo armato non era stato generato propriamente “a caso”, da un timore o da un sospetto: ancora oggi, in Congo, i Tutsi congolesi rimangono una minoranza che non è vista con chissà quale occhio di riguardo e i cui membri vengono definiti in maniera dispregiativa come “ruandofoni”.
Nel 2009, per la precisione il 23 marzo, tuttavia, venne siglato un accordo di pace tra la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il gruppo armato.
Tra i punti fondamentali del documento figuravano:
- Cessazione immediata delle ostilità
- Ritiro delle truppe e cessazione del sostegno ai gruppi armati
- Disarmo e reintegrazione delle milizie non statali nelle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo
- Meccanismo congiunto di sicurezza entro i 30 giorni dalla firma
- Cooperazione economica regionale
Ed eccoci giunti a uno dei tasselli definitivi atti a capire cosa stia accadendo in questo momento.
Anni dopo la firma, nel 2012, una fazione ribelle del CNDP guidata da Bosco Ntaganda e Sultani Makenga ritenne che i termini dell’accordo di pace non fossero stati in alcun modo rispettati dall’RDC, nonostante nessun guerrigliero del CNDP si fosse realmente integrato nelle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo, uno dei punti stilati, come ho appena scritto. D’altro canto, lo Stato non mantenne la promessa dell’aumento dei salari…
Il malcontento da parte dei ribelli (nelle cui file c’erano e ci sono anche militari ruandesi) fu la ragione per cui nacque il già citato M23, vale a dire un gruppo armato il cui nome prende spunto dalla data del patto di pace non rispettato (il 23 marzo, appunto).
L’M23 conquistò dunque la città di Goma, la capitale della regione congolese del Nord Kivu, ma fu costretto alla resa dopo un altro accordo attuato con il governo.
Ciononostante, non bastò comunque! Complice un riavvicinamento “pericoloso” tra Kinshasa e Kampali (la capitale dell’Uganda), il Ruanda gettò benzina sul fuoco e l’M23 tornò in azione nel 2021, sempre utilizzando Goma come punto strategico e, da lì, disseminando il terrore in quasi tutto lo Stato.
Ecco cosa sta avvenendo adesso in Congo… ma è davvero tutto?
Questa che vi ho appena esposto è la parte, diciamo, “ufficiale” della vicenda.
L’attivista di origine congolese John Mpaliza, ex ingegnere informatico e portavoce della rete Insieme per la pace in Congo, rilasciando un’intervista a La Via Libera, ci racconta una realtà dei fatti che, ancora una volta, conferma che qualsiasi conflitto bellico trova la sua motivazione nella smania di potere da parte dell’Uomo, a prescindere da qualsiasi nazione provenga.
In effetti, non vi ho ancora menzionato un fattore molto importante: l’annosa faccenda delle risorse minerarie.
La regione del Nord Kivu è ricchissima di minerali preziosissimi per l’Occidente, soprattutto per quella che è la tanto anelata svolta green: tra le pietre preziose, infatti, figura, oltre all’oro, al cobalto, al tungsteno e al litio, anche il coltan (columbo-tantalite), indispensabile per l’ottimizzazione del risparmio energetico dei chip elettronici, che si possono trovare anche nei nostri smartphone e in tutto il panorama high-tech.
E il Ruanda, osservando le miniere congolesi, non poteva che sentire il *DING* del registratore di cassa nella propria testa, visto e considerato che quelle terre sono un vero e proprio paradiso per le multinazionali estrattive. Attualmente il suo patrimonio minerario è un terreno di scontro per le grandi potenze del tech, come la Cina, che controlla, per esempio, circa l’80% della produzione totale di cobalto congolese. Altresì la maggior parte dell’estrazione dell’uranio è in mano allo Stato del Dragone. Ma anche USA e UE non sono da meno.
Ritornando alle parole di Mpaliza, ci spiega che l’M23 non è affatto un gruppo di ribelli casuali, non sono degli “scappati di casa” e nemmeno nascono dalle ceneri del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo. Trattasi invece di un gruppo militare super organizzato e addestrato, il braccio dell’Alleanza del Fiume Congo, gruppo politico-militare comandato da Corneille Nangaa, ex presidente della commissione elettorale congolese in esilio in Kenya.
Non solo: chi è che addestrerebbe i membri dell’M23? Non è ancora ovvio? Il Ruanda. “Si dice M23, ma si legge Ruanda”, continua Mpaliza sempre nell’intervista a La Via Libera (febbraio 2025), asserendo che l’M23 non sia altro che un proxy. In gergo militare, la locuzione “proxy” indica una “guerra per procura”, in cui due potenze non combattono direttamente tra loro, ma tramite terze forze opposte in uno scontro armato. In aggiunta, il proxy, in questo contesto, è la forza sfruttata proprio da una o l’altra potenza.
Ma quali sono le prove che possono confermare che la guerra che sta avendo luogo in Congo non fondi le proprie ragioni su una questione tribale, ma sia al contrario una guerra economica e mineraria?
I numeri. I numeri sono una prova: conoscete la quota di esportazione del coltan in Congo? Nel 2023 è stata pari a 1918 tonnellate. E il Ruanda? Ne ha esportate 2070 di tonnellate. Quindi il Ruanda si conferma il primo esportatore al mondo di coltan: perché mai dovrebbe mettere le mani sulle miniere in Congo se già “sta da favola”? Semplice: perché, in realtà, in Ruanda, non c’è neanche un sassolino di coltan! Quella cifra sarebbe stata completamente depredata dallo Stato confinante, anche per rispettare l’accordo economico stipulato nel 2024 tra l’Unione europea e la capitale ruandese Kigali, dove il nostro continente (l’Europa) si dichiarava interessato all’approvvigionamento di terre rare.
Insomma, pare che il Global Gateway sia, più che una nuova via della seta (Belt and Road Initiative), una scia di sangue infinita. Le potenze d’Occidente sanno di questo massacro, sanno che ogni giorno sono centinaia e migliaia le persone uccise in Congo dai gruppi armati, sanno che migliaia di donne vengono quotidianamente violentate e stuprate, come già era successo durante il genocidio in Ruanda. Secondo il report di Medici Senza Frontiere, solo tra gennaio e aprile dell’anno corrente 2025, sono state più di 7400 le vittime di violenza sessuale, costrette a concedersi ai loro aguzzini contro la propria volontà, sotto minacce di morte, di fronte ai loro figli, mentre i rispettivi mariti venivano uccisi davanti ai loro occhi.
E non sono solo le donne a essere violate carnalmente: secondo i dati forniti dall’UNICEF, il 40% dei casi di stupro vedono coinvolti direttamente i bambini. Forse una percentuale risulta poco chiara, poco diretta, concedetemi la brutalità: ogni mezz’ora viene stuprato un bambino, si parla di più di 10 mila fanciulli usati come giocattolo sessuale e/o schiavizzati come guerrieri improvvisati.
Inoltre, l’organizzazione Oxfam, che opera in Congo dal 1961 per portare aiuti umanitari di ogni genere, tra cui acqua, cibo, assistenza sanitaria e protezione, conferma che le condizioni di lavoro nelle miniere congolesi vanno oltre l’estremo, con un salario che definirlo tale è una barzelletta: malattie come ebola e colera stanno riducendo la popolazione al collasso e il 70% del popolo congolese vive con meno di due dollari al giorno.
Ma cosa fa l’Occidente? Sembrerebbe in silenzio, inerte. La transizione green fa più gola… sulle spalle del Terzo Mondo.
E noi camminiamo come se fossimo dei finti ciechi, con la pigrizia morale che funge da bastone e i soldi come cane guida.
Noi lo vediamo ogni giorno quel Terzo Mondo. Lo vediamo dai mille reportage scritti e fotografici, come quelli del fotografo nostrano Angelo Turconi, che già durante il governo di Mobutu, a bordo della sua Land Rover, prese la decisione di attraversare il continente africano da nord a sud, fermandosi tuttavia in Congo, dove venne stregato dai popoli che lo abitavano. Le sue fotografie ci raccontano soprattutto della tribù pigmea dei Twa, dei loro riti, usi e costumi, ci raccontano dei cambi dei vertici al potere, della quotidianità della gente. Sono un racconto puramente umano e selvaggio di quella terra.
Una terra che non ci rendiamo conto di quanto sia ricca. Ma non ricca di risorse minerarie. Andiamo oltre con lo sguardo, non fermiamoci alla semplice superficie, all’apparenza materiale, togliamo il velo della cupidigia e dell’avarizia dalla fronte.
La Repubblica Democratica del Congo, se non fosse perennemente violentata da questa infinita guerra civile, se le tensioni etniche non fossero ininterrottamente strumentalizzate, se l’affarismo predatorio non fosse una prerogativa occidentale, essa in realtà sarebbe un luogo meraviglioso, pieno di cultura, dotato di una natura florida e ancestrale. Sarebbe un paradiso non da depredare, ma da visitare, da vivere. E questo, noi, non lo sappiamo neanche…
Molti non sanno, per esempio, che questa è la culla del Parco Nazionale dei Viruga, fondato nel 1925 con il nome di Parco Nazionale Albert e noto per essere il primo parco nazionale africano.
Questo patrimonio dell’UNESCO dal 1979 è soprattutto un santuario che custodisce e protegge i gorilla di montagna, la cui vita è spesso messa a rischio dal bracconaggio.
Una storia che ci è stata brillantemente illustrata tramite il film del 1988 “Gorilla nella nebbia”, per la regia di Michael Apted, con protagonista Sigourney Weaver nei panni della zoologa Dian Fossey, realmente esistita e realmente in prima linea per la salvaguardia di questi magnifici primati.
Molti non sanno che il bacino del fiume Congo è il secondo bacino fluviale del pianeta per grandezza, appena dopo il Rio delle Amazzoni e la cui foresta tropicale rappresenta uno dei più immensi polmoni della Terra.
E sapevate che in questo Paese esistono i cosiddetti nganda? Sono degli esercizi commerciali a metà tra un bar e un ristorante, che propongono ogni volta un piatto tipico e specifico, a seconda della zona in cui si trovano. Pietanze che vedono, come protagonisti principali, involtini di pesce in foglie di platano, carne di capra (molto diffusa sul territorio congolese) accompagnata da verdure, il celebre kwanga (un pane fermentato a base di manioca, un amido con cui gli abitanti del popolo baluba preparano un impasto denominato nshima, che per consistenza e ingredienti ricorda molto la nostra polenta) o il mwamba (un piatto a base di pollo cotto in una salsa alle arachidi). In generale, comunque, i congolesi prediligono stufati di ogni sorta, magari accompagnati da una birra o da una bottiglia di vino di palma, conosciuto anche come toddy, ottenuto, appunto, dalla linfa delle palme.
Oppure, sapevate che, una volta, i vestiti tipici congolesi venivano realizzati con la rafia? Si tratta di un tipo di fibra ricavata dal genere di palma tropicale africana Raphia ed è ancora oggi impiegata nell’industria del cordame, per elaborare articoli artigianali intrecciati o borse, al posto della juta.
Oggi, i congolesi si vestono con abiti occidentali, ma la rafia viene continuamente usata durante gli atti cerimoniali.
E parlando sempre d’arte e cultura, non posso non illustrarvi le maschere tribali, che la fanno da padrone dal punto di vista folkloristico: un retaggio artigianale che si eleva a portale tra il mondo fisico e il mondo spiritico, utilizzate per parlare con entità esoteriche, per scacciare gli spiriti maligni, per chiamare la protezione della propria casa. Purtroppo non sembra che stiano funzionando, la malvagità dell’Uomo è sempre più forte…
Tra queste, possiamo ricordare le Kifwebe (maschere maschili) e le Kilume (machere femminili), tipiche dei popoli congolesi bantu Songye e Luba, dotate di striature dipinte e barbe fatte di fibre vegetali.
Sulla costa, invece, si usano le Kakongo Mboma, sfruttate per augurare prosperità all’amore coniugale e per accompagnare i morti durante i funerali.
Tutte tradizioni che vengono narrate anche attraverso scrittori nazionali, come Kama Sywor Kamanda, vincitore di diversi premi internazionali, i cui libri sono stati tradotti in inglese, in giapponese, in cinese e anche in italiano. La seconda parte del suo “Les Contes du griot”, noto anche come “La Nuit des griots”, ha vinto il Gran Premio Letterario dell’Africa Nera, che dal 1952 viene conferito agli autori che promuovono il continente in lingua francese.
O, come lui, anche lo scrittore Valentin-Yves Mudimbe (venuto a mancare proprio nell’aprile di quest’anno), divulgava in francese i suoi scritti sulla filosofia africana.
E anche il fotografo irlandese Richard Mosse ci mostra questo Terzo Mondo che tanto vogliamo far finta di non vedere e ascoltare, con i suoi scatti sulla guerra civile congolese, attraverso la serie di immagini “Infra”, risalente al 2010, dove i soggetti di natura militare vengono invasi da tinte surreali rosa e rosse, in netto contrasto con la serietà di chi ha le armi in mano.
Una verità che viene raccontata anche dallo scrittore e regista teatrale congolese Sony Labou Tansi: con uno stile pungente, satirico e ironico, nelle sue messe in scena affronta tematiche sociali come la corruzione, l’insubordinazione, la lotta delle classi.
Ma noi non sappiamo niente di tutto ciò, vero? Non abbiamo idea del tesoro di cui potrebbe disporre questo meraviglioso popolo, se solo prendessimo posizione, se solo i mass media non decidessero di farci notare una guerra piuttosto che un’altra a seconda della “moda del momento”, se solo il resto della società non fosse così bramosa e ingorda.
Ovviamente non è semplice intervenire o suggerire soluzioni che possano cambiare ciò che sta avvenendo: regolamentare la politica interna ed estera, laddove la gente dello stesso popolo ha difficoltà a farlo tra le proprie etnie e le transizioni verdi, le tecnologie mondiali si approfittano e abusano del sacrificio di milioni di umani, in virtù di un potere che ha il valore di sopruso… Quello che possiamo fare è mantenere viva la nostra vigilanza e denunciare le ingiustizie di questo enorme problema.
Può il progresso costare così tanto?
Ogni volta che prendiamo in mano un cellulare, accendiamo un computer, usiamo i pannelli solari, non possiamo fare finta che quello smartphone che stiamo usando non sia stato generato dal sangue versato da una popolazione che non ha altra colpa se non quella di farsi sfruttare.
Come dice il medico congolese Denis Mukwege: “Il popolo congolese è stato umiliato, maltrattato e massacrato per più di due decenni sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi, grazie alle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione, nessuno può dire: ‘Non lo sapevo’.”
