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Vorarephobia – Il debole lo abbatte, il forte lo inghiotte

Come dicevo in un articolo scritto in passato, la mente umana è affascinante proprio per la sua complessità, per le sue infinite incognite, per i misteri che ancora custodisce nonostante gli studi e le ricerche continui.

Tra gli infiniti aspetti che catturano l’attenzione, certamente, figurano le fobie, soprattutto quelle “strane”, apparentemente senza alcun senso.

Vi ho già illustrato alcune tra le malattie mentali e condizioni neurologiche più bizzarre (potete leggere i miei articoli qui, qua e quo).

Oggi, vi parlo di qualcos’altro.

Created by Camilla Marino

Sapete cos’è la vorarefobia? Con questo termine si designa una fobia molto precisa, intensa e irrazionale: la paura di essere mangiati o divorati. Effettivamente, l’etimologa della parola nasce dall’unione del verbo greco “vorare” (divorare o ingoiare) e dall’espressione greca “phobia” (paura). Tale tipo di terrore si concentra su due aspetti: l’essere divorati vivi e interi, morendo soffocati nell’esofago, sciolti dai succhi gastrici dello stomaco, o l’essere sbranati e masticati da una creatura. Per intenderci, se si prova un’intensa sensazione di panico all’idea di essere braccati e mangiati da un leone (per esempio), ecco che si parla di vorarefobia.

Created by Camilla Marino

La fobia non ha un “padre” ufficiale, non è annoverato uno psichiatra o uno psicanalista che un bel giorno ha scoperto questa condizione e ha deciso di coniarla in questo modo. In effetti non è neanche contenuta nel DSM-5, vale a dire il manuale diagnostico dei disturbi mentali. Al contrario, la dicitura è nata nell’Internet primitivo dei primi anni 2000.

 

Eppure, nonostante la generazione di tale neologismo sia piuttosto recente, il timore che descrive tocca ridici profonde e viscerali del nostro inconscio.

In primis, vengono coinvolti i nostri sensi più reconditi e primordiali, risvegliando una percezione di pericolo biologico: vi ricordo infatti che l’essere umano, scientificamente parlando, fa parte del regno animale. Spesso ci troviamo in cima alla catena alimentare, compensando la mancanza di artigli e zanne con un’arma più potente, ovvero il nostro cervello. Ma è altresì vero che, in taluni contesti, questo non basta di fronte all’aggressività di un predatore più forte. Ed ecco che da cacciatori diventiamo prede, possibilmente la colazione di qualche bestia.

Created by Camilla Marino
Created by Camilla Marino

Se l’idea di essere sbranati da un animale può essere realizzabile (specialmente quando si sfida la Natura in maniera incosciente), quella dell’essere divorati vivi è praticamente impossibile per gli uomini (almeno sul Pianeta Terra, dinosauri esclusi, ce la siamo scampata perché non eravamo ancora presenti). Ragion per cui la vorarefobia si innesca quando si visualizzano immagini di film, manga o videogiochi.

Scomodiamo la neurologia: chi ne soffre non realizza subitamente di trovarsi di fronte a un prodotto grottesco, orrorifico e di fantasia. L’amigdala (il quartier generale del cervello) si attiva come quando si è dinanzi a un pericolo immediato. La psicosi che si scatena stacca la spina della Corteccia Prefrontale, responsabile del pensiero logico e razionale, cioè quella che ti farebbe dire: “Sono a casa mia sdraiata sul letto che sto guardando un film horror, non sta succedendo per davvero.”

Created by Camilla Marino

Una domanda sorge spontanea: cosa scatena questa fobia?

I motivi sono molteplici.

Da piccoli si potrebbe essere stati esposti a traumi visivi precoci: un bambino osserva un contenuto multimediale di questo genere e non riesce a scindere tra realtà e finzione, rimanendo “segnato” a vita.

Ma ne soffre anche chi ha subìto episodi di soffocamento o confinamento (come l’essere rinchiuso da terzi dentro a un armadio). La vorarefobia implica effettivamente la sensazione di costrizione in uno spazio chiuso senza via di scampo.

E infine, in ambito psicodinamico, è una risposta irrazionale a una paura razionale: quella di essere controllati o annientati non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente.

Ed è proprio di questo che si tratta: un annientamento psicologico.

La vorarefobia è letteralmente la paura di essere divorati, imprigionati in uno spazio chiuso senza via d’uscita. Non importa quanto ti dimeni: prima o poi, lo stomaco della bestia disintegrerà il tuo corpo, sciogliendolo nell’acido. Non rimarrà traccia dei tuoi resti, se non un cumulo informe di materiale organico di scarto. È una prospettiva spaventosa e terrificante: la perdita totale della volontà e dell’esistenza.

Created by Camilla Marino

Se questa narrazione, al contrario, vi ha provocato un certo “prurito”… “Congratulazioni!”, fate parte del club della vorarefilia, la controparte della vorarefobia, ovvero l’eccitazione sessuale dettata dall’idea di essere mangiati. In questo caso, lo scenario nella testa di coloro che sono attratti da contesti del genere è del tutto diverso: non si parla di morte, paura o sofferenza, ma di un abbandono completo e consensuale all’altro, una sorta di richiamo all’utero materno, l’essere avvolti, coccolati e in qualche modo protetti nella maniera più estrema e totalizzante possibile. Un atto di fusione sia spirituale che corporea.

Personalmente, ricordo nell’infanzia dei triggeri ambivalenti in questo senso… Tuttavia, ho connesso quei “feticci visivi involontari” a un altro tipo di “fissazione” che vi narrerò in maniera più analitica in un prossimo articolo.

Nota a margine: non bisogna confondere la vorarefilia o la vorarephobia con il cannibalismo. O meglio, essere attratti sessualmente dall’idea di essere divorati o provare una fifa blu, non indicano per forza l’atto di consumare carne umana.

Pur condividendo una dinamica estremamente simile, nella psicologia e sessuologia clinica le voglie cannibaliche vengono scisse completamente dalla vorarefilia, implicando l’attuazione di tutt’altro processo mentale.

Effettivamente, questo paragrafo può fungere da trampolino di lancio per un nuovo pezzo incentrato su questa tematica, ma nel frattempo potete leggere ciò che ho scritto su Issei Sagawa, conosciuto anche come “il cannibale di Kobe” (potete visualizzarlo cliccando qui).

 

Tornando alla vorarefobia, essa è stata anche alimentata nel tempo da fiabe e miti popolari: primi fra tutti, “Cappuccetto Rosso” e “Hansel e Gretel”. Sebbene entrambe siano state redatte dai fratelli Grimm nel corso del XIX secolo, per quanto riguarda “Cappuccetto Rosso”, la sua versione originale e più antica è stata scritta nel 1657 da Charles Perrault e non ha il lieto fine che tutti i bambini conoscono. Per l’appunto, la storia si conclude con il Lupo che divora sia la nonna, che la bambina, non esiste un cacciatore che interviene in loro soccorso aprendo la pancia dell’animale.

E dal punto di vista artistico, non posso assolutamente non menzionare l’intramontabile “Saturno che divora i suoi figli”, il capolavoro delle Pitture Nere (Pinturas Negras) di Francisco Goya, olio su intonaco realizzato sui muri della sua stessa casa (la Quinta del Sordo) tra il 1820 e il 1823.

Secondo il mito, il dio Saturno (o Crono) spodesta il padre Urano, prendendogli il trono. Il genitore morente lancia quindi una profezia: anche Saturno verrà scacciato da uno dei suoi figli. Costui vive nel costante terrore che ciò si avveri e decide dunque di mangiare tutti gli infanti. La consorte Rea sostituisce il sesto figlio, Zeus, con una pietra e lo fa allevare in segreto dalle ninfe. Quando Zeus cresce sano e forte, affronta il padre uccidendolo e liberando tutti i suoi fratelli e sorelle dalle sue viscere.

Questo dipinto rappresenta un’ambivalenza pazzesca nella mia infanzia: è stato il mio imprinting col mondo dell’arte, nonostante mi inquietasse osservarlo.

Prossimamente uscirà in sala un lungometraggio che si rivelerà un vero incubo cinematografico per chi soffre di vorarefobia: “Whalefall”, per la regia di Brian Duffield, con protagonista Austin Abrams, basato sull’omonimo romanzo scritto da Daniel Kraus nel 2023.

Il personaggio principale è un subacqueo che, per pura botta di sfiga, viene ingoiato vivo da un capodoglio (e qui, chi è appassionato di scienza e biologia marina come la sottoscritta, storce un po’ il naso: il titolo parla di una balena… Ma si tratta di un capodoglio, mannaggia! È un’altra bestia! Non è perché fanno entrambi parte del gruppo dei cetacei, si possono scambiare! È come dire che un castoro e un sorcio siano la stessa cosa.).

Comunque, il film si concentrerà sulla sua lotta per la salvezza all’interno del primo dei quattro stomaci del cetaceo (Pinocchio, sei tu?!).

La parte inquietante? Il capodoglio è effettivamente l’unico animale sulla Terra ad avere una gola abbastanza grande da poter inghiottire un essere umano vivo…

Ma niente paura: le probabilità che accada rasentano lo zero, poiché questi giganti del mare sono estremamente pacifici e mansueti quando nuotano con gli umani. “Eh ma Camilla! Nel film lui viene mangiato insieme da un calamaro gigante per sbaglio, potrebbe succedere anche a me!”. Ve lo dico subito: no, non è possibile questo scenario perché i loro territori di caccia sono a profondità che noi non potremmo raggiungere… Fidatevi, ho controllato in maniera estremamente analitica per essere sicura… anche se…

E poi… ecco! Il film che contiene il mio personale trauma visivo sulla vorarefobia, eppure una delle mie pellicole preferite in assoluto.

“I Fratelli Grimm e l’incantevole strega”, uscito nel 2005 per la regia di Terry Gilliam, con un cast composto da Matt Damon, Heath Ledger, Peter Stormare, Monica Bellucci, Lena Headey e Jonathan Pryce.

Un prodotto cinematografico che unisce il fantasy, l’avventura e l’horror in un’atmosfera tra il grottesco e il comico a tratti demenziale (Mercurio Cavaldi interpretato da Peter Stormare è un anti-eroe sadico e pazzo che personalmente adoro).

In questa rivisitazione unica e particolare dei fratelli Grimm, c’è una scena di un cavallo indemoniato che cattura una bambina con delle ragnatele contenute nella sua bocca e la divora viva e intera, con tanto di dettaglio di lei che scompare nella sua gola.

Beh, ovviamente è IMPOSSIBILE che possa avverarsi qualcosa di simile… o no?

Ma gli esempi cinematografici, televisivi e tratti dai manga e dai fumetti incentrati sulla vorarephobia sono veramente tantissimi, difficili da contare in un unico scritto.

Posso citarvi il film “Anaconda” del 1997 per la regia di Luis Llosa, l’intramontabile “Lo Squalo” di Steven Spielberg del 1975, qualsiasi lungometraggio animato firmato da Don Bluth (quel genio dell’animazione ha messo tutti i feticci possibili legati a lingua, gola e bocca, se leggete i commenti sotto le clip dei suoi cartoni, tutti noi che li abbiamo guardati da piccoli abbiamo avuto una sorta di involontario e infantile risveglio sessuale, me compresa).

O ancora, posso menzionare il manga scritto e disegnato da Hajime Isayama “Attack on Titan”, trasformato poi in una serie anime di grande successo.

E tutto il franchise di “Jurassic Park” e “Jurassic World”? Ne vogliamo parlare o basta dire che i dinosauri del bioparco di John Hammond si pappano i turisti?

Anche questa scena è stata un climax della mia infanzia, non riuscivo a guardarla quando ero piccola

Come posso concludere questo viaggio allucinante nella psiche?

Con una citazione della ricercatrice per la salute mentale Charlotte Probst: “Riconosci nell’animale un soggetto, non un oggetto? Allora sii coerente, non domandare ‘che cosa’ mangiamo oggi, ma ‘chi’ mangiamo oggi.”

Io, se devo proprio rispondere, penso che cenerò con un ragù di calamari.

Scritto da Camilla Marino

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