Instagram
Privacy Policy

Marrakech – La città fuori dal tempo

Sono stata in Marocco, a Marrakech per la precisione, e oggi voglio raccontarvi di questo viaggio esotico e fantastico, narrandovelo giorno per giorno, dispensando consigli nel caso vogliate intraprenderlo (se volete vedere i video che ho fatto durante il viaggio, potete visualizzare i reel che ho pubblicato sulla pagina ufficiale Instagram, cliccando qui, qua e qui).

Innanzitutto, eccovi qualche piccola informazione prima di partire: Marrakech non è la capitale del Marocco (come alcuni potrebbero pensare, a causa della sua fama), ma è Rabat. Lo Stato in questione si trova sulla costa occidentale africana, affacciandosi dunque sull’Oceano Atlantico. Tuttavia, Marrakech è situata nella regione medio-sud-ovest nota come Marrakech-Safi (di cui è anche capoluogo), a 150 km dal mare.

La città non è collocata nel nostro stesso fuso orario, ma si posiziona un’ora prima rispetto a noi. Le lingue ufficiali sono l’arabo (sia il classico che il dialetto locale, il darija) e il berbero (l’amazigh), ma per comunicare vi basterà conoscere il francese e, in alcuni casi, l’inglese.

La bandiera del Marocco, adottata per la prima volta nel 1915, ha uno sfondo rosso e un pentagramma verde. Il rosso simboleggia il coraggio e il sangue versato dal popolo in nome della religione; la stella a cinque punte rappresenta i cinque pilastri dell'Islam, il cui colore per eccellenza è il verde.

La moneta utilizzata è il dirham marocchino, che ha un cambio molto favorevole con l’euro: 10 dirham equivalgono a circa 1€, 100 dirham a €10, 1000 dirham a €100 e così via (per utilità, 1 dirham = $0,10 e £0,07).

Tenete a mente, però, che è illegale esportare i dirham, dovrete necessariamente finire tutti i contanti prima del rientro o cambiarli in aeroporto.

Detto questo, atterriamo a Marrakech! Piccoli consigli prima di prendere l’aereo: se volete un’esperienza più autentica, non prenotate un hotel, ma andate in un riad o un dar, ovvero ex case private dotate rispettivamente di un giardino e di un cortile interno; salite a bordo solo dei taxi gialli ufficiali, non chiedete informazioni a sconosciuti e non accettate passaggi casuali; per noi donzelle non ci sono grandi problemi legati all’abbigliamento, visto che il Marocco è un Paese islamico molto tollerante, ma vestitevi comunque in maniera modesta per rispettare la cultura locale.

Dunque, il primo giorno abbiamo visitato les Jardins Majorelle, uno dei siti per eccellenza della città, vale a dire il complesso dei giardini botanici progettato dal pittore francese Jacques Majorelle (1886 – 1962) nel 1931, durante il periodo coloniale.

Al centro sorge la casa dell’artista, l’iconica Villa Oasis in Blu Majorelle, una tonalità molto particolare creata da lui stesso: un blu intenso, profondo e vibrante che divenne simbolo di Marrakech grazie a Yves Saint Laurent, che negli anni ’80, innamoratosi del Marocco, acquistò l’intera struttura. Tra l’altro, proprio lì accanto, si può visitare il museo interamente dedicato a Yves Saint Laurent.

Dopo un pranzo a base di msmen – le tipiche focacce sfogliare morbide e croccanti – e di briwat – piccoli involtini triangolari marocchini gustosissimi a base di pasta fillo fritta e croccante con ripieno di carne e spaghetti di soia tritati – ci siamo dirette a le Jardin Secret, una delle più antiche oasi botaniche situate proprio nel cuore della Medina, risalente al XIX secolo.

Nel caso vi steste chiedendo che cos’è una Medina, è la parte storica della città, formata da un labirinto di vicoli stretti e tortuosi in cui è facile perdersi e in cui si trovano i souk, i tradizionali mercati dell’artigianato dove si compra letteralmente di tutto! Mi raccomando: la contrattazione è importantissima, non è maleducazione, ma parte della cultura. Contrattate sempre, soprattutto quando il prezzo non è in bella vista.

Altra piccola regola per evitare mancanze di rispetto: se vi viene offerto il tipico tè nero o tè verde marocchino zuccherato (magari a base di menta), accettatelo. È un segno di accoglienza e rifiutarlo potrebbe risultare offensivo.

Tutto questo non prima di aver visto la moschera più famosa di Marrakech, la moschea Koutoubia, il vero vessillo della località, con il suo inconfondibile minareto, alto ben 77 metri.

Realizzata nel 1158 sotto il califfo almohade Abdal al-Mu’min secondo l’architettura ispano-moresca, è ubicato a pochi passi dalla celebre Piazza Jemma el-Fna ed è un punto di riferimento più che rilevante anche per orientarsi.

La Medina di Marrakech, che comprende la moschea e la piazza, è Patrimonio Unesco dal 1985, ma Piazza Jemaa el-Fna nello specifico ha un ulteriore riconoscimento: dal 2001 è considerata Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità, grazie alla cultura viva che la popola ancora oggi.

Dopo esserci godute il magnifico tramonto rosa dalla terrazza di Fine Mama? (dove abbiamo bevuto tè e mangiato alcuni dolcetti del posto), siamo andate a cena a La Fontaine des Épices, uno dei locali più famosi di Marrakech, dove mi sono gustata un buonissimo pollo al limone e olive cotto nel tajine.

Il secondo giorno del nostro soggiorno nella città marocchina, ci siamo addentrate maggiormente nei souk della Medina, scoprendo dettagli e luoghi interessanti. Come per esempio, Rahba Kedima, ovvero la Piazza delle Spezie, uno dei mercati più celebri di tutta Marrakech per poter acquistare le tipiche spezie colorate e profumate che condiscono i piatti tradizionali, in primis la curcuma e la cannella.

Ricordate di portare con voi tanti contanti o di prelevare nei vari centri di cambio moneta dislocati in giro, perché molti esercizi commerciali non dispongono di un POS.

Oppure, si possono ammirare le stoffe variopinte del souk Laghzal. Qui, le tribù berbere che abitano le montagne, espongono la loro lana grezza e i filati fatti a mano sin dalla mattina presto, per venderli agli artigiani e ai tessitori.

O ancora, abbiamo scoperto una piccola curiosità in merito ai battenti delle porte: può capitare di imbattersi in battenti a forma di mano. In passato, se la mano non aveva l’anello, indicava che la donna che abitava quella casa era nubile; se portava l’anello, allora era sposata.

E mi hanno anche stupita le macellerie in giro per la Medina, la cui carne viene esposta all’aperto per sottolinearne la freschezza. Attenzione: le foto, in questo contesto, sono quasi sempre vietate. Chiedete sempre il permesso per poterle fare ed evitate di riprendere i volti degli abitanti, poiché per la loro privacy è importantissima.

Ci siamo poi dirette verso il magnifico capolavoro di Marrakech: la Madrasa di Ben Youssef, un vero gioiello d’architettura arabo-andalusa. Si tratta di una scuola di cultura islamica e coranica. Questa nello specifico è la più grande di tutto il Marocco.

Intitolata all’emiro almoravide Ali ibn Yusuf, la struttura che si erge oggi fu commissionata dal Sultano sa’diano Abd Allah al Ghalib tra il 1557 e il 1565, ma la scuola in sé fu fondata nel XIV secolo dal sultano Merinide Abu al-Hasan. Il pavimento è realizzato con i zellij (i mosaici di ceramica formanti motivi geometrici). Le pareti sono completamente e finemente decorate con stucco e legno inciso, scolpito con motivi floreali in cui, se si fa attenzione, si scorgono iscrizioni in lingua araba. Una vera gioia per gli occhi già a partire dal cortile interno con la sua piscina.

A pranzo ho assaggiato un altro piatto tradizionale marocchino: la pastilla, risalente alla Spagna islamica, uno sformato il cui ingrediente principale è la carne di piccione o, in alternativa, il pollo, il pesce o le frattaglie di altri animali. Il tutto combinato con mandorle tostate e tritate, cannella e zucchero.

 

Non poteva mancare un tatuaggio temporaneo all’henné, un simbolo di buona fortuna che fa parte della cultura marocchina da secoli. Personalmente, amo le mani decorate con questa tinta naturale.

Nel pomeriggio abbiamo continuato l’esplorazione della Medina, poiché durante il Ramadan bisogna tenere a mente che tutti i punti d’interesse e le attività turistiche chiudono presto, verso le 15:00.

Per cena, al ristorante Le Tanjia, mi sono goduta delle gustosissime kefta con uova e pomodori cotte nel tajine, cioè polpette nordafricane e mediorientali fatte con carne macinata di manzo e agnello, prezzemolo, menta, paprika, cumino e cannella. E nel frattempo, abbiamo assistito a uno spettacolo di Raqs Sharqui, la danza orientale del ventre, ballata in stile Shikat, vale a dire con un abito lungo e decorato chiamato caftano.

Il terzo giorno della nostra permanenza, subito dopo colazione, non abbiamo perso tempo e ci siamo dirette verso quella che il pittore olandese Adrien Matham, quando la vide nel 1650, definì come “una meraviglia del mondo”: il Palazzo El Badi, altra tappa imperdibile della città marocchina.

Traducibile dall’arabo come “il palazzo incomparabile”, venne fatto costruire nel 1578 dal sultano Sa’diano Ahmad al-Mansur al-Dhahabi e le sue dimensioni sono ancora oggi immense: 360 stanze, un cortile lungo 135 metri per 110 di larghezza, con una piscina 90mx20m! Ogni spazio era meravigliosamente decorato con marmi italiani e oro proveniente dall’Africa subsahariana. Una vera opera d’arte!

Sfortunatamente, il maestoso palazzo venne distrutto dal sultano Alawita Mulay Ismail nel 1696 circa, che usò i resti smantellati per decorare il suo palazzo a Meknès, lasciando solo un pallido ricordo dello splendore passato.

Successivamente, passando di fronte al bellissimo minareto della Moschea della Kasbah, conosciuta anche come Moschea El-Mansour, siamo andate a visitare le Tombe Sa’diane, lo splendido mausoleo dell’omonima dinastia. Costruite al tempo del sultano Ahmad al-Mansour al-Dhahabi, tra il 1578 e il 1603, le tombe sono un vero patrimonio artistico, note per la loro bellezza, soprattutto per quanto riguarda la stanza delle dodici colonne, dove sono sepolte le spoglie del nipote sultano. Anche in questo sito, scoperto solamente nel 1917, il marmo di Carrara la fa da padrone!

Dopo aver preso uno shawarma al volo – una sorta di variante del kebab, dove la carne di agnello, pecora, capra, pollo o manzo viene avvolta nel khubz, il tipico pane arabo, insieme a verdure e altri ingredienti – abbiamo preso il pullman che ci avrebbe condotte al deserto di Agafay. Si tratta di un deserto roccioso, caratterizzato da colline di pietra e aride distese color ocra, a circa 30km da Marrakech. Qui ci aspettava una gita in quad tra i paesaggi brulli e surreali, nonché alcuni dromedari (chiamati erroneamente cannelli) con cui ho fatto amicizia.

Naturalmente, in questo contesto non poteva mancare una cena a base di couscous, tajine con verude e harira – la zuppa marocchina a base di pomodoro, lenticchie, ceci e carne, una sorta di cavallo di battaglia culinario durante il Ramadan, poiché molto sostanziosa.

Un pasto avvenuto non prima di aver fatto visita a una cooperativa berbera in cui ci hanno istruite sulla tradizionalità del tè marocchino e sulla produzione di olio d’argan, usato non solo nella cosmetica, ma anche per condire gli alimenti. Per l’appunto, ci hanno accolte con una gustosa degustazione a base di pane arabo da pucciare nell’olio d’oliva, nel miele e nel burro d’arachidi, tutti aromatizzati con l’olio d’argan.

Peccato per il tempo nuvoloso, sennò ci saremmo godute un tramonto spettacolare prima dell’intrattenimento serale e prima di rientrare in città. Una gita decisamente turistica di mezza giornata, ma adatta quando non si ha molto tempo a disposizione.

La mattina del nostro quarto e ultimo giorno, abbiamo ammirato l’estetica sublime del Palazzo El Bahia, realizzato tra il 1866 e il 1867 dall’architetto Muhammad al-Makki e considerato un vero capolavoro dell’architettura tradizionale marocchina, tra marmo di Carrara e zellij.

Abbiamo poi concluso il nostro viaggio con una tappa alla Terrace des Épices, dove abbiamo fatto incetta di dolcetti e pasticcini tradizionali della raffinata pasticceria marocchina, i cui dolci (come i chebakia o i Cornes de Gazelle) a base di miele, mandorle, sesamo e acqua di fiori d’arancio sono noti in tutto il mondo.

In aeroporto mi sono tolta la soddisfazione di acquistare una confezione di “Marocchissimo! Coffee” al negozio di Bacha Coffee, il locale più famoso di Marrakech dove si possono degustare delle miscele inebrianti di caffè in un ambiente coloniale e lussuoso, che purtroppo non abbiamo potuto frequentare a causa degli orari del Ramadan.

Marrakech mi è veramente piaciuta! A tal punto che tornerò sicuramente, per dare inizio a un tour on the road per tutto il Marocco, un Paese ricco di cultura, a cavallo tra passato e presente.

Marrakech è ormai una delle mete per eccellenza per chi viaggia, sia per turisti occasionali, che per chi vuole accingersi a un’esperienza dalle note esotiche più approfondita, lontana dagli standard culturali europei.

La città è viva, è vibrante, fuori dal nostro tempo, pur conservando ancora tradizioni ancestrali. Dà una sensazione singolare passeggiare per le vie dei souk e imbattersi in spezie, profumi e (ahimé, al mercato) animali insoliti per l’Occidente e, contemporaneamente, avvistare venditori di gadget moderni, cellulari, souvenir e (ovviamente) false griffe.

È insolito camminare tra riad, dar e antiche rovine silenziose, mentre si osserva un aereo decollare in cielo: mi è capitato in altri posti nel mondo, come tra le vestigia Maya in Messico (di cui vi ho parlato in un quest’altro articolo), in Indonesia, nella Valle dei Re (Luxor) in Egitto, in moto nel Sahara, ma qua ho percepito di più il contrasto.

È peculiare pensare comunque di fare un’escursione in quad affiancando dei dromedari.

In una parola, Marrakech può essere descritta come una città puramente anacronistica.

E per concludere, userò le parole di Yves Saint Laurent stesso: “Ho scoperto Marrakech molto tardi, è stato uno choc straordinario. Soprattutto per il colore. Questa città mi ha insegnato il colore. A ogni angolo si incontrano gruppi di persone, uomini e donne che indossano caffettani rosa, blu, verdi, porpora. È sorprendente: sembrano disegnati, ricordano gli schizzi di Delacroix, mentre non sono altro che il frutto dell’improvvisazione della vita.”

Scritto da Camilla Marino