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La donna è arte

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“Perché non ci sono state grandi donne artiste?”

È questo il quesito, espresso con amara ironia, alla base del saggio della storica d’arte statunitense Linda Nochlin, pubblicato nel 1971 e considerato un documento di importanza più che rilevante per la storia del femminismo artistico. Tale titolo è proposto, infatti, praticamente come un ossimoro: la domanda lascia presupporre che non siano esistite tante donne artiste. Effettivamente, quando pensiamo ai noti pittori, scultori, pensatori, filosofi, fotografi e registi, la memoria corre spontaneamente a nomi quali Michelangelo, Caravaggio, Donatello, Platone, Canova, Helmut Newton, Nolan, Tarantino… La lista sarebbe lunghissima e infinita.

Facciamo un esperimento: se vi chiedessi di pensare a un’artista donna, chi vi verrebbe in mente? Probabilmente l’unico nominativo su cui riflettereste sarebbe l’incommensurabile Frida Kahlo. I più “studiati” supporranno Artemisia Gentileschi o Alda Merini, ma poi? State compiendo un certo sforzo per ricordarvi qualcun’altra, corretto?

Tornando al saggio di cui sopra e al suo titolo fuorviante, l’autrice non voleva in alcun modo asserire che negli annali non figurassero pittrici, scultrici, fotografe, registe e via discorrendo. Anzi, l’elenco è lungo e variegato.

Semplicemente, una “buona” società maschilista e patriarcale quale fu (e che continua ancora oggi imperterrita con nuove forme e modalità), non poteva e non può permettere che le “femmine” salissero e salgano troppo alla ribalta.

Per quanto oggi la situazione femminile non si sia discostata più di tanto dal passato, nonostante i traguardi raggiunti e la nostra prima Presidente del Consiglio donna italiana, Giorgia Meloni, finalmente stiamo riesumando dal terribile armadio polveroso della memoria i nomi di queste donne, che possiamo dire, anticonformiste e avanguardistiche rispetto al loro tempo.

Ecco dunque, con questo pezzo, una presentazione di alcune di loro.

Una breve esposizione per ciascuna di queste eroine, che con il loro coraggio, la loro resilienza, la loro caparbietà, sono riuscite a incrinare quel vetro satinato e opaco che rappresentava uno status quo dettato da paura, ignoranza e sottomissione.

Partiamo da colei che ha effettivamente fatto scoppiare lo sparo del via per l’autodeterminazione del gentil sesso in una società totalmente, come già detto, maschilista e patriarcale: Artemisia Gentileschi.

Vissuta tra il 1593 e il 1656, fu una pittrice di scuola caravaggesca, ma il suo percorso non fu affatto semplice, segnato da uno dei traumi più terribili che una donna possa subire: lo stupro.

Rimasta sfortunatamente orfana da parte di madre, fu introdotta fin dall’infanzia all’arte del pennello da suo padre Orazio Gentileschi, anche lui artista di questo genere. Tuttavia, fu un’educazione confinata tra le mura domestiche, in quanto le ragazze non potevano godere della stessa istruzione degli uomini.

Il risultato di questa collaborazione padre-figlia si ebbe nel 1610, con l’olio su tela “Susanna e i vecchioni”, sua opera prima.

Questa passione e predisposizione per la pittura da parte della figlia, fu un motivo di grande vanto e orgoglio per il padre, che nel 1611 decise di porla sotto l’ala dell’amico Agostino Tassi, maestro del trompe-l’œil (tecnica pittorica che dà l’impressione di osservare oggetti tridimensionali).

Dopo diversi tentativi fallimentari atti a sedurre la sua allieva, Tassi barbaramente la violentò, approfittando di un momento in cui il padre si era allontanato.

Naturalmente, l’accaduto scosse non poco la giovane, che si recò subito dal genitore per raccontargli quanto fosse successo. Dal canto suo, Tassi cercò di tenerla tranquilla promettendole un matrimonio riparatore. Perché sì, fino al secolo scorso lo stupratore, per non scontare alcuna pena, poteva sposare la sua vittima. In questo modo, la povera fanciulla avrebbe comunque conservato l’onore malgrado il fattaccio… Come se essere profanate da un animale fosse colpa nostra, come se fosse motivo di vergogna…

Un matrimonio che, sebbene la risposta a malincuore affermativa da parte di Artemisia, non arrivò mai, poiché Tassi era già sposato. Fu solo a questo punto che Orazio si indignò e lo denunciò a Papa Paolo V, accusandolo di aver “sverginato” la figlia contro la sua volontà, portandolo dunque a processo.

Nonostante il tribunale condannò Tassi per i suoi crimini, dopo un iter penoso per la Gentileschi (continua vittima degli insulti da parte del popolo, che la additava come “zoccola bugiarda che va a letto con tutti”), egli non scontò mai alcuna pena. Non finì mai in galera e non venne mai veramente allontanato da Roma. Al contrario, fu la Gentileschi, una volta convolata a nozze con un altro uomo, a doversene andare a Firenze.

Cionondimeno, non tutto il male vien per nuocere. L’orrido accadimento fu il suo trampolino di lancio verso la capitale dell’arte, dove instaurò rapporti con alcuni dei nomi più illustri dell’epoca e grazie all’influenza che acquisì anche per merito del suo talento, conquistò un grandioso primato: nel 1616 fu la prima donna della storia a essere ammessa alla Accademia delle Arti del Disegno del capoluogo toscano.

Insomma, nonostante le avversità e un’educazione sociale che non concedeva alle donne neanche di reclamare il patrimonio, la Gentileschi fu il primario importante esempio di femminismo legato all’arte.

Un altro traguardo di tutto rispetto fu quello della pittrice e incisora Elisabetta Sirani, vissuta tra il 1638 e il 1665 a Bologna: non solo fu la precursora professoressa dell’Accademia di San Luca nel 1660, ma il padre morente le donò la propria bottega artistica, che lei trasformò nella prima scuola d’arte per donne al mondo.

Un talento straordinario quello della Sirani, considerata già come “il pennello di Bologna”.

Ulteriore pilastro artistico fu Properzia de’ Rossi, la prima scultrice di cui si abbia memoria: vissuta tra il 1490 e il 1530, anch’ella a Bologna, nondimeno costretta a esimersi dal considerare la sua arte una vera professione, a differenza degli uomini. Era comunque così abile, da provocare l’invidia degli scultori suoi contemporanei. Celebri le sue opere in miniatura ritraenti noccioli di pesca, susine, ciliegie, intagliati per poi essere combinati con metalli preziosi, creando così splendide spille, gioielli, ornamenti e pendenti vari.

E che dire di Fede Galizia, vissuta tra il 1578 e il 1630, colei che dovrebbe essere ricordata ai posteri come l’inventrice della Natura Morta, titolo universalmente e scorrettamente attribuito al ben più famoso Maestro Caravaggio.

I suoi dipinti e le sue miniature raffiguravano spesso le cosiddette ”alzate”, vale a dire i centro tavola carichi di frutta che, nella storia, divennero uno dei protagonisti incontrastati della “ritrattistica da oggetto” (così come mi piace definirla).

Spostandoci lungo la linea temporale, ovvero tra il 1864 e il 1943, fu il turno di Camille Claudel (di cui vi ho ampliamente parlato in un reel che potete vedere cliccando qui), la scultrice francese dimenticata, poiché considerata troppo audace e innovatrice con le sue opere cariche di eros e passione.

Venne internata in manicomio dalla madre stessa, che non accettò mai la libertà di vedute e l’ardore della figlia.

Così come vi ho già parlato (cliccate qui per vedere il reel) della cosiddetta “onesta cortigiana” Veronica Franco, rimembrata per essere una influente prostituta, ma anche un’abile poetessa, che sfuggì al rogo (ella vene processata per stregoneria) grazie ai rapporti intrecciati con i potenti di Venezia.

Dato questo piccolo elenco, potreste pensare che a nessuna donna artista sia mai stata riconosciuta la validità del suo lavoro. Non è del tutto vero, alcune di loro vennero lodate sin dal principio, benché, come dicevo all’inizio di questo articolo, non siano state annoverate costantemente negli annali per le loro gesta.

Uno di questi nomi è quello di Maria Sibylla Merian, naturalista e pittrice tedesca vissuta tra il 1647 e il 1717, considerata come la vera pioniera nel campo dell’entomologia, ovvero lo studio degli insetti.

Fu una delle prime figure a redigere saggi naturalistici correlati da illustrazioni dettagliate ed esteticamente affascinanti. Il suo “La Metamorfosi degli Insetti”, un tomo ricco di tavole pubblicato ad Amsterdam, venne valutato subitamente come “l’opera più bella mai dipinta in America”.

Alla pari, ecco che vi rammento Marianne North, illustratrice, naturalista e botanica britannica vissuta tra il 1830 e il 1890. Dopo la morte della madre, un lutto dal quale si riprese dopo due anni, decise di partire e girare il mondo, ritraendo la flora esotica che si faceva largo lungo il suo cammino, attraverso immagini straordinariamente accurate, degne di un volume enciclopedico.

E parlando di illustrazioni, non posso non menzionare la celebre Beatrix Potter, la scrittrice e disegnatrice più amata dai bambini. Sono in totale 23 i racconti di Peter il Coniglio, eppure questi hanno fatto il giro del globo, sono stati tradotti in 35 lingue e ne sono state vendute centinaia di milioni di copie.

Passando ad altre rivoluzionarie che sono state in grado di sfidare lo scenario maschilista che le circondava, ecco che mi trovo orgogliosamente costretta a citarvi Giulia Lama, pittrice vissuta tra il 1681 e il 1747. Costei fu la prima nella cronaca a compiere studi anatomici sul nudo maschile dal vivo, con uno stile pittorico estremamente cupo, emotivo, quasi tragico. Potete capire lo scandalo che si generò all’epoca. Ragion per cui, molti dei suoi lavori furono “rubati” e attribuiti ad artisti uomini.

E la corrente dell’Impressionismo non nacque da un uomo, ma da una francese: Berthe Morisot, nata nel 1841 e morta nel 1895. Lei diede un grande contributo femminile al panorama pittorico di allora, con le sue pennellate vivaci e la tavolozza di colori delicata, ma non le venne mai riconosciuto alcun merito, in quanto donna.

Potrei andare avanti così per innumerevoli pagine. Potrei stare qui seduta a elencarvi altre decine e decine, se non centinaia di nomi di signore la cui maestria è stata cancellata e censurata dai libri, il cui talento è stato assegnato a terzi, la cui libertà di esprimersi è stata stroncata perché nate senza una proboscide carnosa tra le gambe.

Ma la vera domanda che ci si pone, alla fine di tale breve lista, rimane sempre la stessa: perché?

Sinceramente, non mi do pace. Non è possibile che si possa rispondere semplicemente con la parola “maschilismo” o “patriarcato”. Deve pur esserci qualche ragione ben più recondita o “sensata” per cui noi donne siamo state alla mercè del sesso cosiddetto erroneamente “più forte”, per cui abbiamo passivamente accettato una condizione misera e silenziosa per così tanti millenni, prima di svegliarci di soprassalto e comprendere che il nostro posto nel mondo non è un passo dietro all’uomo, ma quello di camminargli accanto. No, non dirò avanti a esso, poiché un mondo giusto vuole la parità e non la disparità.

Esattamente come affermò la drammaturga e attivista francese Olympe de Gouges, che ebbe una grandissima risonanza mediatica con i suoi scritti abolizionisti e femministi durante il periodo della Rivoluzione Francese. Ella, infatti, non solo redasse le sue “Réflexions sur les hommes negros”, dove osava questionare la schiavitù in America, ma nel 1791 pubblicò anche “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, in cui pretendeva giustamente la completa e totale assimilazione della figura femminile a livello politico, sociale e legale, portandola a godere degli stessi diritti degli uomini.

Una vera femminista storica.

Dicevo, non ho potuto fare a meno di domandarmi costantemente perché. Perché, perché e ancora perché.

Perché nei corsi scolastici di storia dell’arte, a meno che non si tratti di specializzazioni universitarie (e anche lì, dipende dalla facoltà che si è scelta), non si analizzano le figure di cui sopra?

Perché il diritto al divorzio, all’aborto, al voto e l’abolizione del delitto d’onore hanno tardato così tanto nel codice legislativo e sono stati decretati da soli uomini?

Perché, ancora adesso, in diverse aree del mondo, tali inalienabili diritti vengono messi in discussione, se non addirittura banditi? (E ci sarebbe da aprire un immenso dibattito su come alcune importanti religioni abbiano influito su questa assurda dicotomia… per esempio, anche le suore, non possono diventare Papa…)

Perché quando, personalmente, argomentando una determinata tesi, sicura delle mie conoscenze (così come delle mie lacune), talvolta non vengo presa sul serio in quanto considerata “bionda vera e con gli occhi azzurri e quindi frivola”?

Perché ancora oggi esistono lavori da uomo e lavori da donne?

Perché, se passeggio con una scollatura più profonda e una gonna più vertiginosa, diventa colpa mia se vengo stuprata e non della bestia male educata?

Ebbene, dopo giorni di domande, di ricerche, di letture, posso dire di essermi arresa all’idea che la risposta a tutto questo, come accennavo poco fa, sia il sempreverde e oserei dire banale “machismo”.

Dacché i nostri antenati scoprirono l’agricoltura, si è applicata una divisione dei ruoli non indifferente, funzionale solo nel contesto primitivo (se una coltiva, l’altro caccia e viceversa. E anche qui occorrerebbe aprire una dissertazione sulle identità delle mansioni), che mano a mano, nel corso del tempo, si è evoluta.

Ma non “evoluta” come l’evoluzione della specie. Evoluta come un virus, un morbo, un cancro che ha intaccato la Terra in maniera così profonda e radicata da divenire parte di esso.

Qualcuno potrà dire: “Ma cosa c’entrano la condizione femminile, la violenza sulle donne, l’aborto o il divorzio con l’arte?”

Probabilmente chi si è posto questa domanda, è uomo e non comprende il perenne calvario a cui siamo state e continuiamo a essere sottoposte noi donne.

Giusto pochi giorni fa, mi sono ritrovata a contare fino a cinquanta, per non scadere in un ignorante eccesso d’ira, quando, chiacchierando con un signore 55enne, questi ha asserito: “Ma se la donna va in giro nuda, è normale che l’uomo abbia un bisogno, uno stimolo fisico da soddisfare. Non si giustifica la violenza, ma…”

Quel “ma…” così sospeso, senza una conclusione, senza un’ulteriore argomentazione, è la chiave per capire il perché una donna non venga mai seriamente presa in considerazione.

A parlare sono anche i dati del nostro Bel Paese: secondo le analisi fornite nel 2019 dal Global Gender Gap Index (rapporto pubblicato dal World Economic Forum), l’Italia si colloca al 76esimo posto nel mondo per la parità di genere.

Come ho già scritto, l’educazione patriarcale è la ragione dietro a tale barbarie, per quanto scontata e a suo modo anacronistica. Ancora oggi, la donna può essere solo tre cose: moglie e quindi madre, puttana o santa.

Non esiste la via di mezzo.

Per fare un esempio semplicistico, quando scrivo racconti ho uno stile che tende al genere pulp, carico di cupezza e a tratti violento. Più volte ho ricevuto commenti ed elogi del tipo: “Wow, per una ragazza, per una donna, questo è uno stile molto particolare.”. A quanto pare, possiamo elaborare solo romanzi d’amore e harmony…

E infatti, capita sempre più spesso che il nostro genere sessuale debba compiere una scelta: o la vita familiare o la vita professionale. Sembra che non si possa avere il lusso di scegliere entrambe.

Innumerevoli, poi, le testimonianze di donne ricollocate, congedate o addirittura licenziate e cacciate a seguito di una gravidanza.

Inoltre, sempre per quanto riguarda l’Italia, la donna continua a guadagnare di meno rispetto all’uomo, pur avendo lo stesso ruolo. Il Gender Pay Gap del 2022 ha rilevato una differenza di retribuzione pari al 5,6% (dati Istat). Una donna ha altresì meno possibilità di raggiungere posizioni manageriali e dirigenziali.

 

Per non parlare del fatto che alcune leggi che proteggono le donne dalla violenza domestica, dallo stalking e dal femminicidio (fenomeno che sembra in crescita, ma che in realtà non è mai veramente cambiato, semplicemente i giornali ne parlano di più), sono state avvalorate solo negli ultimi anni e ancora le pene non risultano applicate e severe come dovrebbero.

 

Stiamo parlando di analisi di un Paese occidentale, senza quindi mettere in conto la condizione femminile (se di condizione si può parlare) nel Medio Oriente o in Africa, in luoghi dove la mutilazione genitale è tuttora una pratica quotidiana; dove una donna non può passeggiare se non accompagnata dal padre, dal fratello o dal marito in quanto oggetto di loro proprietà; dove una donna deve coprirsi il viso per non destare il desiderio; dove la donna non ha voce.

E ciò che lascia scioccati è proprio che questa voce sia stata ammutolita in una disciplina che non dovrebbe avere lingua, religione e nazione: l’arte.

Signori. Facciamo questo passo evolutivo. Sradichiamo questo cancro.

Concludo con il monologo in merito presente nel film “Barbie” (ho scritto un articolo in merito, cliccate qui per leggerlo), pellicola rivoluzionaria firmata Greta Gerwig, regista donna: “È impossibile essere una donna. È come se dovessimo sempre essere straordinarie, ma in qualche modo lo facciamo sempre male. Dobbiamo essere magre, ma non troppo. Non puoi dire di voler essere magra, devi dire di volere un peso sano: ma devi essere magra! Devi rimanere bella per gli uomini, ma non così bella da tentarli e minacciare altre donne perché dovresti far parte della sorellanza… Non bisogna mai invecchiare, mai essere scortese, mai vantarsi, mai essere egoista, mai fallire, mai mostrare paura, mai essere impertinente… È molto difficile, è troppo contraddittorio e nessuno ti dà una medaglia o ti ringrazia. E a quanto pare non stai solo sbagliando tutto, ma è anche colpa tua! Sono stanca di vedere me stessa e ogni donna del mondo fare l’impossibile perché gli altri ci amino!”.

Scritto da Camilla Marino