Quante volte avete sentito dire o avete pronunciato la frase: “Le spese sono troppo alte, apro un canale OnlyFans.”
Io stessa, scherzando, ho più volte esclamato che avrei potuto attivare un account con protagonisti i miei piedi: mi applico lo smalto, faccio la pedicure, mi spalmo della crema… raspo un po’ nella sabbia e nel terriccio come una gallina…
Tutti conosciamo il canale: nato nel 2016 dalla mente dell’inglese Tim Stokely, è stato pianificato come un portale che permettesse ad artisti di varia natura o influncer di condividere i propri video e le proprie foto, guadagnando. La maggior parte dei contenuti sono visualizzabili solo attraverso un abbonamento da parte degli utenti, che possono ricevere materiale unico e personalizzato spendendo qualche extra in più.
Se dapprincipio era proibito pubblicare immagini sessualmente esplicite, con l’avvento della pandemia si è optato per lo sfruttamento del social anche sotto questo aspetto: persone rimaste sfortunatamente senza lavoro per colpa del Covid, non riuscendo più a pagare le bollette, hanno deciso di ottenere qualche profitto pubblicando sessioni di masturbazione o di sesso col partner. Da lì, il successo (ovviamente) è stato abnorme ed ecco che oggigiorno OnlyFans è conosciuto praticamente e unicamente per essere una sorta di “versione light” di Pornhub, in cui le protagoniste sono in grandissima parte donne (statistica). E perché donne? Beh, come diceva il detto dei tempi andati (ma non troppo): “Tira più un pelo di fi*ga che un carro di buoi”.
Non deve sorprendere, infatti, che l’attuale proprietario di OnlyFans, Leonid Radvinsky, nel 2024, abbia incassato circa 1,9 milioni di dollari al giorno. Effettivamente, sesso, droga e armi sono la “Santa Trinità” dei Big Money, i tre mercati che fanno circolare l’economia mondiale.
È impossibile non rendersi conto di quanto la piattaforma azzurra abbia sconvolto, a suo modo, il nostro quotidiano.
Ormai siamo costantemente a contatto, sia direttamente che indirettamente, con OnlyFans e, inevitabilmente, la sua esistenza ha portato alla luce una questione che è sempre stata presente, ma sopita sinora, alla pari del drago che fa da guardia alla torre della principessa nelle classiche fiabe: finché non giunge il cavaliere a sfidarla, la bestia dorme. Non a caso questo paragone, perché spesso nelle fiabe il drago rappresenta la verginità della fanciulla e il passaggio all’età adulta.
E qual è la domanda che tanto fomenta gli animi quando ultimamente viene posta? OnlyFans rappresenta la libertà di esprimere la propria sessualità come meglio si crede? O invece si tratta di un tipo di prostituzione legalizzata?
Partiamo dalla base e quindi dalla definizione della parola “prostituzione”. Il dizionario Treccani specifica: “[…] attività abituale e professionale di chi offre prestazioni sessuali a scopo di lucro”.
Quindi, seguendo questo dettame, si può dire che ciò che accade su OnlyFans sia a tutti gli effetti prostituzione, giacché gli uomini e le donne che pubblicano i loro contenuti sessualmente espliciti, lo fanno dietro compenso.
Il punto alla radice del dilemma, non è tanto l’evidenziazione di qualcosa che, agli occhi di alcuni, può risultare come scontato: la vera domanda da porre, in realtà, non è solo inerente all’argomento della prostituzione: OnlyFans rappresenta l’ultima frontiera del femminismo o è una mercificazione indiscriminata del corpo di una donna?
Non è semplice rispondere a certi quesiti, poiché le implicazioni psicologiche ed etiche sono molteplici e spesso soggettive.
Qualcuno potrebbe dire “Camilla, ma perché menzioni solo le donne, quando su OnlyFans sono presenti anche uomini?”. Perché la storia e la società ci insegnano che, in maniera del tutto ipocrita, ignorante e patriarcale, è sempre la donna a essere giudicata come un mero oggetto carnale, non l’uomo. Esiste non a caso quella filosofia profana per cui “una chiave che apre tutte le serrature è una chiave preziosa, mentre una serratura che si lascia aprire da tante chiavi è una serratura da quattro soldi”. È questa la logica malsana che governa certe mentalità ed è sempre tale logica a far sì che le domande di cui sopra abbiano luogo.
Analizziamo prima il punto di vista più negativo, partendo da quello che, per i più giovani, potrà sembrare un “discorso da boomer”: i social stanno rovinando la nostra concezione delle relazioni sociali.
Le amicizie nascono attraverso i DM di Instagram, i flirt si fondano sui like alle foto, le stories servono per lanciare le frecciatine e ostentare la propria immagine, le persone si sono trasmutate in merce (in alcuni casi, addirittura usa e getta).
Instagram, Facebook, TikTok, Tinder e co., sono tutti diventati dei cataloghi o dei menu da sfogliare e da cui poter scegliere le persone e le tipologie di legami che più ci compiacciono.
Dunque, perché OnlyFans dovrebbe essere diverso? Il sesso, oltreché qualcosa di naturalmente e fisiologicamente meraviglioso, è un prodotto di consumo da quando l’Uomo ha imparato che pene e vulva si potessero incastrare tra loro come due pezzi del Lego, perciò non c’è da stupirsi se un uomo che ha voglia di masturbarsi o ha voglia di un rapporto, considera una donna del settore come una semplice fornitrice di un servizio. Già questo passaggio sarebbe di per sé spersonalizzante anche di presenza, ma diventa spersonalizzante come qualsiasi interazione vera, casuale, con qualsivoglia individuo: quanti di voi pensano concretamente che il postino che porta il pacco a casa sia una persona con un nome e un cognome, magari con una moglie e dei figli, con una sua storia e una sua personalità, e non un banale NPC sullo sfondo della vostra vita? (Gli NPC, sono i “personaggi non giocabili” nei videogiochi, con cui si interagisce giusto ogni tanto, quelli che servono solo come contorno all’ambiente, per renderlo più credibile)
Se la donna che fornisce prestazioni sessuali su compenso lo fa da dietro uno smartphone, la spersonalizzazione di quest’ultima raggiunge i livelli massimi: il suo valore si misurerà in termini di like e commenti.
Un numero che sale, un’asticella che cresce e che cancella completamente ogni altra caratteristica inerente a quella persona. Se hai pochi like, pochi commenti e soprattutto poche views, non sei nessuno, diventi paradossalmente e brutalmente trascurabile.
Specialmente quando non sei tu, donna, a parlare, ma lo sono le tue t*ette, il tuo c*ulo e il fiorellino che hai in mezzo alle cosce.
Secondo l’opinione del mio caro amico ed esperto psicologo Gianluca Minucci, presenza sempreverde nei miei articoli (potete trovare la sua pagina Instagram e il suo sito web cliccando rispettivamente qui e qua), sono tre le principali dinamiche psicologiche che possono motivare l’iscrizione, come creator, a questa piattaforma.
La principale, lampante, è legata all’aspetto economico, alla facilità di guadagno che OnlyFans offre. Rimanendo in un contesto puramente internazionale, un creator con pochi abbonati può arrivare a intascare fino a quattrocento euro al mese. Una cifra che, per chi deve sbarcare il lunario, è comunque dignitosa.
La seconda motivazione è, come accennavo poc’anzi, è correlata all’autostima, una ricerca di riconoscimento “sociale”, dove il proprio valore viene valutato in base ai like e ai commenti. Questo meccanismo, però, può portare a una visione distorta di sé stessi (io esisto solo fino a quando ricevo apprezzamenti), influenzando in maniera negativa la costruzione di una sana autostima.
Infine, la terza giustificazione riguarda una sorta di ricerca di potere: la dinamica che si crea su OnlyFans, è quella di un rapporto tra il/la creator e l’abbonato/a, in cui la prima parte ha in mano le redini del gioco. Lui/lei paga per avere contenuti personalizzati, paga per guardare, paga anche semplicemente per parlare. E questa condizione di, possiamo dire, subordinazione, diventa inebriante per chi è al comando.
Inoltre, quando nasce un nuovo social, vi è una specie di tendenza comunitaria nel riempirlo, nel frequentarlo e bazzicarlo.
Tornando alla valorizzazione della propria persona in base ai like, cosa ne consegue? L’educazione empatica diminuisce. Non si riconosce più il confine tra una figura che sta semplicemente offrendo una prestazione e una ragazza realmente facile. E questa parte di discorso si rivolge specificatamente ai sex worker, una categoria lavorativa che nel Bel Paese non è ancora veramente riconosciuta (sapete, siamo un Paese cattolico). Sono tante le volte in cui capita che una donna di quel campo, al di fuori del contesto lavorativo, venga approcciata con modi osceni e cavernicoli da omuncoli convinti che una sex worker possa essere “disponibile in quel senso”, anche nella vita di tutti i giorni.
Non tutti si rendono conto che chi svolge la propria professione nel mondo pornografico, è in realtà una persona, comune e normalissima, e non un maniaco o una maniaca sessuale a cui piace perennemente giocare a fare le orge per strada! Naturalmente esistono le eccezioni, come in qualsiasi aspetto della vita.
Ma tant’è. Il lato oscuro dei social media e il loro modo di far involvere le nostre capacità relazionali, portandoci a sviluppare (se non addirittura in qualche caso inconsapevolmente anelare) legami tossici, hanno piazzato un bel carico da novanta sul problema.
Tuttavia, non sono stati certamente i social i capisaldi. È l’educazione maschilista menzionata dianzi, esistente da sempre, da prima dell’avvento di Internet.
È ineluttabile che il corpo di un sex worker perda di identità, trasformandosi, come già detto, in un mero oggetto di consumo, un feticcio che soddisfa fantasie e voglie. Succede con le “botte e via” in discoteca, figuriamoci con un’escort o un gigolò.
OnlyFans, purtroppo, si conferma quindi essere un veicolo per la scomparsa quasi completa di identità e personalità, quando si parla di sesso.
Un rischio a cui molti ragazzi non sembrano prestare attenzione, insieme al giudizio che ne consegue: essendo un prodotto, il corpo può essere giudicato, standardizzato, recensito.
OnlyFans, in questo senso, così come ciascuna piattaforma pornografica, pone sì l’uomo, ma soprattutto e praticamente esclusivamente la donna, nella posizione di essere considerate alla pari di semplice “carne da macello”.
Una condizione che conduce chiaramente a risultati psicologici spiacevoli.
Risultati che si riflettono senza ombra di dubbio anche sul mondo giovanile. Come ho già detto in precedenza, la promessa di un facile guadagno fa venire l’acquolina in bocca ai più, specialmente agli adolescenti. Il perenne contatto con corpi photoshoppati, ipersessualizzati e molte volte non coincidenti con la realtà (quante volte vediamo pubblicità di app che modellano il fisico per poter essere più “instagrammabili”?), possono portare a un’idealizzazione di canoni estetici improbabili e alla ricerca di conferme personali proprio attraverso la valorizzazione di sé con i like e i commenti.
In soldoni, anche se può apparire come una spiegazione convenzionale, i ragazzi possono cercare di colmare un vuoto interiore tramite OnlyFans, dando loro quella carica di autostima effimera e fuggevole che, in ogni caso, non costruisce affatto forza mentale e carattere.
Soprattutto, bisogna considerare che un avvicinamento troppo precoce e immaturo a tale piattaforma, può sfociare in una deviazione del concetto di sessualità, in un’esperienza distorta e negativa, che può comprometterla in maniera irreparabile: gratificazione immediata, banalizzazione di un atto meraviglioso e naturale al già citato prodotto di consumo, instillazione di senso di vergogna e distaccamento dal reale. Sono tutti sintomi dello stesso discorso: la carenza dell’educazione emotiva e sessuale. Alla fine, tutto ruota attorno a questa dinamica.
La tesi a sfavore di OnlyFans si dilata altresì con la scoperta dei nuovi “papponi digitali”, come Sergio Favda, che ha raggiunto la fama (o nomea, a seconda di come la si veda) di “re della piattaforma erotica”: prima di essere messo sotto inchiesta, il creator spagnolo gestiva i profili di ben 25 ragazze su OnlyFans, accaparrandosi tra il 30 e il 50% di commissione su ogni entrata, alla pari di un magnaccia.
Dopo questo dibattito, penserete che io sia assolutamente contraria alla piattaforma.
Ebbene, non è proprio così. Perché qui si entra nel merito della dissertazione opposta: ovvero che, ordinariamente, nella migliore delle ipotesi, ognuno fa ciò che vuole con il proprio corpo.
Potrà apparire riduttivo, ma seguendo il principio del Rasoio di Occam (creato dal filosofo e frate francescano francese Guglielmo di Occam, nel XIV secolo): “a parità di fattori, la spiegazione più semplice è quella da preferire”.
Si sa: la prostituzione è il mestiere più antico del mondo (qui in Italia è tenuta sotto scacco dalla Legge Merlin del 1958). Le donne hanno una merce naturale e in tempo di carestia disperata, essa si poteva e si può rivelare più che preziosa.
Ma al di là dei casi estremi, pongo un ulteriore interrogativo apparentemente elementare: se a una ragazza piace mostrarsi nell’intimità, che sia sesso o autoerotismo, chi siamo noi per giudicarla dal voler lucrare con il suo piacere e godere di una bella vita grazie al denaro che guadagna onestamente?
Spesso si tende a rendere il sesso e la sessualità dei topic assolutamente impronunciabili. Non si può parlarne liberamente, è ancora un tabù. Ragion per cui, a rigor di logica, deve essere considerato un tabù qualsiasi cosa abbia a che fare con essi.
Possiamo uscire dal 1950, per favore? Lo sapete che i bambini non nascono sotto il cavolo, che non vengono portati dalle cicogne?
I sex worker non sono dei criminali (almeno, speriamo non lo siano e qua si apre un altro capitolo e un altro articolo).
È comunque vero che la Legge Merlin appena pronunciata non basava le proprie ragioni tanto sul concetto di liberazione sessuale, quanto invece su quello di dignità.
Innumerevoli sono state le volte in cui si è sentito dire che una sex worker di ogni genere, sia priva di dignità. Ma che cos’è questa dignità tanto millantata? È, sì, il rispetto che si ha di sé stessi e degli altri, ma prima di tutto, è il valore intrinseco e naturale che ogni persona possiede in quanto esistente.
Se una donna decide di voler guadagnare attraverso il sesso, essendo una persona amabile, affidabile, corretta e altruista, perde la dignità perché sfrutta il suo corpo?
Quali giudici siamo noi per poter additare e schernire? Personalmente, la dignità la si perde in ben altri casi.
Ma alla fine di tutta questa diatriba, la vera risposta alla domanda principale di questo articolo, cioè se OnlyFans rappresenta una libertà o una mercificazione è: sono ambedue le cose.
Dipende dalla propria prospettiva, dalla propria apertura mentale, dall’intenzionalità del sex worker e di come vive la propria condizione.
Per quanto opinabile, da un’ottica psicologica, eticamente parlando, non c’è nulla da dire o da obiettare, se non che siano necessarie delle regolamentazioni concrete che possano preservare questa tipologia di lavoratori.
OnlyFans, tra l’altro, con questo risvolto pornografico della medaglia, si è ritrovato a essere la possibilità di salvezza di musei e canali d’arte che puntualmente vengono censurati dai social, il cui algoritmo non riesce ancora a cogliere la differenza tra un’opera di carattere, appunto, pornografico e un lavoro artistico di natura erotica e non.
Alcuni musei viennesi, come l’Albertina e il Leopold, hanno adottato questa strategia: aprire un account OnlyFans dove poter pubblicare liberamente i loro capolavori raffiguranti dei nudi, troppo espliciti per piattaforme come Instagram e Facebook.
Tra i quadri che sono stati deliberatamente censurati da questi social, figurano alcune fotografie del giapponese Nobuyoshi Araki, famoso per i suoi scatti erotici che gli sono valsi, in passato, una partnership con Playboy. In Giappone, paradossalmente, è stato più volte accusato di oscenità.
Oppure, le nudità presenti nelle opere firmate dal grande pittore Peter Paul Rubens, anch’esse oscurate, tacciate come contenuti pornografici e non come “di natura artistica e creativa” (follia).
Beh, il vertice dell’assurdo è stato raggiunto quando persino la Venere di Willendorf è stata censurata su Facebook… Una statuetta paleolitica ritraente la fertilità: non credo esistesse OnlyFans quando l’essere umano, ancora pieno di peli, gridava “IO FATTO FUOCO!”. Addirittura, un mio articolo (potete trovarlo cliccando qui) è stato cancellato da Facebook proprio a causa della copertina, che ritrae una serie di statuette artistiche simili, di quel periodo.
Il mio non è un invito ad aprire un account e a mettervi in mostra (e no, per quelli che se lo stanno chiedendo, non ho aperto un canale di piedi). I rischi legati alla condivisione del proprio corpo su Internet, lo sappiamo, sono tanti, non sarò di certo io a renderveli noti.
Ma come diceva probabilmente il caro e buon vecchio Schopenhauer, “vivi e lascia vivere” (attribuita)
Non saranno un seno o un pene su OnlyFans a risultare osceni. Marco Missiroli, scrittore nostrano che ho avuto l’onore di avere come professore durante il mio Master in scrittura presso la IULM, lo ha sempre insegnato: “L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento.”
