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“Fears to Fathom” – Quando le storie vere diventano videogiochi

Oggi voglio parlarvi di “Fears to Fathom”, una serie antologica di videogiochi indipendenti lanciati per la prima volta nel 2021 dal developer Rayll (pseudonimo di Mukul Negi).

Prima di addentrarmi nella trama e nel gameplay, però, occorre un appunto: nel mio vecchio reel sul videogioco “Horses” (potete vedere il video cliccando qui o leggere l’articolo cliccando qua), avevo accennato al fatto che i videogame non possono essere più relegati a semplice e banale intrattenimento videoludico per bambini: al contrario, il mondo del gaming, nel corso del tempo, si è approcciato sempre di più al pubblico adulto con titoli dal forte impatto emotivo, lore tragiche, trame complesse e personaggi maturi.

Eppure, tra i non-giocatori vige ancora questo luogo comune per cui i videogiochi sino un hobby di nicchia “poco considerato” rispetto ad altre forme d’arte. Beh, devo farvi ricredere: sebbene in parte tale affermazione sia vera, dall’altra i numeri parlano chiaro.

Il fatturato globale del settore videoludico supera di gran lunga quello della musica e del cinema messi assieme!

Il mercato planetario, in genere, si aggira tra i 180 e i 184 miliardi di dollari, ma nell’anno corrente 2026 le stime superano i 224 miliardi!

Il box office ha fatturato circa 35 miliardi (è l’annata migliore post-pandemia, ve ne ho parlato in un articolo recente) e il ramo musicale tra i 33 e i 35 miliardi.

Il settore dei videogiochi, rispetto agli altri, ha un modello di ricavo continuo monetizzando tramite abbonamenti mensili, DLC (ovvero espansioni) e microtransazioni perenni.

Al momento, un po’ come sta accadendo in ambito cinematografico, sono gli indie game i veri padroni della scena, surclassando i titoli tripla A che, dal canto loro, stanno affrontando una crisi senza precedenti legata ai costi di produzione troppo elevati e sproporzionati rispetto al fattore rischio.

I cosiddetti blockbuster videoludici impiegano milioni di dollari e anni di sviluppo: un singolo errore o imperfezione può risultare fatale per la produzione. Ragion per cui, negli ultimi tempi, si punta molto su sequel di storie già viste, reboot e formule ripetitive e collaudate.

Al contrario, i videogiochi indipendenti sono nella loro età dell’oro, proprio perché partendo da zero hanno ben poco da perdere, oltre ad avere una libertà assoluta per quanto riguarda il genere di gameplay e storytelling.

Veniamo ora a “Fears to Fathom”, il vessillo di questa nuova ondata.

Come dicevo, si tratta di un franchise antologico, il che significa che ogni capitolo presenta una trama o protagonisti diversi.

Ciascuno di essi è un horror psicologico stile sopravvivenza in prima persona con una dominante componente esplorativa e un’estetica retrò tipo pellicola VHS (che tanto piace ai giocatori odierni, dona quel tono analogico nostalgico).

Cosa rende questi giochi estremamente accattivanti?

Sono tutte storie vere…

Gli utenti raccontano le proprie esperienze pericolose e spaventose allo sviluppatore e lui le trasforma in videogiochi.

E quindi si parte col primo capitolo “Home Alone”, dove interpretiamo Miles, un ragazzo di 14 anni rimasto da solo a casa e che deve sfuggire a un pericoloso intruso.

C’è poi “Norwood Hitchhike”, in cui vestiamo i panni della 19enne Holly Gardner, costretta a passare la notte in uno strano motel isolato lungo l’interstatale.

C’è anche “Carson House”, il cui personaggio principale è il 18enne Noah Baker che accetta di sorvegliare temporaneamente la casa di un VIP mentre è braccato da qualcuno.

Il 24enne Jack Nelson è il protagonista di “Ironbark Lookout”, dove lavora come guardaboschi antincendio e si imbatte in avvenimenti sinistri.

Poi il mio episodio preferito, “Woodbury Getaway”, dove impersoniamo la 23enne Sydney Harper che organizza un fine settimana fuori porta con alcuni suoi amici in una villa in affitto con un inquietante ospite.

E la seconda stagione di sviluppo si è aperta col primo capitolo giocabile in coppia di tutta la serie, “Scratch Creek”, dove i protagonisti sono Tessa Langley e Marcus Reed: a causa di un imprevisto durante un trasloco, si ritrovano a dover a passare la notte in una decrepita e sperduta cittadina.

Gli ambienti sono costruiti in maniera veramente eccellente e l’atmosfera è altamente immersiva anche grazie a particolari dinamiche che arricchiscono l’esperienza di gioco, come l’interazione tramite SMS con gli NPC o l’uso opzionale del microfono da parte del giocatore quando ci si nasconde, per non fare rumore.

La sensazione che si respira è quella di un mondo vivo e pulsante attraverso lo schermo.

E a mio parere, “Fears to Fathom” è un’ottima serie per chi si avvicina per la prima volta al genere survival horror.

Scritto da Camilla Marino