Ho letto “La Città della Gioia”, un romanzo scritto da Dominique Lapierre e pubblicato nel 1985.
Questo è uno dei grandi classici della letteratura mondiale: è il libro che ha fatto conoscere al globo la realtà delle condizioni di vita insostenibili di Calcutta, in India. Questo anche grazie a un film omonimo basato sullo scritto, uscito in sala nel 1992, per la regia di Roland Joffé, con protagonista Patrick Swayze.
Tale realtà ha colpito così la coscienza del mondo intero, a tal punto che sono successivamente stati intrapresi diversi progetti di sviluppo e riqualificazione della vita nell’area (sebbene con enormi difficoltà).
La metà dei ricavati dalle vendite del libro sono stati devoluti per l’attuazione di queste operazioni.
Tornando al romanzo, Dominique Lapierre propone tre storie parallele: c’è Hasari Pal, un contadino indiano che è costretto a trasferirsi a Calcutta con la sua famiglia a causa della carestia, dove lavorerà come uomo-cavallo; c’è poi Paul Lambert, un missionario francese che, seguendo la propria vocazione, decide di vivere tra i lebbrosi dello slum, cercando di aiutarli in ogni modo possibile; ed è qui che interviene il terzo protagonista, il giovane medico americano Max Loeb, che parte alla volta dell’India in cerca di nuovi stimoli.
Il destino dei tre si incrocerà: Hasari Pal vive nella baraccopoli dove si trasferisce il missionario Paul Lambert. Quest’ultimo, una volta constatato che il problema principale dello slum è la totale mancanza di cure mediche, decide di pubblicare un annuncio alla ricerca di personale sanitario, per fornire assistenza agli abitanti. Max Loeb risponderà all’annuncio e passerà un anno della sua vita a curare gli ammalati.
L’ispirazione per la trascrizione di questo romanzo nasce da un’esperienza realmente vissuta dall’autore a Calcutta. L’impressione che lo colpì profondamente durante il suo soggiorno fu che, nonostante la miseria, la povertà oltre ogni limite e la mancanza di qualsiasi bene o servizio, la gente che abitava lo slum ringraziava comunque Dio per quel poco che avevano, dimostrando una resilienza, una caparbietà e contemporaneamente una serenità fuori dal comune.
Da qui nasce il senso del titolo “La Città della Gioia”, nome con cui è nota la baraccopoli dove è ambientata la storia, Anand Nagar, la più degradata e disastrata di tutta Calcutta.
Non è una lettura semplice: è una visione di ciò che accade veramente in quell’angolo di mondo. È una realtà scomoda, che fa male, che fa capire cosa sia davvero la forza d’animo, anche nelle condizioni più gravi.
È un romanzo che dona gioia e dolore allo stesso tempo, coinvolgendo a 360 gradi il lettore, che sente di essere fisicamente in quel luogo.
È proprio questa la potenza di questo capolavoro letterario: la sua crudezza realista messa a confronto con la speranza che traspare da ogni riga, da ogni singolo atto di solidarietà, nonostante le avversità.
Come afferma una citazione presa direttamente dal libro: “Eppure, nel più profondo orrore avveniva sempre un miracolo. Quello che scoprì Paul Lambert dal suo tugurio quella domenica di Pentecoste, aveva il volto di una bambina vestita di bianco, con un fiore rosso tra i capelli, che camminava come una regina in mezzo a tutta quella merda.”
Una lettura sempre attuale, non solo per il panorama sociale che permane in India, ma per la meravigliosa mescolanza tra cronaca e narrazione che rende l’opera sconvolgente, capace di lasciare un segno indelebile nella coscienza e nel cuore di chiunque.
