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“Miniere” in alto mare

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Una caratteristica di noi esseri umani è che non impariamo mai dai nostri errori. Oppure, qualcosa lo apprendiamo, ma nella maniera sbagliata.

Un concetto che fa proprio fatica a entrare nella nostra testa, per esempio, è che la nostra amata Terra ha, sì, una marea di risorse naturali per noi essenziali, ma non possiamo pensare di sfruttarla come una miniera inesauribile. Innanzitutto, perché prima o poi tutte queste risorse termineranno e in secondo luogo, perché la maggior parte delle azioni da noi compiute per accaparrarci questi beni, sconvolgono gli equilibri della Natura.

E oggi voglio parlarvi proprio di una di queste nostre attività, che, se attuata, arrecherebbe danni pressoché irreparabili al delicato ecosistema dei fondali oceanici.

Mi riferisco al deep sea mining. Che cos’è? Chi lo pratica? Quali sono le sue possibili conseguenze? Esistono alternative a questo metodo? Scopriamolo insieme!

Parto, come è mio solito fare negli articoli che scrivo, dalla definizione: con deep sea mining (abbreviato spesso in DSM) si intende l’estrazione dai fondali marini a profondità elevate (maggiori di 200 m). Quindi, parliamo letteralmente di miniere in fondo al mare. Ma che cosa mai si vorrà  estrarre da queste miniere? Dovete sapere, che alcune zone ben specifiche degli oceani, sono ricche dei cosiddetti “materiali critici” (critical raw materials), cioè i minerali indispensabili per la futura transizione green tech (un esempio, i pannelli solari), ma anche per la produzione delle batterie utilizzate per le auto elettriche e per gli smartphone.

E infatti non si parla di gemme preziose, ma di materiali di pregio dal punto di vista puramente commerciale. I più conosciuti e insostituibili sono: zinco, nichel, cobalto, manganese, rame, oro e argento.

Tutto questo ben di dio è situato in tre punti particolari degli oceani, ovvero le pianure abissali, le bocche idrotermali e le montagne sottomarine. Le prime sono quelle più ricche di questi depositi di minerali e prendono il nome di noduli polimetallici.

Ovviamente, questi sedimenti non si sono generati a caso, ma sono il risultato del processo naturale che avviene quando i minerali disciolti fuoriescono dalle sorgenti idrotermali. Qui, l’acqua scorre a una temperatura di 400°C e venendo a contatto con le temperature fredde dei fondali oceanici (dove l’acqua raggiunge i 2°C), si solidificano e, nel corso del tempo, formano delle concrezioni denominate “batterie nella roccia”, espressione coniata dalla start up canadese The Metals Company (TMC), società mineraria.

Al momento, la zona più ricca di questi nuclei di aggregazione, è la Clarion Clippertone Zone (CCZ, questo sarà un articolo pieno di acronimi), ovvero una pianura abissale di grandi dimensioni, che si estende nel Pacifico, dal Messico fino alle Hawaii. Credo sia scontato dire che questa “miniera d’oro” faccia gola a parecchi Stati nel mondo e infatti sono in molti a volerci mettere sopra le mani, la Cina in primis.

E purtroppo, potrebbero anche riuscire nel loro intento: secondo le previsioni già a partire dall’anno corrente 2024, massimo 2025.

Un passo alla volta.

Esistono, però, delle leggi sulla regolamentazione del DSM che sono, tuttavia, sempre risultate a tratti poco chiare e a tratti soggetto di polemiche. In effetti, quando hai davanti una bella fetta di torta e qualcuno ti vieta di mangiarla, i capricci li fai ed è ciò che hanno fatto e ancora stanno facendo diversi governi.

L’Autorità internazionale dei fondali marini (International Seabed Authority, ISA), istituita nel 1994, nel tentativo di dare un freno alla febbre dell’oro di tutti questi Stati, che volevano disporre di piena libertà per l’estrazione dei minerali come il manganese, ha creato tra il 2000 e il 2013, una serie di norme che permettono solo l’esplorazione di questi noduli (in particolar modo, nella CCZ, nell’Oceano Indiano, nell’Oceano Pacifico e nella Dorsale Medio Atlantica).

Ciononostante, nel 2011, sono cominciati i dibattiti sulla realizzazione delle normative che permettessero anche lo sfruttamento di tali risorse, ma ancora non si è venuti a capo di nulla.

 

Il problema qual è? Il 25 giugno del 2021, Lionel Aingimea, il presidente del Nauru (Stato insulare dell’Oceania della Micronesia), ha rivendicato la cosiddetta clausola “dei due anni”: se l’ISA non avesse avuto modo di fornire regolamentazioni ben precise sulla questione entro un paio d’anni, la Nauru Oceans Resources Inc (NORI, ve l’ho detto, tanti acronimi), avrebbe cominciato i programmi di estrazione con le norme vigenti.

L’ISA, manco a dirlo, non è riuscita nel suo intento e quindi il dibattito in merito avverrà proprio quest’anno.

Ma le cose cominciano a complicarsi: il 9 gennaio dell’anno corrente 2024, la Norvegia (uno dei Paesi favorevoli al DSM), ha approvato una legge che permetterà l’estrazione mineraria dai fondali oceanici. E per quanto ciò non sia ancora stato messo in pratica, la Norvegia si sta preparando a ottenere tutte le licenze del caso, per poter avviare il progetto all’interno delle sue acque, anche se il suo obiettivo sono, ovviamente, le acque internazionali.

Prima ho menzionato anche la Cina e in effetti, lo Stato del Dragone (il Giappone è il Sol Levante, la Cina è il Dragone… gli USA saranno l’elefante, per citare Oriana Fallaci) ha avviato una serie di esplorazioni e spedizioni, permesse tutte dall’ISA, proprio nel Pacifico, vicino allo Stato nipponico, per sondare il terreno. E la Cina non è avvantaggiata… di più! Infatti, si tratta della potenza mondiale fornitrice del 95% dei metalli rari a livello globale e produttrice della maggior parte delle batterie al litio da noi consumate (fonte, Inside Over).

Questo è il quadro generale della situazione attualmente in corso. Ora sapete che cos’è il DSM e quali sono i suoi scopi.

Ma quale potrebbe essere l’impatto ambientale?

Secondo gli scienziati, sarebbe catastrofico. Infatti, parlando di profondità oceaniche, bisogna ricordare due fattori di vitale importanza:

  • sappiamo davvero pochissimo di questo ambiente, un buon 90% dell’ecosistema ittico ci è totalmente estraneo e sconosciuto, tant’è che si continuano a fare nuove scoperte in merito alla flora e alla fauna appartenenti agli abissi marini.
  • molte specie hanno costruito la loro esistenza attorno alle attività geotermiche avvenute nel corso di migliaia di anni. E noi vogliamo arrivare a distruggere tutto nella manciata di qualche ora?

E non si può dire che i macchinari che useranno non nuoceranno alle forme di vita, perché queste attrezzature sono molto simili a dei giganteschi trattori, che scaveranno nel fondale per poi trasferire in superficie il materiale ricavato, dove, però, tutto ciò che non serve verrà rigettato in mare.

“Eh vabbè, si ridà al mare ciò che appartiene al mare.”. Eh, no, siamo consapevoli che non è così semplice: già il fatto che si vada a scavare, raschiare, ergo distruggere il fondale marino, dovrebbe far riflettere.

Inoltre, i sedimenti rilasciati in mare non saranno altro che dei liquami di scarto, comprensivi anche delle carcasse degli ipotetici animali uccisi durante il processo. Tutte queste sostanze, prima di ripiombare sul fondale oceanico, non faranno altro che sconvolgere il delicato equilibrio dell’ambiente ittico per chilometri e chilometri. In un articolo del Post, i dati parlano chiaro: per ogni stazione mineraria, verranno rilasciati circa 50 mila metri cubi di sedimenti, secondo uno studio dell’Accademia Reale della Scienza Svedese.

Inoltre, un’attività così invasiva e massiccia, può portare alla sparizione di certe forme di vita che colonizzano periodicamente i noduli polimetallici. Ne è una prova concreta un “esperimento” tedesco condotto nel 1989: venne effettuato uno scavo sul fondo del mare e dopo 30 anni non solo sono ancora chiari e visibili i segni del passaggio dell’uomo, ma tutte le specie che prima vi abitavano, quali spugne, coralli e anemoni di mare, sono tuttora latitanti.

Insomma, la questione è davvero seria: da una parte abbiamo risorse a noi strettamente necessarie, dall’altra sconvolgeremmo il mondo sommerso in maniera, molto probabilmente, irreversibile. Diverse organizzazioni come il WWF o Greenpeace si stanno battendo per fermare questo scempio, in favore di soluzioni alternative.

In un articolo di Deep Sea Conservation Coalition, per esempio, si fa riferimento al riciclaggio e al riutilizzo delle nostre batterie al litio e di tutti i materiali di cui già disponiamo, come possibile soluzione opzionale e sicuramente meno distruttiva. Così come viene espresso in un altro scritto del sito 50 One Earth. Purtroppo, sappiamo, per esperienza, che non basta e che sono sempre e solo soluzioni temporanee di facciata, perché tutte le nostre conquiste o scoperte per il progresso, non hanno mai trovato un rimedio.

Eccoci dunque di fronte a un bivio di non poco conto, che può veramente segnare il nostro destino su questo pianeta, nonché l’evoluzione tecnologica. Sebbene, personalmente, sia conscia della brama di denaro e potere dell’Uomo, cerco di essere fiduciosa nel pensare che la ragione e la preservazione trionferanno.

Anche se, come diceva Gandhi: “La natura può soddisfare tutti i bisogni dell’uomo, ma non la sua avidità.”

Scritto da Camilla Marino