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Italian Warship: “Battaglia navale” non è solo un gioco

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La guerra tra Israele e Hamas imperversa, i morti si moltiplicano e non sembrano esserci né un briciolo di tregua, né tantomeno un accordo, nonostante gli Stati Uniti si siano dichiarati “a sostegno della creazione di uno Stato palestinese indipendente”. È ciò che ha affermato Antony Blinken, capo della diplomazia americana, l’8 febbraio, sul suo account X, in relazione al suo incontro con Abu Mazen, il presidente dell’autorità palestinese, aggiungendo anche: “L’impegno degli Stati Uniti ad aumentare la fornitura di assistenza umanitaria salvavita ai civili a Gaza”. Ribadendo, inoltre, che gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi spostamento forzato per i palestinesi dalla Striscia.  

Le parole, invece, del Primo ministro israeliano Netanyahu del 7 febbraio dell’anno corrente 2024 non lasciano ombra di dubbio: “Hamas non sopravvivrà.”.

Per centinaia di anni, il conflitto tra Israele e Palestina è stato una triste costante, pochi sono stati i tentativi veri e propri di riappacificazione tra le due fazioni e puntualmente, questi tentativi sono sempre andati in fumo, ma la ricostruzione atavica di quel tratto di terra e dei popoli che lo abitavano, ve lo narrerò in maniera più approfondita in un prossimo articolo e mi soffermerò in modo più dettagliato sulle ragioni che stanno dietro a questi atti di guerriglia, ma in questo pezzo mi sono concentrata sulla nostra difesa: se siamo in grado di salvaguardarci, quali sono le nostre navi e il loro armamento. Perché sì, la prima parte dell’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma è anche vero che è importante saperci tutelare da eventuali avversità e capire fino a che punto siamo in grado di farlo.

Questa parte di storia in particolare, iniziata in seguito all’attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre del 2023, sta coinvolgendo anche l’Occidente, in una sorta di catastrofico effetto domino, le cui tessere ricadono non solo su USA e Gran Bretagna, ma anche sull’Unione Europea, coinvolgendo anche il nostro Paese, l’Italia.

Anzi, noi italiani ricopriremo un ruolo fondamentale in questo grande caos bellico. Siamo pronti a difenderci?

Ma perché ciò avviene? Cosa sta succedendo nel Mar Rosso? Perché proprio noi italiani saremo in prima linea? E che cos’è la missione Aspides, di cui non si fa altro che parlare da giorni?

Sono qui per spiegarvelo in breve.

Vediamo di capire, per cominciare, le dinamiche che stanno avendo luogo nel Mar Rosso. Ma per farlo, devo prima parlarvi degli Houthi (o Huthi o Ansār Allāh, che significa “Partigiani di Dio”).

Si tratta di un gruppo armato presente nello Yemen, nato nel 1992, composto da una maggioranza sciita zaydita. Con queste parole, sciismo (qualche riga sotto vi spiego cos’è) e zaydismo, che risuonano “esotiche” al nostro orecchio, si intendono rispettivamente, una corrente minore dell’Islam e una variante dello sciismo presente solo nello Stato dello Yemen.

Dovete sapere che lo Yemen (uno tra i Paesi più poveri del mondo), prima degli anni Novanta, si divideva in Yemen del Nord e del Sud e che gli zayditi sono nati, per così dire, nella parte settentrionale. Con l’unificazione del Paese, gli Houthi pensarono di prendere il controllo della capitale e del governo, grazie anche a un massiccio appoggio da parte dell’Iran. Non a caso, la dottrina sciita zaydita era sulla stessa lunghezza d’onda del leader iraniano Khomeini,  il quale era ben propenso a scontrarsi contro il governo sunnita dello Yemen (i sunniti fanno parte del ramo maggioritario dell’Islam, riconosciuti a livello internazionale).

Post Scriptum: Khomeini, nato nel 1902 e morto nel 1989, era il capo spirituale e politico dell’Iran, appunto. Fu famosa l’intervista, fatta ai tempi, dalla grande giornalista Oriana Fallaci, ed eclatante fu il suo gesto di gettare per terra il chador davanti a lui, in segno di protesta… Ma questa è un’altra vicenda molto interessante, di cui vi parlerò in futuro e che nulla c’entra ora.

Piccola precisazione doverosa: la differenza tra le due fazioni (sciiti e sunniti) è sottile quanto un foglio di carta! Se andiamo ad analizzare il nome, scopriamo che la parola “sciita” deriva dalla locuzione araba Shi’Atu Ali, che tradotta significa “sostenitori di Ali”. E chi è Ali? È il genero di Maometto.

I sunniti, invece, hanno una visione più tradizionale e ortodossa dell’Islam. Ma a parte questo e qualche piccola distinzione negli atti di preghiera o di digiuno, entrambi i popoli credono in Allah.

Dicevo, grazie agli aiuti economici non indifferenti da parte dell’Iran, gli Houthi poterono cominciare una serie di attacchi al governo e ai suoi legami con gli Stati Occidentali. Un attacco tira l’altro ed ecco che scoppia la guerra civile nel 2014, una guerra civile che ancora non ha visto la luce in fondo al tunnel. Non solo, questo popolo controlla anche la capitale dello Yemen, Sana’a. Il nome di questi ribelli, tuttavia, nasce nel 2004, in onore del loro leader Husayn Badr al-Dīn al Hūthī, assassinato quell’anno dalle forze statali yemenite.

Questo riassunto, riassuntissimo, appena fatto, è doveroso per farvi capire chi sono gli Houthi.

Ma cosa hanno a che vedere gli Houthi con ciò che sta avvenendo tra Israele e la Striscia di Gaza?

Ebbene, già a partire dal 19 novembre 2023, gli Houthi, sempre con l’appoggio dell’Iran, hanno cominciato ad attaccare le navi mercantili e militari che transitano dal Mar Rosso e dal Canale di Suez, all’imboccatura tra il Golfo di Aden e lo Stretto di Bab el Mandeb.

In risposta a ciò, a poche settimane dall’inizio dell’anno corrente 2024, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno colpito, scagliando raid, alcune basi belliche appartenenti agli Houthi (operazione difensiva Prosperity Guardian), dove erano già presenti diversi missili pronti per essere lanciati contro chi attraversava quel tratto di mare.

Il motivo per cui gli Houthi avrebbero attaccato per primi, secondo quanto dichiarato dalla tv Al-Masirah, media informatore degli Houthi, sarebbe un’azione di appoggio nei confronti di Gaza, con l’obiettivo di colpire, indipendentemente da ogni fattore, qualsiasi nave israeliana diretta ai porti della Palestina occupata. E chiunque cercasse di appoggiare Israele, subirà la stessa sorte. Il funzionario houthi Ali al-Qahom, ha scritto: “è una guerra aperta e i nostri nemici dovranno sopportare attacchi e risposte sconvolgenti, potenti e schiaccianti.”.

Per contro, USA, Gran Bretagna e otto alleati (tra cui Australia e Canada), hanno dichiarato che l’operazione era finalizzata al ripristino di una sorta di “normalità” nel Mar Rosso.

I bombardamenti effettuati dallo Stato a stelle e strisce e dalla Gran Bretagna, sono stati accolti negativamente dall’Iran, come volevasi dimostrare, che li ha giudicati oltremodo fuori misura ed esagerati. Vorrei ricordare all’Iran che sono state colpite delle navi con a bordo dei civili, questo non è esagerato? Vorrei altresì ricordare, che questi attacchi sono stati preceduti da un avvertimento da parte di Antony Blinken.

 

Anche la Russia non si discosta di molto, reputando illegittime le azioni intraprese dai Paesi anglosassoni, così come ha affermato la Cina, che si dimostra vivamente preoccupata. Ma in un articolo de La Stampa del 6 febbraio, “Teheran annuncia manovre navali nel golfo con la Russia e la Cina.”

L’Arabia Saudita, dal canto suo, vorrebbe trovare una mediazione, senza sconfinare in escalation di guerriglia, visto il delicato equilibrio con lo Yemen.

E l’Europa? Come ha reagito? Con la missione Aspides.

Aspides, il cui nome deriva dal greco antico “scudo” o “difesa”, è un’operazione navale militare improntata non sull’attacco, ma sulla difesa della navi da carico che transitano attraverso il Canale di Suez.

 

Fortemente voluta da Francia, Germania e Italia, è stato confermato che questa missione avrà inizio a partire dal 19 febbraio. Non è ancora ben chiaro se il “quartier generale” sarà piazzato in Grecia, a Larissa (un punto strategico molto vicino alla zona interessata) o direttamente nella nostra penisola, anche se, con le ultime decisioni prese, si propenderebbe forse verso quest’ultima opzione. Tuttavia, Tajani, il nostro ministro della difesa, ha detto a Bruxelles: “Per la sede del comando della missione Aspides vedremo, Grecia o Francia non importa, e poi potrebbe esserci una rotazione, l’importante non è chi avrà il comando ma quello che farà la missione.”

E questa scelta, se così fosse, non avverrebbe a caso, dato che noi italiani saremo schierati in prima linea durante questa operazione, dotati di una flotta militare di tutto rispetto.

Lo scopo di Aspides, dunque, sarà semplicemente quello di difendere le navi mercantili che attraversano quelle acque, attuando, naturalmente all’occorrenza, attacchi contro i nemici.

Si tratta di una missione di importanza necessaria, poiché il 12% del commercio mondiale sfrutta quel canale. Bloccare il transito nel Mar Rosso, comporterebbe inevitabilmente drastici cambi di rotta, arrivando a dover circumnavigare l’intero continente africano (Magellano docet)! I costi salirebbero alle stelle e non solo: lo spreco di carburante, di petrolio e di gas sarebbe altissimo.

Ma perché proprio noi italiani ci metteremo sotto questo gigantesco occhio di bue bellico?

Come accennavo sopra, la nostra flotta militare, così come il nostro esercito, è una tra le dieci migliori del mondo, nonostante le grandi perdite avute soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Pensate che sono solo tre gli Stati nel globo a possedere due o più portaerei nella propria “armata marittima”: Stati Uniti, Gran Bretagna… e Italia! Anche se, in realtà, la seconda è in fase di ultimazione (la LHD Trieste).

E visto che siamo sul tema, ecco alcune curiosità inerenti alle nostre forze armate sul mare.

La Marina Militare, in principio, era denominata in un altro modo, ovvero Regia Marina, nata il 17 marzo del 1861, a seguito dell’unità d’Italia, quando il nostro Paese era ancora una monarchia. Il nome che conosciamo oggi venne adottato nel 1946, con l’instaurazione della Repubblica.

La Regia Marina, non era altro che l’unione tra la Real Marina Sarda e la Marina Borbonica.

Il nostro stemma è uno scudo suddiviso in quattro parti e sormontato dalla corona navale, con cui venivano incoronati i comandanti vincitori delle battaglie navali, dal Senato romano. I quattro riquadri dello stemma sono occupati dai blasoni (cioè dei simboli, per così dire) delle quattro repubbliche marinare più importanti, ovvero Venezia, Genova, Amalfi e Pisa.

Nella nostra flotta è compresa, tra le altre, una meravigliosa nave scuola: il veliero Amerigo Vespucci, varato nel 1931 e costruito per addestrare gli allievi dell’Accademia Navale di Livorno. Ho sempre modo di ammirare questa splendida nave durante l’estate, in vacanza, mentre solca le acque dell’arcipelago delle Isole Egadi.

Una volta, insieme all’Amerigo Vespucci, potevamo vantarci anche del veliero Cristoforo Colombo, creato per l’allenamento degli allievi ufficiali e varato nel 1928. Sfortunatamente, nel 1963 venne irrimediabilmente danneggiato da un incendio nelle acque sovietiche e per questo motivo venne radiato dall’albo, poiché considerato irrecuperabile. Nel 1971, venne poi demolito.

Nella nostra flotta, figurano anche alcuni sommergibili, tra cui il Salvatore Pelosi (S 522) e il Giuliano Prini (S 523), entrambi facenti parte della classe Sauro (ecco perché la S), che comprende tutti i battelli d’attacco a propulsione diesel-elettrica e che costituiscono la classe più numerosa di battelli della nostra marina.

Senza scordare la nave ammiraglia: il Cavour. Una portaerei leggera STOVL, dotata di un sistema di combattimento con una fitta rete sensoristica e armamenti che garantiscono una difesa a qualsiasi tipo di minaccia sul suo percorso.

Tuttavia, non saranno loro al comando della missione Aspides nel Mar Rosso: questo ruolo spetterà sicuramente alla fregata missilista Federico Martinengo, varata nel 2017, dotata di due cannoni (uno prodiero e uno poppiero), due mitragliere Oerlikon GBM A-O1 (cannone automatico con arma multiruolo a corto raggio), otto missili Teseo Otomat a lungo raggio antinave e adatti anche per obiettivi terrestri nel raggio di 180 km, missili Aster 15 e Aster 30 antiaerei, un sistema antisommergibili dotato di sei tubi lanciasiluri e un sistema anti siluro SLAT (Système de Lutte Anti-Torpille). La Martinengo (F 596) fa parte della classe Bergamini (in Italia), internazionalmente conosciuta come classe FREMM (Fregate Europee multi-missione), con cui si designano tutte le fregate di nuova  generazione. E per spulciare ancora più a fondo nel dizionario, con il termine “fregata” si intende letteralmente la nave da guerra, perché per secoli si è utilizzato questo termine, a prescindere dall’evoluzione delle varie imbarcazioni.

Ricordando che le prime navi da guerra furono “inventate” dai greci, in particolare dagli ateniesi, nel 700 a.C. circa: la triera o trireme, lunga 40 m con un solo albero centrale, tre remi per banco e una vela quadra, capace di portare duecento uomini tra marinai e soldati; e poi la nave tonda con il classico profilo da guerra. Dobbiamo però aspettare il 1860 per la prima nave corazzata della storia in ferro, La Gloire, nave da guerra costruita per la marina nazionale francese, che venne immediatamente superata dalla HMS Warrior, costruita per la Royal Navy britannica, nello stesso anno, di dimensioni doppie rispetto alla francese.

Ritornando al presente, ad accompagnare la Martinengo, in prima linea, ci sarà quasi certamente anche la cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio (D 554). Il nome di questa nave deriva da Gaio Duilio, il console romano che contribuì alla disfatta cartaginese nel 260 a.C., con la costruzione di una flotta di 120 navi dotate di un ponte mobile con uncini, che prendeva il nome di “corvo”, con cui i romani potevano intavolare uno scontro corpo a corpo.

Una cacciatorpediniere è una fregata più piccola e più “facile” da manovrare, che ha il compito di accompagnare le navi da guerra più grandi. La Caio Duilio fa parte della classe Orizzonte, che comprende tutte quelle fregate costruite secondo progetti congiunti tra Stati europei.

Questa è la situazione riepilogata al momento, dove l’Italia sarà al comando dell’operazione.

Certo, noi possiamo “vantarci” della nostra flotta e delle nostre fregate, ma questa missione segna un evento che potrebbe comportare implicazioni disastrose: con questo atto, stiamo dicendo chiaramente che non abbiamo timore a entrare in guerra, al fianco degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Vero è che la nostra è una missione di difesa, non di attacco. Il nostro è un modo per riportare la stabilità nel Mar Rosso, ma le parole pronunciate dal portavoce degli Houthi non sono in accordo con il nostro pensiero, come vi ho scritto sopra.

Quindi, non possiamo fare altro che confidare in una risoluzione non troppo sanguinosa di questo conflitto che sta diventando, mano a mano, sempre più mondiale, anche se di sangue ne è già stato versato anche troppo.

E per concludere, non mi resta che da scrivere un proverbio noto tra coloro che vivono e lottano in mare: “All’erta marinar, che il vento cambia!”

Scritto da Camilla Marino