Sono stata a Palazzo Reale (Milano) ad ammirare la mostra dedicata a Robert Mapplethorpe, un celebre fotografo statunitense vissuto tra il 1946 e il 1989. L’esposizione, dal titolo “Robert Mapplethorpe – Le forme del desiderio”, che si terrà fino al 17 maggio, mette letteralmente a nudo la natura della sua arte con una serie di scatti iconici
(se volete vedere una breve anticipazione della mostra, potete cliccare qui per visualizzare il reel che ho pubblicato sulla pagina ufficiale di Instagram).
Come descrivere i suoi lavori se non come estremamente audaci? Le fotografie di Mapplethorpe sono intrise di un profondo erotismo che, a tratti e per qualcuno, potrebbe sfociare nella pornografia. In effetti, la stragrande maggioranza dei suoi soggetti sono nudi maschili, quasi tutti integrali, col membro in bella vista, anche in primo piano. Questo ci fa capire la sua fascinazione per il corpo maschile, al contrario di quanto accade spesso, quando è il corpo femminile, con le sue forme sinuose e armoniose, a essere la Musa ispiratrice. Non a caso, Mapplethorpe era omosessuale.
Sebbene la nudità spinta sia una prerogativa imprescindibile, essa non risulta affatto volgare o scioccante alla vista – pur considerando che all’epoca fu fonte di scandalo.
No, al contrario, appare come una nudità contemporaneamente delicata e fine, possente e virile.
Infatti, molti degli scatti corporei sono abbinati a scatti di altro tipo, proprio per sottolinearne l’essenza, che esula completamente dall’oscenità.
Ecco, dunque, che la delicatezza e la finezza vengono evidenziate attraverso l’accostamento a fotografie di stampo floreale, dove petali, bulbi e fusti assumono una connotazione erotica, richiamando esteticamente dei genitali maschili e femminili.
Mentre la possenza e la virilità vengono ritratte tramite il parallelismo tra i corpi perfetti e muscolosi e la statuaria greca e Neoclassica. Il calore e la tensione della carne fungono da ispirazione e al medesimo tempo da risultato finale del processo creativo delle membra scavate nel marmo e nella pietra, in uno studio anatomico duplice e straordinario.
Statue e fisicità si fondono, poi, in un tutt’uno nella serie di scatti della culturista Lisa Lyon, che con i suoi nudi integrali diventa un ideale di bellezza androgina.
Un’estetica ambivalente messa in luce altresì dagli autoritratti di Mapplethorpe, in cui lui si trucca e si veste da donna, seguendo una dialettica fotografica quasi camaleontica. Personalmente, in questo senso, mi ha ricordato molto la fotografa Cindy Sherman, regista e protagonista dei suoi lavori.
Il dialogo che Mapplethorpe apre con lo spettatore è fatto di un sottile desiderio, quel piacevole solletico viscerale che tutti conosciamo.
Un messaggio fluido e caldo…
