Ho visto “Paura di amare”, un film del 1999 diretto da Garry Marshall i cui due protagonisti sono Al Pacino e Michelle Pfeiffer.
Negli ultimi anni, per un motivo o per un altro, sembra che il concetto di amore sia stato perduto o sia scomparso (ve ne parlo meglio in quest’altro articolo). Lungometraggi come questo, la cui trama ruota semplicemente attorno a un uomo e una donna che si incontrano e si innamorano, ci ricordano la bellezza di questo sentimento.
Al Pacino interpreta Johnny, Michelle Pfeiffer interpreta Frankie, esattamente come la celebre canzone folk del 1904 “Franke & Johnny”, che racconta la storia d’amore burrascosa e tragica di due amanti che si chiamano, guarda un po’, Frankie e Johnny.
Tornando al film: Johnny conosce Frankie quando viene assunto in qualità di cuoco nel ristorante greco in cui lei lavora come cameriera.
Per lui è un colpo di fulmine. Anche lei è interessata, ma è ormai disillusa in seguito alle sue passate relazioni disastrose e violente.
“Paura di amare” è un titolo peculiare. Effettivamente, il tema cardine, il motivo per cui Frankie è inizialmente così restia a lasciarsi andare con Johnny è proprio questo: la paura di amare.
Quest’ultima, nota anche come filofobia, è quella che ti fa alzare barriere immense per non soffrire, quella che ti fa mollare il colpo ancor prima di averci provato per evitare preventivamente di ritrovarsi una mazzata sui denti a livello emotivo.
La pellicola, comunque improntata sul ritmo della commedia romantica, dosata perfettamente col dramma, non parla tuttavia del semplice “non voglio farmi del male”… o meglio, lo fa, ma in una maniera più profonda e significativa.
Si parla di due persone chiaramente traumatizzate che comunicano la loro disperata voglia di amarsi a vicenda in due modi diversi: Frankie con un distacco e un cinismo atti a preservarsi proprio perché Johnny sta entrando nel suo animo; Johnny spinge, grida i suoi sentimenti, lotta con le unghie e con i denti.
È un film che fa capire quanto sia indispensabile abbattere quelle barriere emotive, ma non con gesti eclatanti o il principe che arriva sul cavallo bianco, quanto invece con la pazienza e la comprensione. Perché affidarsi emotivamente a qualcuno, ammettere che si ha bisogno di qualcuno per essere felici nella vita, è pericoloso, a volte doloroso, ma necessario per togliersi l’armatura di dosso e finalmente vivere.
Noi oggi siamo convinti che tutto questo processo sia una responsabilità troppo grande da sobbarcarsi.
Condividere la vita con una persona è difficile, nella nostra mente. E quindi sfruttiamo la solitudine e la routine come una corazza, un anestetico, convinti di poter stare al sicuro, esattamente come fa Frankie.
In conclusione: un ottimo film per riflettere.
