Quando parliamo di ambientazioni horror, potrebbero venire in mente tanti luoghi adatti per l’attuazione di un racconto o di un film di questo genere: c’è la sempreverde casa infestata, magari disabitata da tempo e mezza diroccata o costruita su un antico cimitero indiano; c’è il classico manicomio abbandonato dove si facevano esperimenti brutti e cattivi sui pazienti; c’è il camposanto avvolto nella nebbia, dove i morti non riposano affatto; c’è il circo infernale con i suoi spaventosi clown (coulrophobia portami via, ma di questa fobia nello specifico ve ne parlerò in un prossimo articolo).
Ne esistono tante di queste location suggestive e macabre, tra cui una delle mie preferite e, personalmente, tra le più inquietanti: la foresta.
Tra quegli alberi fitti, nella vegetazione dominante, nel sottobosco florido e vivo, c’è sempre qualcosa di affascinante e misterioso, che genera trame, miti e storie incredibili e spesso oscure.
Labirinti naturali in cui ci si può perdere, culle di strane creature, nascondigli ideali per potenziali psicopatici assassini.
Ecco, oggi vorrei proporvi un piccolo elenco di quelle che sono le foreste più spaventose del pianeta, esplicandovi le leggende che le caratterizzano e cercando di comprendere il perché tali siti siano una vera manna per il cosiddetto turismo nero.
Direi di partire con quella che io considero la regina delle foreste infestate: Hoia Baciu.
Probabilmente, molti di voi l’avranno già sentita nominare, poiché le storie che circolano sul suo conto sono numerose e arcane.
Ma rispondiamo a un quesito fondamentale: dove si trova?
La foresta Hoia Baciu (in rumeno, Pădurea Hoia) è situata, neanche a farlo apposta, in Transilvania (dove vampiri e lupi già la fanno da padroni), per la precisione a ovest della città di Cluj-Napoca.
Estesa su un’area di circa 3 chilometri quadrati (quindi, in realtà, una copertura non troppo importante), fu anche la sede di quello che si pensa essere il primo stabilimento della cultura archeologica di Starčevo nel Neolitico (questa tribù, teoricamente, sarebbe stata la fondatrice dell’attuale capitale della Serbia, Belgrado), le cui tombe vennero rinvenute tra il 1960 e il 1994.
I soprannomi di Hoia Baciu sono a dir poco altisonanti: la “casa del diavolo” e “il triangolo delle Bermuda della Transilvania”. Migliaia sarebbero le persone scomparse tra i suoi alberi senza far più ritorno, tra queste anche colui che avrebbe ispirato il nome della foresta: secondo i racconti, infatti, un allevatore di pecore (che di cognome faceva Baciu) si addentrò nell’area boschiva con il suo gregge, costituito da ben duecento animali. Sia lui che tutte le pecore svanirono senza lasciare traccia…
Ma le narrazioni popolari non si fermano qui: si dice che una donna sparita per diversi giorni, fece ritorno a casa come se nulla fosse successo, portando in tasca una moneta risalente al XV secolo.
Oppure, il caso di scomparsa più famoso: una bambina locale, dopo essere entrata nella foresta, scomparve per ben cinque anni. Quando la ritrovarono, la giovane non solo indossava gli stessi vestiti del giorno della sua sparizione, ma non era affatto invecchiata.
Cionondimeno, sono tutti racconti transilvani, senza prove concrete.
Quella che viene catalogata come unica testimonianza veritiera e confermata, fu quella dell’ex ufficiale dell’esercito e tecnico di Cluj, Emil Barnea: il 18 agosto del 1968 si trovava a Hoia Baciu con la sua ragazza e scattò una foto a un UFO comparso sopra la Radura Rotonda (in lingua nativa, Poiana Rotundă), una radura circolare in cui non cresce alcun albero, cespuglio o arbusto, definita come “Zona Morta”. Lo scatto venne studiato da diversi esperti: dapprima si credette che fosse di un pallone aerostatico ritratto da un’angolazione particolare, altri pensarono a una bufala, ma alla fine venne riconosciuto che la fotografia fosse autentica.
Certamente, la particolarità che salta all’occhio fin da subito di questo bosco mistico e che lo rende maggiormente spettrale, è proprio la forma che prendono gli alberi: tronchi che si ergono dal terreno in maniera nodosa e articolata, attorcigliandosi e contorcendosi su sé stessi, come esalazioni e sbuffi di fumo che, anziché disperdersi nell’aria, si solidificano, prendendo le sembianze di arti alieni.
Se pensate a qualche spiegazione sicuramente razionale e naturale dietro a questa formazione peculiare della flora boschiva, sicuramente ci sarà, ma risulta ancora ignota! Sono stati condotti diversi studi in merito, ma nessuno è stato in grado di spiegare il perché i tronchi crescano in maniera tanto anomala, né il perché della Zona Morta. E non possiamo sapere se le moderne tecnologie potranno contribuire nel risolvere il mistero: in quella piccola parte di mondo, le bussole impazziscono e i dispositivi elettronici come cellulari e radio smettono improvvisamente di funzionare. Oltretutto, il corpo degli esseri umani sembra risentire dell’aria della foresta: chi vi si avventura prova sin da subito una evidente sensazione di malessere, che comprende nausea, vomito, giramento di testa, sete eccessiva, mal di gola, febbre e addirittura allucinazioni e ustioni sulla pelle.
A questo proposito, nel 1960, il biologo Alexandru Sift, cercò di condurre ricerche più approfondite che potessero dare una giustificazione plausibile a queste anomalie: concluse che, per una ragione ignota, la zona era interessata da un forte magnetismo naturale nel sottosuolo, capace di dare origine a livelli di radioattività al di sopra della norma. In effetti, i sintomi fisici di visitatori e ricercatori che si trattenevano più del dovuto nella foresta, vennero indicati come una sorta di evoluzione di una malattia nota come cheratosi attinica, vale a dire un morbo cutaneo tipico dell’esposizione eccessiva ai raggi ultravioletti del Sole.
Come è facile evincere, nonostante i suoi sforzi, Sift non venne mai veramente a capo della faccenda e una parte importante dei suoi appunti venne dispersa dopo la sua morte, avvenuta nel 1993. Ciò che rimase, venne assemblato e inserito nel libro pubblicato nel 1995 dal suo amico Adrian Patrut, recante il titolo “Fenomenele de la Pădure Hoia-Baciu”.
Sebbene quanto appena descritto possa far credere nella presenza di chissà quali divieti ad addentrarsi nella foresta, in realtà è un luogo molto apprezzato da chi cerca un po’ di tranquillità per un picnic o per chi vuole godere di un percorso ciclo-turistico allettante… Attenti a non sparire, però…
All’inizio di questo articolo, ho definito Hoia Baciu come la regina delle foreste inquietanti e infestate. Beh, tale primato è sicuramente condiviso con la famosissima Aokigahara, nota anche come Jukai, situata alla base del monte Fuji in Giappone.
A differenza di Hoia Baciu, Aokigahara, tra l’altro diventata patrimonio dell’UNESCO nel 2013, ha un’estensione mastodontica, con un’area di 35 chilometri quadrati. Non a caso, il suo nome è traducibile letteralmente come “mare di alberi”, data l’infinita distesa verde che ricopre la terra vista dall’alto.
La sua fitta vegetazione è dovuta al suolo vulcanico: l’eruzione di un vulcano parassita del monte Fuji, cioè il monte Nagaoyama, avvenuta nell’anno 864, fu la responsabile della creazione del territorio cavernoso e ricco di conifere (le Tsuga sieboldi), di cipressi, di alberi decidui (come la quercia giapponese conosciuta con il nome di Quercius crispula) e di arbusti come il fiore della neve giapponese.
La bellezza di Jukai è fenomenale, ma il suo è un letterale mare di alberi in cui perdersi è un’impresa più che semplice, tant’è vero che chi vi si avventura decide di tenere traccia del proprio cammino, spesso con corde o fili di tessuto.
A volte (molte volte), queste tracce lasciate dall’uomo per segnare il proprio passaggio, non servono per tornare indietro… ma per farsi trovare, o meglio per far trovare il proprio corpo.
Tutti sanno che Aokigahara è universalmente conosciuta come “la foresta dei suicidi”: è il secondo posto al mondo con il più alto tasso di suicidi, appena dopo il Golden Gate Bridge di San Francisco, con una media annuale (registrata a partire dal 1950) di circa 30 morti all’anno.
Solo nel 2010 vennero segnalati 247 tentati suicidi, di cui 54 ebbero tristemente successo, molti dei quali tramite overdose e impiccagione.
La quantità di gente che si toglie la vita in questo posto è così elevata che è stata istituita una ronda speciale, con lo scopo sia di far desistere dall’insano gesto coloro che si accampano nella vegetazione, sia per ritrovare i resti di chi non ha saputo resistere. A ogni ingresso della foresta, vi sono cartelli che incitano al valore della vita e che invitano a ripensarci, oltreché a chiedere l’aiuto ad affetti vari e a un professionista.
Anticamente, tra questi alberi aveva luogo una pratica che per noi, al giorno d’oggi potrà sembrare barbara, ma che all’epoca era un’usanza comune: l’ubasute, traducibile letteralmente come “abbandono di una donna anziana”, vale a dire il lasciare andare a morire un membro anziano o malato della comunità in una località remota (allontanamento puramente volontario, per non pesare sulla propria famiglia).
Le persone che trovano la morte dentro a Jukai, secondo la cultura nipponica, si trasformano in yūrei (o anche yōkai od obake): spiriti irrequieti incapaci di raggiungere l’aldilà.
Piccola digressione sui fantasmi della tradizione giapponese: tutti noi abbiamo un’anima, definita reikon, che dopo la dipartita rimane in attesa dei riti funebri, in modo da potersi congiungere nel mondo degli spiriti con i propri antenati. Ma qualora la morte fosse avvenuta improvvisamente o in modo violento, o qualora si fosse deceduti in preda a emozioni estremamente forti conservate nello spirito, o qualora non si fosse svolto alcun rito funerario, il reikon si trasforma in uno yūrei.
Questi possono infestare luoghi, possedere oggetti e persone, fino a che non verrà messo in atto un funerale, non si sarà risolto il motivo della loro discordia o non si sarà compiuto qualche tipo di esorcismo.
Giusto per intenderci, lo spettro di Kayako Saeki nel film “Ju-On” (o nel suo remake americano, “The Grudge”) e quello di Sadako in “Ringu” (remake americano “The Ring”), sono due yūrei.
Ecco perché Aokigahara risulta così pericolosa per i mortali, per via della presenza di questi spettri vaganti tra gli alberi.
Aokigahara rimane comunque una meta molto frequentata dai turisti, con escursioni perfettamente organizzate nella boscaglia. Inoltre, è uno degli spot più apprezzati dai fan del turismo nero, ovvero quel genere di turismo che prende di mira i luoghi di morte e dove si sono consumate tragedie di qualche tipo.
Il cosiddetto “turista oscuro” è quell’individuo che decide di compiere il viaggio in questi posti perché attratto dall’aura macabra e tragica che li pervadono. Naturalmente, in questa categoria sono comprese tutte le gite organizzate nei campi di concentramento, catacombe di vario genere (io stessa sono una “turista oscura”, avendo amato le catacombe di Parigi, su cui ho realizzato un articolo e un reel che potete trovare cliccando rispettivamente qui e qua).
Ma il turismo oscuro non comprende, come avrete evinto, solo le foreste misteriose e infestate. Ve ne parlerò meglio in un prossimo articolo!
Continuando, un altro sito macabramente interessante è la Isla de las muñecas, tradotto dallo spagnolo come “l’isola delle bambole”, considerata in realtà come una grande foresta. Si trova nella laguna di Tequila, nei canali di Xochimilco, a sud di Città del Messico e in molti lo conoscono come “il luogo più inquietante della Terra”. D’altronde, il suo nome deriva dal fatto che, appese un po’ ovunque dai turisti e dai passanti, si possono rinvenire più di 2000 bambole di qualsiasi genere, spesso in pessime condizioni. I sinistri balocchi non vengono però esposti a caso. Il motivo è da ricondursi a una superstizione: si narra che negli anni ’50 del Novecento, il contadino don Julián Santana Barrera decise di vivere in esilio in questo posto; qui, non riuscì a salvare una ragazza caduta nelle acque palustri, che dunque annegò; il giorno dopo, l’uomo trovò una bambola nel punto dell’annegamento e credendo che appartenesse a lei, decise di appenderla in segno di commemorazione.
Fu così che ebbe inizio questa lugubre tradizione di Barrera: appendere le bambole per cercare di placare l’animo della giovane e allontanare così gli spiriti maligni.
Nonostante non esistano prove dell’esistenza della poveretta, nel 2001, mentre Barrera era a pesca con il nipote, quest’ultimo affermò che lo zio iniziò a cantare appassionatamente, sostenendo che le sirene lo stessero chiamando. Quando il nipote, dopo essersi allontanato un momento, tornò da lui, lo trovò privo di sensi con il volto immerso nello stesso punto in cui perse la vita la ragazza.
I turisti oscuri che approdano sull’isola affermano di aver visto le teste delle bambole muoversi, fissarli e di aver addirittura udito risatine e sussurri. Direi che l’ingresso nel Guinnes dei primati del 2022 per la più grande collezione di “bambole spettrali” del mondo, è più che meritato.
Nell’odierno elenco menziono anche la famigerata Foresta Nera della Germania, in tedesco Schwarzwald. Ancora più grande di Aokigahara, con un’area che copre gran parte della regione sud-ovest dello Stato, sconfinando anche in Svizzera e in Francia, la sua particolare e fitta flora boschiva è stata la culla di tutte le fiabe dei fratelli Grimm, tra cui, le più celebri, “Hansel & Gretel” e “Cappuccetto Rosso”.
Lupi, streghe, regine tiranne, tutti personaggi che vengono ricordati attraverso il caratteristico carnevale locale, chiamato Fasnet o Fastnacht, che inizia il 6 gennaio e termina il Mercoledì delle Ceneri.
Rimanendo sulla linea delle foreste infestate, eccovene una che forse non conoscete: la foresta di Wychwood, che si erge vicino a Chipping Norton nella contea dell’Oxfordshird, in Inghilterra.
In quest’area boschiva, si racconta che si consumò una tragedia: Amy Rosbart, prima moglie di Robert Dudley, conte di Leicester, morì in circostanze misteriose, cadendo dalle scale della casa in affitto che condivideva con il consorte nei pressi della foresta.
Il conte, attraversando il bosco, si imbatté successivamente nel fantasma della moglie che profetizzò la sua morte, la quale sarebbe avvenuta da lì a dieci giorni. E la profezia si avverò.
Le persone che si avventurano a Wychwood, affermano di sentire rumori sinistri tra gli alberi, come lamenti di bambini e carrozze trainate da cavalli.
E che dire della foresta di Paimpont, nota anche come Brocelandia? Si trova nell’omonimo comune, vicino alla città di Rennes, nella regione francese della Bretagna. Se la Foresta Nera è stata la location per eccellenza delle fiabe dei fratelli Grimm, la foresta di Brocelandia lo è stata per i racconti del Ciclo bretone o Ciclo arturiano. Nell’immaginario medievale, infatti, qui sarebbe ancora visibile l’albero in cui la Dama del Lago intrappolò Merlino. Ma vi si troverebbe anche la tomba del mago, il castello della Dama (Hotié de Vivienne), la Valle senza Ritorno in cui la Dama confinava i cavalieri infedeli.
Oppure, per rimanere in un contesto più realistico, posso menzionarvi la foresta di Katyn, in Russia.
Qui, i racconti di presenze paranormali incontrano i fatti storici, visto e considerato che la boscaglia è stata sede dell’omonimo massacro avvenuto tra il 3 aprile e il 19 maggio del 1940 ai danni dell’esercito polacco: in quel periodo, la cosiddetta Intelligencija, ovvero il ceto sociale che comprendeva le professioni di spicco tra cui politici, giornalisti, professori e industriali, venne presa di mira dal Commissariato del popolo per gli affari interni dell’Unione Sovietica (abbreviato NKVD). Inizialmente, gli obiettivi erano, appunto, gli ufficiali polacchi detenuti nel campo di prigionia di Kozel’sk, ma in seguito Stalin puntò il dito contro tutti i prigionieri di guerra non solo di questo campo, ma anche di quello di Starobil’sk, Ostaškov e in altre prigioni della Bielorussia e dell’Ucraina.
Furono 22 mila gli assassinii, molti dei quali avvenuti nella suddetta foresta e ancora oggi si possono sentire grida provenire dalle sue profondità.
Sono tanti i luoghi come quelli che vi ho appena esposto, anche qui in Italia possiamo nominarne uno: la foresta dell’Aspromonte in Calabria, che per la sua conformazione geografica ricca di grotte e crepacci, è stata la location perfetta durante gli anni di piombo, quando la ‘ndragheta (la nota organizzazione criminale calabrese) si “dilettava”, per così dire, nei sequestri di persona, nascondendo i propri ostaggi nel cuore di questa foresta. Alcuni non fecero più ritorno e non vennero più ritrovati.
Ma arrivata a questo punto, una domanda sorge spontanea: perché i boschi e le foreste ci affascinano così tanto? Perché sono ambienti così intrisi di misteri, che fungono da ispirazione per storie orrorifiche e angoscianti?
Escludendo la fascinazione legata al benessere che la natura ci offre (la cosiddetta “terapia forestale”, definita in giapponese come Shinrin-yoku), psicologicamente ne siamo attratti proprio per la dualità che incombe quando si pensa alla loro bellezza e al senso di pericolo che si percepisce una volta varcata la loro soglia.
Ho sempre espresso un concetto piuttosto chiaro: più un ambiente, un fiore, un animale sono belli, più nascondono insidie.
La loro meravigliosa apparenza è sia una maschera che una difesa: le foreste, con il loro fogliame, il loro essere labirintiche e tortuose, attirano l’essere umano in quanto sua culla ancestrale, che gli ricorda il suo essere profondamente un animale figlio della Natura sia come entità, che come semplice principio biologico. Non dimentichiamo che i nostri antenati pagani veneravano le divinità della Natura con rituali che, spesso e volentieri, avvenivano proprio all’interno delle boscaglie.
Ma contemporaneamente, esse difendono non soltanto sé stesse dalla mano dell’Uomo (che dal canto suo può controbattere con opere egoiste e barbariche di disboscamento), ma difendono anche il proprio sottobosco, popolato da creature di ogni sorta, bestiali e vegetali.
La loro duplice spiritualità, la meditativa e la “disorientativa”, ci stuzzica, ci incuriosisce, tanto che la sfidiamo, che la esploriamo, che ci perdiamo nel suo mare di alberi.
Là dentro, il senso dell’orientamento impallidisce, tutto quel verde ci confonde ed ecco che, da spot sereno e ancestrale, diventa il peggiore dei nostri incubi.
Incubi che, nello specifico, in taluni casi, possono avere un nome scientifico: dendrofobia e hilofobia.
La prima, derivante dall’unione delle parole greche “dendron” e “phobos” (rispettivamente, albero e paura), è letteralmente la paura irrazionale degli alberi. La vicinanza o anche solo il pensiero può instillare un forte senso di ansia in chi è affetto da questa fobia, regolarmente riconosciuta tra le fobie specifiche.
La hilofobia (definita anche come xilofobia, dal greco “hylon” e “xylon”, che vogliono dire “bosco” e “legno”) è, a sua volta, la paura eccessiva nei confronti delle foreste e del legno.
Entrambe possono essere generate da gravi traumi correlati a questi elementi, ma anche da fattori educativi e culturali, fiabe comprese, dove i boschi sono la casa di lupi cattivi, orchi, streghe, demoni e via dicendo.
Beh, in effetti, se pensando a un trauma, si rimembra la scena della possessione demoniaca del film “Evil Dead”, dove i rami degli alberi immobilizzano la ragazza e la violentano… qualche esitazione nell’addentrarsi nella selva oscura è più che lecita!
Ma andando oltre l’aspetto terrificante, la foresta, in psicologia, rappresenta l’archetipo dell’inconscio: con ciò si intende la parte più recondita della nostra mente, il lato più ignoto della nostra psiche, caratterizzato dal subconscio. Infatti, alcuni test atti a sondare le caratteristiche comportamentali, inconsce e subconsce di un individuo, richiedono un piccolo sforzo di immaginazione nel descrivere determinate azioni che si compiono in una foresta fittizia. Per l’appunto, il subconscio è dove risiedono le nostre paure più remote, ma anche dove si conserva tutto il nostro potenziale!
Ed è in questo modo che è stata sempre rappresentata nella storia dell’arte, partendo dalle miniature medievali e arrivando ai dipinti più contemporanei e non solo.
D’altronde, dove comincia la Divina Commedia di Dante Alighieri?
“Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita.”
La selva di Dante, come è facilmente intuibile da questo incipit, rappresenta la vita, piena di insidie, un sentiero sperduto fatto di perdizione non solo puramente fisica, ma anche morale.
Così come la selva come luogo labirintico e di perdizione funge da location principale per gli avvenimenti de “L’Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto, il poema cavalleresco risalente al 1516. La foresta rappresenta qui una metafora visiva della vita, dove la logica serve a ben poco e dove solo l’intuito (e a volte le botte di fortuna) possono “guidarti”.
Si fanno tanti programmi nel corso della propria esistenza, convinti che questi si realizzeranno perché ci si impegna in ogni modo. Vero, ma altresì sbagliato, poiché la vita è imprevedibile, tanto quanto è imprevedibile la meta a cui conduce un dato sentiero all’interno di un bosco.
Una strada può portarti verso una meravigliosa radura, ma anche in una buia caverna o ancora in un vicolo cieco.
Oppure, tornando per un attimo su Aokigahara, fu un romanzo a renderla particolarmente popolare: “Nami no tō” (traducibile in italiano come “Torre delle onde”), pubblicato nel 1960 per mano dello scrittore giapponese Seichō Matsumoto.
La trama ruota attorno alle figure di due amanti che si recano a Jukai per suicidarsi.
Vi ho anche già citato come i fratelli Grimm avessero sfruttato la Foresta Nera per ambientarvi le loro fiabe e la suddetta si materializza in quell’intramontabile delirio cinematografico “I fratelli Grimm e l’incantevole strega”, film del 2005 diretto da Terry Gilliam, con protagonisti Matt Damon e il compianto Heath Ledger, dove l’incantevole strega è interpretata da una super mega iper attraente Monica Bellucci e dove l’antieroe della situazione (Mercurio Cavaldi, per me un improbabile e demenziale maestro di vita) è interpretato da Peter Stormare. In questa pellicola, le fiabe dei fratelli tedeschi prendono corpo in maniera pop e inquietante (il cavallo con la bocca piena di ragni e ragnatele che divora intera una delle bambine, è stato il mio incubo per tutta l’infanzia, nonostante amassi quel lungometraggio).
La foresta, controllata dalla strega, è letteralmente viva, con gli alberi capaci di mangiare le persone e di muoversi sulle proprie radici.
L’ambivalenza della foresta la si può riscontrare anche in maniera lampante nel classico Disney, “Biancaneve e i sette nani”: quando il cacciatore risparmia la principessa e non la uccide per conto della regina Gremilde, Biancaneve scappa nella foresta in uno stato alterato. È spaventata, è appena sopravvissuta a un tentato omicidio, sa che la matrigna la vuole ammazzare, dunque il bosco le risulta estremamente oscuro, con gli alberi che, nella sua testa, prendono sembianze mostruose, dove i rami cercano di ghermirla, dove i tronchi nello stagno somigliano a feroci alligatori.
Eppure, non appena Biancaneve ha modo di sfogarsi e riprendersi, ecco che si accorge che la foresta è in realtà popolata da graziosi animaletti che vogliono solo aiutarla e rassicurarla.
E ancora, se vogliamo un’opera in cui la foresta è elemento fondamentale e si trasforma in un personaggio vero e proprio (non solo nella mera ambientazione), non posso non citare il capolavoro “The Blair Witch Project”, del 1999, che ha sparato il colpo del via del genere cinematografico mockumentary con l’utilizzo del found footage (ho scritto un articolo in cui approfondisco i dettagli su questo genere cinematografico, potete leggerlo cliccando qui).
I protagonisti si perdono nella foresta, ma ciò che è geniale in quella pellicola è il fatto che non venga mai specificato il perché si perdano.
I ragazzi si trovano nella fittizia foresta di Black Hills per indagare sulla fantomatica strega di Blair, realizzando un documentario universitario. Ma la strega non compare mai. Si intuisce la sua presenza, ma non viene mai mostrata o palesata, facendo capire che, forse, è stata semplicemente la suggestione dei racconti del luogo a far impazzire i tre giovani.
Ma, ripeto, è proprio questo che ci affascina delle foreste: la loro natura ambivalente, il richiamo primitivo che risuona nella nostra mente quando poggiamo il nostro sguardo su quell’infinita distesa verde, che è viva, che respira, che ha un’anima.
E forse non ce l’ha solo in senso figurato: un po’ come nella saga di “Avatar” firmata da James Cameron, le piante comunicano tra loro attraverso una rete sotterranea fungina. Attraverso impulsi elettrici ritmici molto simili alle sinapsi del nostro cervello, il micelio (una rete di funghi) lancia segnali chimici e anche di allarme, oltreché nutrienti e acqua.
Gli alberi, si può dire, parlano dunque tra loro, con un “vocabolario” unico che comprende fino a 50 “parole”, tanti sono gli impulsi elettrici conosciuti!
Noi facciamo finta di non vederlo, ci copriamo gli occhi dinanzi a cotanta meraviglia. Perché? Per abbatterla? Per distruggerla? A che pro? Per costruire una casa in più? Per asfaltare una strada in più?
Quanta perversione in tali azioni, quanta noncuranza.
Ebbene, se ci fermassimo un attimo e ascoltassimo anche solo per un secondo, la sentiremmo parlarci attraverso il frusciare delle sue fronde, il canto dei suoi uccelli, il gorgoglio dei suoi ruscelli, il sussurrare del vento che le passa attraverso.
Lo diceva Robert Louis Stevenson, scrittore e drammaturgo scozzese: “Non è tanto per la sua bellezza che la foresta reclama il cuore degli uomini, quanto per quel qualcosa di sottile, quella qualità dell’aria che emana dai vecchi alberi, che cambia così meravigliosamente e rinnova uno spirito stanco.”
