Sono andata al cinema a vedere “Il Diavolo veste Prada 2”… e non credo che ci sia bisogno di troppe presentazioni, ma per i profani: trattasi del sequel dell’iconico e intramontabile “Il Diavolo veste Prada” del 2006, candidato nel 2007 a due premi Oscar: miglior attrice a Meryl Streep e migliori costumi a Patricia Field. Questa è una produzione del 2026, per la regia di David Frankel (che diresse anche il primo film 20 anni fa) e con il ritorno di tutto il cast: Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci, Emily Blunt e la comparsa di Lady Gaga che interpreta sé stessa.
Tutti sanno che quando si parla di cult cinematografici, realizzare un sequel è un vero e proprio azzardo, poiché il rischio è quello di creare una replica più debole dell’originale o di rovinare o vanificare il senso dell’opera prima. Non esiste una via di mezzo: o esce fuori un capolavoro oppure qualcosa che fa mettere le mani nei capelli. “Il Diavolo veste Prada 2” è un ottimo sequel!
Eppure, ho sentito diverse critiche e perplessità da parte del pubblico: “Eh ma non è glamour e smart come il primo, eh ma sembra più Il Diavolo veste Zara, eh ma alla fine non c’è tanta moda…”. Allora, ragioniamo un momento.
Come accennavo poc’anzi, se questa pellicola avesse cercato di replicare l’originale, sarebbe nato un paragone istantaneo tra i due lavori che avrebbe portato alla domanda inevitabile: “Ma che senso ha avuto girare un seguito, se non aggiunge nulla di nuovo?”.
Ecco, discutiamo del senso di questo lungometraggio: Runway sta affrontando una crisi mediatica che Anne Hathaway è chiamata a risolvere in quanto giornalista, incaricata di riportare in auge la rivista con nuovi contenuti.
Il punto è che il motivo principale dietro alla caduta di Runway è proprio l’epoca in cui ci troviamo, fatta di content fast food, click istantaneo e scrolling, suggerito da un pubblico che non va più in profondità.
Ne consegue che la moda e l’arte stessa risultino in decadimento e non più il vero luxury, il vero estro creativo che generava stupore e meraviglia nel 2006. Nigel (Stanley Tucci) lo dice chiaro e tondo con immenso sconforto: “Una volta, Runway parlava di moda. Ora mi occupo di creare articoli e contenuti online per lo scrolling di chi è seduto al gabinetto”.
“Il Diavolo veste Prada 2” non è un film sull’haute couture, ma sulla crisi del giornalismo tipica dei nostri tempi, minacciato da un progresso-non-progresso osteggiato e contemporaneamente promosso dall’AI.
Quanti magazine la sfruttano in maniera sempre più infestante, oramai? Anche per questo motivo, ho apprezzato moltissimo la scelta di Milano come location.
Ovviamente, in parte, perché sono una milanese DOC (ma quanto è bella Milano in questo film?!), ma soprattutto perché la capitale lombarda è non solo uno dei poli mondiali del settore del fashion, ma rappresenta anche una perfetta fusione tra la tradizione, la storia e l’identità italiana con la contemporaneità e l’evoluzione tecnologica.
Esattamente come Runway, nonostante le minacce del futuro, Milano rimane immortale, un baluardo indistruttibile, due entità mitologiche a confronto.
Stupenda la scena di Miranda (Meryl Streep) che cerca di riprendersi nella nostra amata Galleria.
Se volete vedere qualche scena del film, compresa questa, potete cliccare qui per vedere il reel che ho pubblicato sulla pagina ufficiale della testata su Instagram. Per di più, in quest’altro reel, vi parlo più nel dettaglio della Galleria di Milano.
Unica nota dolente che mi sento di appuntare: il doppiaggio.
I doppiatori sono gli stessi della prima pellicola: Maria Pia Di Meo, che dona la voce a Meryl Streep, e Gabriele Lavia con Stanley Tucci.
Tra l’altro, Meryl Streep ha già dichiarato in passato di amare la voce di Maria Pia Di Meo, a tal punto da desiderare di avere lei stessa quel timbro “bellissimo e caldo”, come lo ha definito.
Sono due grandi artisti storici nel panorama italiano, soprattutto nel campo del doppiaggio, ma oggettivamente, in questo caso specifico, sembra esserci una differenza importante di età tra chi doppia e gli attori.
Inoltre, parere personale, ho notato che l’audio del doppiaggio era poco integrato con l’audio dell’ambiente circostante, quasi come se i suoni ambientali fossero stati attutiti o persino silenziati quando i personaggi parlano.
Ma al di là di questa piccolezza tecnica, “Il Diavolo veste Prada 2” è un sequel degno di tale nome, con una trama convincente, un adattamento coerente con il presente e un grande messaggio da cogliere.
