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“Il cinema è una reinterpretazione del mondo” – Gaspar Noé

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Per alcuni assegnazione noiosa, boriosa, tediosa, per altri grandiosa, festosa, ambiziosa, vittoriosa e petalosa (?), considerata più volte superata, passata o datata, io invece l’ho proprio aspettata e difatti, anche quest’anno gli Oscar si sono conclusi, per esattezza la 96esima edizione, perché la primissa cerimonia, considerata la più prestigiosa e antica del mondo cinematografico, vide la luce il 16 maggio del 1929, all’Hotel Roosvelt di Hollywood, con un costo dei biglietti davvero esiguo per i giorni nostri, giusto cinque dollari!

Pensate, quasi cento anni di premiazioni e di star che sfilano sul Red Carpet, cento anni consacrati ufficialmente al cinema, anche se la nascita della settima arte è antecedente: l’invenzione della pellicola, difatti, risale al 1885, a opera di George Eastman, a cui seguì la ripresa di un cortometraggio di un paio di secondi, letteralmente, chiamato “Man Walking Around a Corner” di Louis Aimé Augustine Le Prince. Mentre la prima proiezione in sala con un pubblico pagante, fu il 28 dicembre 1895, grazie all’ideazione dei fratelli Lumière, che mostrarono, al Salon indien du Grand Café, un apparecchio da loro brevettato chiamato cinématographe, che creava l’effetto movimento, con una sequenza di immagini fotografiche distinte, impresse su una pellicola stampata. Anche se nel 1889, Thomas Edison aveva realizzato il kinetoscopio, una sorta di cinepresa che però consentiva la visione a un solo spettatore alla volta.

Viene chiamata “settima arte” dopo che il critico Ricciotto Canudo, nel 1921, pubblicò “La nascita della settima arte”, appunto, il manifesto che prevedeva, attraverso la cinematografia, l’unione tra la dimensione del tempo e l’estensione dello spazio, abbracciando la narrativa.

Oggi sono qui per commentare con voi questa grandiosa ricorrenza, per farvi sapere cosa penso di ciascuna premiazione e per fornirvi qualche curiosità in merito.

In realtà, il vero nome di questo ambito traguardo sarebbe Academy Award of Merit. Quindi qual è il motivo dietro all’origine del termine Oscar? La risposta è incerta, ma si dice che sarebbe legata a un’affermazione di Margareth Herrick, segretaria esecutiva dell’avvenimento del 1931, che vedendo la statuetta esclamò la frase: “Assomiglia proprio a mio zio Oscar!”.

Per quanto riguarda l’Oscar del ’29, un altro fatto particolarmente curioso fu la sua durata: non si riesce quasi a credere, ormai abituati a questo evento che si prende tra le tre e le quattro ore di tempo, che all’epoca, l’intera premiazione durò solo 4 minuti e 22 secondi! La risonanza mediatica non fu particolarmente intensa e i premi assegnati furono tredici: miglior produzione, miglior produzione artistica (statuetta assegnata solo durante la prima celebrazione), miglior attore, miglior attrice (vinto da Janet Gaynor per tre film), miglior regia (per un film drammatico e per un film comico), miglior sceneggiatura, miglior soggetto, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori effetti tecnici, migliori didascalie (in lizza c’erano anche alcuni film muti, dato che il sonoro era nato giusto due anni prima, nel 1927) e due premi speciali.

Il primo di questi due premi venne assegnato alla Warner Bros., per il suo film “Il cantante jazz”, prodotto proprio nel 1927 e diretto da Alan Crosland, il primo film sonoro della storia, anche se buona parte di esso sfruttava comunque le didascalie tipiche dei film muti.

Il secondo premio speciale venne assegnato all’eterno Charlie Chaplin, per aver scritto, diretto e interpretato il lungometraggio “Il circo” (“The Circus”), nel 1928, considerato uno dei suoi massimi capolavori.

A questo giro, non abbiamo potuto ascoltare gli inestimabili contributi delle sempre precise e incomparabili recensioni del più famoso e amato critico cinematografico italiano Gianni Canova (nonché professore e rettore presso l’Università IULM di Milano, la mia Alma Mater), che fortemente ci sono mancati nella lunga nottata degli Academy, perché dopo tanti anni è stata trasmessa da Rai 1 e non da Sky. La conduzione e la direzione sono passate al giornalista e conduttore televisivo Alberto Matano.

Al suo fianco, una squadra di opinionisti composta dall’attrice Stefania Sandrelli, dall’attrice e conduttrice televisiva Ambra Angiolini, dall’attore e doppiatore Claudio Santamaria, dal regista e scenggiatore Gabriele Muccino, dal giornalista e direttore artistico del Festival del Cinema di Roma Antonio Monda e dalla giornalista Paola Jacobbi.

Il mio giudizio, puramente soggettivo, è che questa trasmissione ha sicuramente funzionato, considerate le veloci tempistiche di traduzione e sincronizzazione con lo spettacolo di Hollywood, ma solo in parte, poiché il grande punto di forza del commentary di Gianni Canova su Sky era proprio la sua capacità innata di riassumere in circa un minuto la trama e la natura di un film in maniera comunque esaustiva, creando quindi un piacevole “salotto” con giudizi e approfondimenti ai limiti dell’”intellettualità cinematografica”, dove la grande conoscenza in fatto di filmografia regnava sovrana. Una conoscenza, tuttavia, che in quel momento diventava accessibile a tutti, dai sacri ai profani.

Per non parlare di una parte fondamentale della serata dedicata all’arrivo delle celebrità sul Red Carpet, dove si ha modo di analizzare tutti gli abiti indossati dalle star hollywoodiane. La moda e la realizzazione di outfit specifici, con trucco e acconciature, sono una parte importantissima nella riuscita di un buon film, tanto è vero che esiste una categoria che premia i migliori costumi e il miglior make up.

Quest’anno, invece, questa fetta di rappresentazione è stata del tutto omessa alla nostra visione.

Inoltre, nonostante Matano si sia dimostrato un ottimo “padrone di casa”, tutta la diretta mi è apparsa piuttosto disorganizzata, soprattutto per quanto riguardava le tempistiche, anche se come ho detto sopra, non è facile gestirle. Ci sono stati alcuni momenti costellati da battute forse poco consone al contesto: la sensazione, a tratti, è stata quella di assistere più a una trasmissione pomeridiana, anziché a un evento di così rilevante importanza. Gli interventi, per quanto dotti e ben elaborati, soprattutto quelli di Matano, di Muccino, della Sandrelli e della Jacobbi, venivano troncati sul più bello dal collegamento repentino con Los Angeles. I discorsi, dunque, sono apparsi “a singhiozzo”. Il pubblico presente in studio, oltretutto, sembrava superfluo, senza alcuna possibilità di poter contribuire e interagire con il proprio punto di vista.

Diciamo che potrebbe essere, a mio umile parere, studiata meglio, avrà modo di evolversi nel corso del tempo. Sono fiduciosa.

Tornando alla serata degli Academy, devo dire che, inizialmente, la messa in scena sul palco non mi aveva entusiasmata particolarmente: mi è sembrata troppo “basica” e digitale, meno spettacolare. Ciononostante mi sono ricreduta nel corso della cerimonia e posso dire che la scenografia è stata non solo decisamente degna del Dobly Theatre, ma anche indiscutibilmente funzionale per l’attuazione delle varie performance, presentazioni e candidature.

Candidature e vincitori che vengono scelti dalla commissione degli Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), composta da 10.500 membri tra attori, direttori di casting, direttori della fotografia, registi, dirigenti, documentaristi ecc.

I film presentati all’Academy nel corso di ogni anno e che rispettano determinate caratteristiche sia per quanto riguarda la durata, che la fotografia, che l’uscita nelle sale di Los Angeles, vengono poi votati dai componenti dell’AMPS e il vincitore di ogni categoria viene calcolato in base a un conteggio matematico ben preciso dei voti.

Ho apprezzato particolarmente la posizione dell’orchestra, non relegata “in cantina”, come dico io, ma al centro dello scenario.

Così come ho apprezzato la scelta di cinque “mentori”, se così vogliamo chiamarli, per ogni attore candidato nei vari gruppi, con un breve discorso dedicato a ciascuno di loro.

Per quanto riguarda il miglior attore non protagonista, il riconoscimento non poteva che andare a Robert Downey Jr. per il suo ruolo di “Oppenheimer” (la mia recensione di questo film la potete guardare cliccando QUI), pellicola firmata da Christopher Nolan che si è aggiudicata praticamente tutti i premi più importanti della serata, ben sette: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista a Cillian Murphy (che, a mio avviso, se la batteva bene con Paul Giamatti per “The Heldovers – Lezioni di vita”), miglior fotografia (Hoyte van Hoytema), miglior montaggio (Jennifer Lame) e miglior colonna sonora (“Can you hear the music” di Ludvwig Göransson è semplicemente da brividi!).

Devo dire che non stavo più nella pelle, mentre veniva aperta la busta per la miglior regia e il miglior film, perché sono una grandissima fan di Christopher Nolan e speravo davvero che, finalmente, potesse avere l’occasione di appropriarsi del trofeo che si merita, anche se credo che tanti non saranno completamente d’accordo.

Questo regista, il cui nome è ormai entrato da tempo nel grande Olimpo della storia del cinema, sinonimo di film blockbuster ai limiti dell’eccellenza, è sempre stato, infatti, una sorta di “regista maledetto”, nella comunità hollywoodiana.

Malgrado il grande apprezzamento da parte del pubblico delle sue pellicole, come dimostra il semplice fatto che è stato coniato un termine, per così dire, dei fan di questo artista, i “nolaniani”, nel corso della sua carriera aveva ricevuto solo poche candidature, senza mai vincere una statuetta. Ricordiamo la nomination per il miglior film con “Inception” e “Dunkirk”, per esempio.

A me piace chiamarla “la maledizione Di Caprio”… o anche “maledizione Scorsese”, visto che quest’ultimo, in tutta la sua carriera, è stato nominato 16 volte, conquistando tuttavia un solo Oscar, per il suo film “The Departed – Il bene e il male”, nel 2007. Il motivo dietro a questo “snobbismo”, per usare una locuzione maccheronica, potrebbe ricollegarsi al fatto che tutti i film di Nolan sono erroneamente considerati cervellotici da parte della critica: ogni sua sceneggiatura si basa su concetti scientifici legati allo spazio-tempo, unendo in un idilliaco matrimonio la scienza e l’emotività. Esempio lampante può essere quel capolavoro eterno di “Interstellar”, dove l’amore risulta quasi una forza fisica, ancora più potente della gravità e del tempo.

C’è così tanto da dire sul regista e sceneggiatore britannico che, per il momento, mi fermo qui, con la promessa di realizzare un contenuto interamente dedicato a lui e ai suoi lungometraggi, dei capolavori diventati colonne portanti della cinematografia.

Per il momento, continuiamo con la cerimonia dell’11 marzo, svoltasi al Dolby Theatre di Los Angeles, situato al numero 6801 della Hollywood Blvd. Non avete idea dell’emozione da me provata quando l’ho visitato, durante una mia vacanza negli States, della gioia incontenibile che sentivo mentre percorrevo la Walk of Fame.

Prima di proseguire, però, una piccola curiosità in merito alla statuetta: essa raffigura un uomo atletico che regge una spada, insieme a una parte di testa mozzata, una forma generata dalla mente di Cedric Gibbons, direttore artistico della MGM. Questa rappresentazione, convertita in un pezzo di bronzo placcato in oro da 24 carati, alto circa 34 cm, impersona forza, genialità e creatività, prerogative imprescindibili del cinema.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, per evitare che potesse essere rivenduta, la statuetta venne realizzata in gesso.

La miglior attrice non protagonista, quest’anno, era quasi assicurata: Da’Vine Joy Randolph, per “The Heldovers – Lezioni di vita”.

Lo stesso discorso, invece, non è valso per la statuetta alla miglior attrice protagonista.

Mi spiego meglio: tra le candidate, le tre veramente in lizza per il premio erano Sandra Hüller (per “Anatomia di una caduta”, film su cui ho fatto una recensione che potete trovare sul mio profilo Instagram, cliccando QUI), Lily Gladstone (per “Killers of the Flower Moon”, pellicola di Martin Scorsese, ho recensito anche questo film, potete vedere il video cliccando QUI) e Emma Stone (per “Poor Things”, lungometraggio firmato Yorgos Lanthimos, potete trovare la mia recensione QUI).

Tre grandi performance, tutte e tre all’altezza di un Oscar. Nondimeno, avendo avuto modo di visionare tutte e tre le pellicole, ho constatato che i ruoli di Emma Stone e Sandra Hüller erano più complessi rispetto a quello di Lily Gladstone, rilegata, al contrario, in una specie di “comfort zone” (un’indiana d’America che interpreta un’indiana d’America). La Stone ha messo in gioco non solo l’espressività facciale, ma ha disposizione anche il suo corpo, in un ruolo decisamente bislacco e anticonvenzionale.

Ho pensato fino all’ultimo che la statuetta sarebbe stata consegnata a Lily Gladstone per una pura questione di politically correct, nonostante Emma Stone se la meritasse maggiormente: la Gladstone, infatti, sarebbe stata la prima donna indiana d’America nella storia ad accaparrarsi un Oscar.

Invece, con mia piacevole sorpresa, anche se la grande interpretazione della Gladstone era la favorita della serata per questa ragione, ha vinto la Stone!

Non è la prima volta che un’indiana d’America è coinvolta in una cerimonia degli Oscar: era il 1973 e l’attore Marlon Brando aveva vinto come miglior attore protagonista ne “Il Padrino”, ma a salire sul palco non fu lui, al suo posto giunse una nativa, Sacheen Littlefeather, attrice e attivista per i diritti dei Nativi Americani. La Littlefeather rifiutò la statuetta e si preparò a leggere un discorso scritto da Brando stesso, ma le fu vietato, con la scusante che la durata del discorso di ringraziamento non poteva superare i sessanta secondi, pena l’arresto (addirittura). Il contenuto di quel discorso venne passato in rassegna solo dietro le quinte e pubblicato poi interamente dal New York Times il giorno seguente. «Questa sera rappresento Marlon Brando. Mi ha chiesto di dirvi […] che è davvero dispiaciuto di non poter accettare questo premio. La ragione è dovuta al trattamento degli indiani d’America nell’odierna industria cinematografica […] e televisiva, anche rispetto ai recenti avvenimenti di Wounded Knee», queste furono le parole della donna, per giustificare la propria presenza.

Le conseguenze di questa presa di posizione da parte di Marlon Brando furono piuttosto gravi: la stampa si recò in South Dakota per fare un servizio sull’occupazione di Wounded Knee da parte dell’American Indian Movement; l’FBI non la prese molto bene e decise dunque di diffondere falsità sull’attivista indiana, proprio per vendicarsi; ne conseguì che la carriera della donna andò completamente in frantumi.

La meritocrazia è valsa anche per la categoria miglior film d’animazione, dove il maestro Hayao Miyazaki ha vinto con il suo nuovo capolavoro “Il ragazzo e l’airone”. Avevo il dubbio che la Disney si aggiudicasse l’Oscar per “Elemental”, sempre perché super politicamente corretto (ricordo che uno dei personaggi di questa storia è stato il primo non binario, quindi appartenente alla comunità LGBTQ+, nella storia dei film d’animazione). Ovviamente, dal punto di vista tecnico, “Elemental” sfiora la perfezione, soprattutto se si osservano i minimi movimenti dei protagonisti, i cui corpi sono costituiti rispettivamente da, appunto, elementi del fuoco e dell’acqua.

Tuttavia, i disegni e le narrazioni di Miyazaki non si possono superare in fatto di qualità e profondità.

Anche su questo artista realizzerò un articolo ben più dettagliato, perché tutti i suoi lavori sono costellati di simbologia giapponese che va studiata in maniera analitica.

Un’altra sorpresa è stata la consegna dell’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale ad “American Fiction”, una commedia drammatica basata sul romanzo di Percival Everette “Erasure” (2001), aspettandomi che “Poor Things” vincesse. Personalmente, meglio così: Cord Jefferson, regista e sceneggiatore di “American Fiction”, arriva dal mondo della televisione, questa è la sua opera prima nel mondo del cinema e hanno deciso di premiare un giovane regista emergente, non male!

La miglior sceneggiatura originale, invece, è stata quasi scontata: “Anatomia di una caduta”, thriller giudiziario diretto e curato da Justine Triet e Arthur Harari.

“Telefonato” e stra guadagnato, poi, il premio per il miglior film internazionale: “La zona d’interesse”, film di Jonathan Glazer prodotto da Regno Unito e Polonia che narra l’Olocausto da un punto di vista decisamente inedito e interessante, con un uso davvero importante del sonoro, tanto da guadagnarsi la statuetta dorata anche nella categoria del miglior sonoro.

Noi italiani siamo tornati a casa a mani vuote, ma possiamo vantarci della nomination di “Io capitano”, firmato da Matteo Garrone. Una nomination che si aggiunge alla nostra preziosa collezione: l’Italia è infatti il Paese con il più alto numero di premi al mondo per il miglior film straniero. Possediamo ben 14 statuette! L’ultima l’abbiamo vinta grazie a Paolo Sorrentino con “La grande bellezza”, nel 2014.

Inoltre, sono stati nove gli attori nostrani che hanno avuto modo di partecipare a questa grande serata, nel tempo: Anna Magnani, Marcello Mastroianni, Marisa Pavan, Vittorio De Sica, Valentina Cortese, Sophia Loren, Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Tre di loro sono riusciti a conquistarsi un Oscar: Sophia Loren se la aggiudicò per il ruolo di miglior attrice protagonista per “La Ciociara” (1960), Anna Magnani come miglior attrice protagonista per “La rosa tatuata” (1955) e Roberto Benigni come miglior attore protagonista per “La vita è bella” (1997).

Tra l’altro, quest’ultima premiazione viene ricordata come uno dei migliori momenti nella storia degli Oscar. Effettivamente, nel 1999 la nostra “italianità” regnò sovrana al Dolby Theatre, mentre Sophia Loren apriva la busta per leggere il vincitore del miglior film straniero di quell’anno. La conosciamo tutti la scena, quella che ha smosso il cuore italiano e non, nel mondo: Sophia che sventola la busta, chiamando “Robberto” felicissima sul palco e Benigni, che preso dall’immensa emozione e da una felicità straripante, camminò in equilibrio sulle poltrone, “sopra” le teste di Steven Spielberg e Laura Dern, raggiungendo Sophia con salti ricchi di gioia e inchinandosi platealmente al pubblico.

Da ricordare, inoltre, con grande orgoglio, il primo film ammesso e premiato nella storia da parte dell’Academy non in lingua inglese fu l’italianissimo “Sciuscià”, di Vittorio De Sica, anno 1946.

Incentrata sui ragazzini lasciati a sé stessi nell’immediato dopoguerra (sciuscià è infatti un termine napoletano che indicava tutti i giovani che si proponevano come lustrascarpe ai soldati alleati), la pellicola trionfò con questa motivazione da parte dell’Academy: “La qualità di questo film, nato palpitante di vita in una nazione devastata dalla guerra, dimostra al mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità.”

Ritornando ai giorni nostri, “Poor Things”, invece, è riuscito a conquistare le statuette per la miglior scenografia, il miglior trucco e acconciature (il lavoro fatto su Willem Dafoe da parte di Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston è stato semplicemente sublime) e i migliori costumi (Holly Waddington).

Il film più rosa della storia, ovvero “Barbie”, targato Greta Gerwig (una delle uniche cinque donne nella storia a essere state candidate come migliori registe), invece, si è dovuto “accontentare” del premio alla miglior canzone originale, consegnato, ovviamente, a Billie Eilish per “What Was I Made For?”, pezzo con cui si è aggiudicata una doppietta agli Academy Awards. Infatti, Billie Eilish aveva già vinto nella stessa categoria l’anno scorso con la splendida “No Time To Die” dell’omonimo lungometraggio, 25esimo capitolo della serie legata all’agente James Bond.

Anche se, possiamo dirlo in tutta franchezza, il momento più alto della serata è stat raggiunto da Ryan Gosling con la sua performance della canzone “I’m just Ken”, anch’essa candidata e facente parte della colonna sonora di “Barbie”. Ryan Gosling vestito total pink, occhiali da sole, accompagnato da un corpo di ballo degno di Broadway e Slash alla chitarra, ha ha coinvolto anche il pubblico, passando il microfono a Greta Gerwig, Margot Robbie, America Ferrera (tra l’altro candidata per il ruolo di miglior attrice non protagonista in “Barbie”) e a Emma Stone, per cantare insieme a lui, prendendo per mano il cameraman e trascinandolo sul palco.

Fantastico!

Mi sarei aspettata un premio per la miglior scenografia a “Barbie”: lo sforzo di ricreare a scala naturale BarbieLand, persino quasi esaurendo quella tonalità di rosa nel mondo (ve ne parlo meglio in questo articolo), è stato sicuramente notevole. Invece, il premio è andato, come dicevo, a “Poor Things”, che per quanto abbia sfruttato in maniera massiccia il digitale, ha avuto sicuramente molta più inventiva e creatività nella realizzazione materiale delle varie location.

Per quanto sia passato in sordina, non portando a casa neanche una statuetta, va lodato comunque “Maestro”, film diretto e interpretato da Bradley Cooper, che qui si mette nei panni del compositore Leonard Bernstein, ripercorrendo la sua vita e i suoi successi.

Solo per interpretare una scena, della durata di 6 minuti circa, quella madre della pellicola, dove Cooper si mette nei panni di Bernstein durante il concerto nella Cattedrale di Ely, nel 1976, l’attore ha studiato e ristudiato quel momento, quelle movenze, quella performance per ben sei anni! Perché è stato proprio lui, durante le riprese, a dirigere l’intera London Symphony Orchestra… dal vivo! C’è chi impara a cantare e a ballare, chi impara a suonare uno strumento musicale, Bradley ha imparato a dirigere un’orchestra. Sei anni di preparazione per una scena di poco più di sei minuti: questa è la vera bravura e dedizione al cinema, veramente strabiliante!

Insomma, un’edizione davvero coi fiocchi, un bel testa a testa tra i vari candidati, perché, in fin dei conti, lo scarto tra un film e l’altro e tra un attore e l’altro, quest’anno, è stato davvero minimo.

Una cerimonia che per la prima volta, dopo tanto tempo, ha messo in primo piano il vero talento e il vero cinema, lasciando più spazio anche ai nuovi che si sono approcciati per la prima volta a questo mondo, consacrando comunque quelli che sono i giganti già conosciuti in questo panorama.

Ci sono tante citazioni legate all’universo cinematografico, alcune provenienti dai film stessi. Frasi e aforismi che ormai fanno parte del nostro immaginario quotidiano, un po’ come “Al mio segnale, scatenate l’inferno”, dal film del 2000 “Il gladiatore”, “Potrebbe andare peggio… potrebbe piovere!”, da “Frankenstein Junior”, pellicola del 1974 o ancora “Tieni i tuoi amici vicini, ma i tuoi nemici più vicini”, detta da Michael Corleone ne “Il Padrino – Parte II”, lungometraggio anch’esso del ’74.

Concluderò, invece, con una frase di Jean Cocteau, drammaturgo, regista, sceneggiatore, attore, poeta, saggista e disegnatore francese (1889 – 1963): “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è luce.”

Scritto da Camilla Marino