Instagram
Privacy Policy

Tarrare – L’uomo più affamato della storia

Sapete chi era Tarrare?

Tarrare (conosciuto anche come Tarare), nato a Lione nel 1772 e morto a Versailles nel 1798, è noto come l’uomo più affamato della storia.

Fin dalla giovane età, infatti, fu affetto da una grave forma di polifagia o iperfagia: il suo appetito era veramente insaziabile e niente sembrava sfamarlo. I suoi genitori raccontarono che nell’arco di 24 ore divorò un quarto di vitello più pesante di lui. La sua famiglia, umile e povera, non poteva contribuire al suo sostentamento, perciò lo allontanò da casa.

Poco tempo dopo, Tarrare riuscì a rendere la sua fame gargantuesca una fonte di guadagno, diventando un artista di strada: il numero consisteva nell’ingerire qualsiasi cosa gli venisse data, come sassi, cocci, animali vivi (serpenti compresi), frutti interi…

Nel 1788 dovette interrompere i suoi spettacoli, a causa di un’occlusione intestinale.

Fu dunque ricoverato all’Hôtel-Dieu (il più antico ospedale parigino), dove venne curato con una terapia fatta di potenti lassativi.

Successivamente, durante la guerra della Prima Coalizione, si arruolò nell’esercito, ma le razioni non erano in alcun modo sufficienti per lui. L’ospedale militare di Soultz-Haut-Rhin provò a quadruplicare le dosi di cibo, ma neanche questo bastò: Tarrare cercava continuamente di sfamarsi rovistando tra i rifiuti, mangiando gli avanzi degli altri pazienti e addirittura ingoiando dei cataplasmi dalla farmacia.

Il dottor Courville e il membro del personale medico Percy, decisero di sottoporlo a una serie di esperimenti nel vano tentativo di comprendere il motivo dietro al suo immenso appetito e per provare a curarlo. La capacità del suo stomaco venne testata in diversi modi.

Per esempio, venne preparato un pasto luculliano per 15 persone (che comprendeva, tra le altre cose, due grandi pasticci di carne e circa 18 litri di latte). Tarrare divorò tutto senza difficoltà e poi cadde in un sonno profondissimo. Percy notò che mentre consumava le vivande, il suo addome si gonfiava come un palloncino.

Non solo: gli venne dato un gatto e lui lo squarciò con i denti, bevendone il sangue, spolpandolo fino all’osso e, in seguito, vomitando solo la pelle e la pelliccia. Riuscì a ingoiare un’anguilla senza masticarla, dopo averla uccisa schiacciandole la testa a morsi.

Questo suo bizzarro “talento” (o maledizione, a seconda dei punti di vista) gli fruttò anche un impiego come corriere bellico: gli venne richiesto di ingerire messaggi segreti per poter passare i confini senza destare sospetti, in modo da poterli recuperare in un secondo momento dalle sue feci.

Le cure proseguirono, ma nessun trattamento parve funzionare, né il laudano, né le pillole di tabacco e nemmeno le uova alla coque.

Tarrare arrivò a contendere gli avanzi delle macellerie con i cani randagi, cercò di bere il sangue salassato dei pazienti e provò persino a consumare la carne dei cadaveri conservati nella camera mortuaria.

Venne cacciato dall’ospedale quando un bambino di 14 mesi scomparve nel nulla: Tarrare venne spettato fin da subito, tutti pensarono che se lo fosse mangiato, ma non ci furono prove schiaccianti.

Dopo essersi ammalato di tubercolosi, morì a soli 26 anni, a causa di un attacco di diarrea essudativa.

Durante l’autopsia, venne scoperto (oltreché a una bocca molto larga) un esofago anormalmente ampio, nonché organi ingrossati e pieni di pus, incluso uno stomaco estremamente spazioso, ricoperto di ulcere.

Nonostante le sue grottesche capacità, Tarrare non era un uomo obeso. Al contrario, aveva una costituzione piuttosto magra, con una pelle elastica e una sudorazione eccessiva che emanava una puzza insopportabile e nauseabonda. Il suo corpo, durante i pasti, si gonfiava e si surriscaldava.

Non venne mai confermata alcuna diagnosi, vennero avanzate solo ipotesi: si pensò a una forma acuta di ipertiroidismo, a un danneggiamento dell’amigdala (che gestisce il senso di fame e sazietà), ma anche a vermi parassitari. Tuttavia, ancora oggi la sua patologia rimane uno dei più importanti misteri della medicina.

L’episodio del neonato mi ha riportato immediatamente alla mente una delle mie opere d’arte preferite: “Saturno che divora i suoi figli”. In questa scena, secondo il mito greco, il dio Saturno (o Crono), per paura di essere spodestato dal suo trono (una profezia gli aveva rivelato che uno dei suoi figli l’avrebbe sconfitto, sarebbe stato proprio Zeus), decise di divorare tutta la sua progenie. La composizione è oscura e raccapricciante, con Il corpicino pallido del bambino tenuto stretto tra le mani del padre, che rivolge uno sguardo stralunato e pazzo allo spettatore.

“Saturno che divora i suoi figli" (titolo originale in spagnolo, "Saturno devorando a su hijo"), di Francisco Goya, olio su intonaco trasportato su tela, 1820-1823, conservato al Museo del Prado di Madrid.

Esiste un dipinto analogo, creato da Rubens, con un’evidente influenza da parte di Michelangelo. La composizione, in questo caso, risulta meno orrorifica rispetto a Goya, ma comunque cruda e spietata, con Crono che strappa a brandelli la carne del pargolo.

Cionondimeno, il mito racconta che i bambini vennero ingoiati interi e non sbranati come viene evidenziato in entrambi i lavori.

“Saturno che divora uno dei suoi figli" di Paul Rubens, olio su tela, 1636-1638, conservato al Museo del Prado di Madrid.

Una storia vera e inquietante, quella di Tarrare, il cui vero nome rimarrà forse per sempre un’incognita (per l’appunto, non si seppe mai se Tarrare fosse il suo nominativo reale).

Un’ingordigia tale da diventare praticamente un racconto dell’orrore che, tuttavia, come qualsiasi fatto macabro, affascina chiunque lo ascolti (se volete sapere come mai fatti intrisi di terrore come questo ci attraggono tanto, leggete il mio articolo che potete trovare cliccando qui).

Infondo, come diceva il buon vecchio Seneca: “Pancia vuota non sente ragioni”.

Scritto da Camilla Marino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *