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L’antico manoscritto ritrovato

Se la nostra mente ripercorresse i secoli di storia, un elemento in particolare verrebbe messo in risalto: la lenta transizione della condizione femminile, il riconoscimento delle capacità della donna e la sua resilienza alle limitazioni sociali che le hanno sempre impedito di eccellere nella scienza, nell’arte, nella politica e nella letteratura, vivendo spesso in contesti ostili, solo perché appartenente a questo sesso. Il nostro ruolo all’interno della collettività era, come sappiamo, del tutto marginale e passivo, ridotta a una mera incubatrice umana. Non ci era permesso lavorare, tantomeno votare o avere voce in capitolo. Permetterci una vita privata e intima era praticamente un lusso per poche, l’istruzione addirittura non era spesso contemplata. Se una donna esprimeva la volontà di contribuire intellettualmente e culturalmente alla società, le sue abilità venivano trascurate, minimizzate, ignorate o prese vagamente in considerazione solo perché relazionata con un uomo di un certo ceto e spessore.

Created by Camilla Marino

Ed è per questo che è così facile pensare a questa Donna come a una figura “silenziosa” e sottomessa: non perché volesse tacere, ma perché la lingua le veniva metaforicamente tagliata. Anche quelle donne che hanno segnato la storia con il loro intelletto, la loro determinazione, il loro coraggio e che sono simboli universali di emancipazione, non sono state esenti da censure e oppressioni.

Nelle ultime decadi il gentil sesso sta avendo una importante rivalsa sotto una moltitudine di punti di vista (sfortunatamente non in tutti i Paesi del globo) e proprio grazie a questo agognato cambio di rotta, le voci femminili allora “silenziate”, adesso, vengono riconosciute, comunicano e lanciano messaggi, quasi come un grido o un’eco dal passato.

Immaginate cosa avrebbero potuto fare queste donne tanto capaci e come avrebbero potuto lasciare maggiormente il segno, se avessero veramente goduto di tutte le libertà e i diritti di cui disponiamo oggi!

Created by Camilla Marino

E una che emerge fra tante è Ippolita Maria Sforza, figlia di Francesco I Sforza e Bianca Maria Visconti, già a suo tempo una personalità affatto marginale, una delle donne più influenti e colte di tutto il Rinascimento (erano note la sua intelligenza e la sua cultura, dettate da un’educazione classica completa). La sua voce ci è arrivata recentemente con la scoperta del suo codice miniato, un manoscritto di Tito Livio che le venne donato come dote per il suo matrimonio con Alfonso II d’Aragona (colui che sarebbe diventato re di Napoli nel 1494; sfortunatamente Maria Sforza morì anni prima, nel 1488).

Ippolita Maria Sforza (1446 - 1488)

Il Ponte Casa D’Aste, grazie al proprio Dipartimento di Libri e Manoscritti, la sera del 19 febbraio ha tenuto una conferenza stampa a Palazzo Crivelli a Milano per presentare questo prezioso volume, condividendo il grande entusiasmo che si è generato dietro al suo ritrovamento. Un ritrovamento che appare come una casualità quasi miracolosa: intorno al 2007, una famiglia milanese (di cui non menzionerò il nome, poiché hanno richiesto l’anonimato) entrò in possesso del libro grazie a un’eredità; non conoscendo l’altissimo valore dell’opera (sia economico che culturale), ma avendo un’intuizione, contattarono la Soprintendenza Belle Arti, che si dimostrò da subito interessata. Nel frattempo, tuttavia passavano gli anni e gli studi, gli accertamenti veri e propri per datare il manoscritto e confermare che provenisse dalla biblioteca personale di Ippolita Maria Sforza, cominciarono quando l’oggetto arrivò nelle mani de Il Ponte Casa d’Aste.

Tale tesoro è rimasto in esposizione per pochi giorni, tra il 20 e il 22 febbraio ed è stato battuto all’asta mercoledì 25.

I risultati di quest’asta sono a dir poco eccezionali: il manoscritto è stato venduto (Lotto 101) per un valore di €537.600, dopo numerosi rilanci. Inoltre, il fatturato totale nell’arco della giornata è stato segnato da un vero e proprio record dipartimentale per singola casa d’asta, andando oltre €1,4 milioni. In questa occasione speciale, è stato venduto il 93% dei lotti, tra cui (posso elencare):

  • Lotto 21 – PALLADIO, Andrea; I quattro libri dell’architettura. Venezia: Domenico De Franceschi, 1570 (€19.200)
  • Lotto 41 – HEVELIUS, Johannes; Prodromus cometicus. Danzica: Simon Reiniger, 1665 [LEGATO CON:] – Descriptio cometae anno aereae Christi 1665 exorti. Danzica: Simon Reiniger, 1666 [E CON:] – Cometographia, totem naturam cometarum. exhibens.. Danzica: Simon Reiniger, 1668. (€44.800)
  • Lotto 30 – HAMILTON, Sir William (1730 – 1803); Campi Phlegraei. Observations on the Volcanos of the two Sicilies as They have been communicated to the Royal Society of Londra. [LEGATO CON:] – Supplement to the Campi Phlegraei. Napoli: [Pietro Fabris], 1776, 1779. (€38.400)
  • Lotto 99 – BERNUCCA, Francesco – LOSE, Federico e Carolina; Viaggio pittorico e storico ai tre laghi Maggiore, di Lugano e Como. Milano: Francesco Bernucca, s.d. (€21.760)
  • Lotto 13 – OSTERVALD, Jean Frederic; Voyage pittoresque de Geneve a Milan par le Simplon. Parigi: Didot, 1811. (€19.200)
  • Lotto 60 – TULLIO D’ALBISOLA (1899 – 1971) – Bruno MUNARI (1907 – 1998); L’Anguria lirica (lungo poema passionale). Presentazione di Marinetti (dell’Accademia d’Italia). Chiarimento di V. Orazi. Illustrazioni di Bruno Munari. Roma e Savona: Edizioni Futuriste di Poesia, senza data [ma 1933?]. (€30.720)
  • Lotto 74 – BOETTI, Alighiero (1940 – 1994); Classifying the thousand longest rivers in the world. Ascoli Piceno: Sergio D’Auria, 1977. (€19.200)

Questi numeri sono il sintomo che la cultura e l’arte non solo non sono un mercato sterile, ma che questo campo di competenza continua a essere prospero, capace di arricchire mente e anima, è una tra le vere prove della nostra umanità, fatta sia di sapienza che di bellezza, perché la cultura è il tessuto della nostra esistenza e l’arte è il linguaggio estetico che la comunica.

 

Ma torniamo al Tito Livio di Ippolita.

Già all’epoca il suo prezzo era molto alto: ben 36 ducati, con cui si poteva acquistare una casa di modeste dimensioni in città.

Alla conferenza stampa hanno presieduto: la Direttrice Dipartimento Libri e Manoscritti, Stefania Pandakovic; il docente di Letteratura latina medievale e umanistica dell’Università Cattolica di Milano, Marco Petoletti; l’illustre storico e studioso del Rinascimento dell’Università di Strasburgo, Massimo Zaggia.

Il trio ha esposto la storia della Sforza e del volume con diligenza e dovizia, ma altresì con tanta passione e tanto ardore da dare l’impressione di ascoltare un racconto mitico.

Poc’anzi ho menzionato il fatto che il Tito Livio fosse stato consegnato a Ippolita Maria Sforza come dono di nozze, ma non fu l’unico regalo che ricevette: insieme a gioielli e abiti pregevoli, furono infatti 14 i volumi che le vennero offerti in onore del suo matrimonio. Di questa lista sono stati solamente tre i codici identificati: le Opere di Virgilio e Commentari di Servio, copiato nel 1450, miniato dal Maestro di Ippolita e conservato presso la Biblioteca Històrica dell’Universitat de València; la Tabula in librum sancti Augustini De civitate Dei, un volume di carattere religioso e filosofico conservato anch’esso a València; e infine il Vite dei Santi Padri di Domenico Cavalca, un testo religioso in lingua volgare custodito alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi.

Tornando al manoscritto ritrovato, ciò che ha lasciato strabiliati gli esperti e i presenti alla conferenza stampa (me compresa), è lo straordinario stato di conservazione. Le 208 pagine in pergamena di cui si compone il volume sono perfettamente leggibili e presentano, oltre a nove lettere iniziali meravigliosamente miniate su sfondo dorato, pochissimi difetti dovuti, molto probabilmente, all’umidità: il nemico numero uno di tesori come questo. In prima pagina, in basso, al centro, sulla cornice finemente miniata, compare lo stemma degli Sforza. Non la sua versione originale con il leone rampante, ma la sua evoluzione nel Ducato di Milano, quando Francesco Sforza (diventato Duca di Milano nel 1450), decise di adottare i simboli della precedente dinastia dei Visconti.

Ecco dunque che, aprendo il libro, ci ritroviamo di fronte a uno stemma diviso in quattro sezioni, contenenti due figure principali: nel primo e quarto spazio, l’aquila imperiale nera su uno sfondo dorato, simbolo di fedeltà al Sacro Romano Impero; nel secondo e nel terzo riquadro, il noto Biscione visconteo azzurro su sfondo argentato, mentre è intento a ingurgitare un fanciullo (o un moro).

E poi, un po’ come fanno ancora oggi i bambini a scuola per dire “Questo libro è il mio”, compare il nome di Ippolita proprio all’inizio – contraddistinto dalle lettere H di Hippolita e M di Maria – in quella che è la pagina forse più segnata (anche se relativamente) dall’umidità e dal tempo.

Il nome Tito Livio, per chi mastica qualcosina di storia, naturalmente non risale al Rinascimento: Tito Livio, infatti, fu uno storico romano vissuto tra il 59 a.C. e il 17 d.C., autore degli Ab Urbe Condita libri CXLII, vale a dire dei 142 libri della fondazione della città (quale città? Ovvio, l’unica città eterna, Roma).

Il manoscritto appartenuto a Maria Sforza contiene la copia della prima decade degli Ad Urbe, rendendolo un ritrovamento veramente significativo. Cionondimeno, è tuttora ignota l’identità di chi commissionò la copiatura del testo, nonché diversi dettagli inerenti alla mano che creò le miniature. In merito a queste ultime, sembra che siano state attribuite al Maestro delle Vitae Imperatorum, un noto miniatore anonimo attivo a Milano durante il XV secolo.

Busto di Tito Livio

Ma dopo questo piccolo excursus sulla natura del volume, una domanda sorge spontanea: tralasciando l’immenso valore artistico e culturale che porta con sé (assolutamente non da trascurare), come mai è così rilevante la sua scoperta? Se si tratta di un “semplice regalo di nozze”, la sua ricomparsa come fa sì che la voce di Ippolita venga nuovamente ascoltata in quanto donna?

Percorrendo le pagine in latino del manoscritto – come è avvenuto appena dopo la conferenza stampa, eravamo tutti col fiato sospeso, avevamo persino paura a respirare per non rovinare la pergamena -, si possono notare gli appunti di una giovane Ippolita scritti a margine.

Annotazioni personali, considerazioni, iscrizioni autografe… Sapete, personalmente trovo oltremodo affascinante ammirare un libro scritto a mano in un periodo storico come il nostro, dove tutto è ormai digitalizzato e appare così astratto. Il profumo della carta, la sensazione dell’inchiostro, il suono generato dalla penna sul foglio… sono qualcosa che le nuove generazioni quasi non conoscono, che trovano obsoleto, sorpassato, “vecchio”.

Al contrario, a mio avviso, le trascrizioni a mano sono la vera prova del passaggio sulla Terra di qualcuno: la calligrafia, il tremore nella scrittura, come si calca sulla pagina, sono tutti piccoli dettagli che testimoniano qualcosa di veramente personale e storico.

E nel caso di Ippolita Maria Sforza, queste annotazioni, questo manoscritto ritrovato, ci raccontano non solo di quanto lei fosse acculturata o “banalmente” intelligente (lo so, è un avverbio assolutamente improprio), ma anche del suo pensiero umanista, del suo interesse nei confronti della storia, della politica, delle virtù, della diplomazia, delle doti per attuare un “buon governo”. Un’immagine che contrasta totalmente con l’idea che si ha delle donne di corte di quel tempo. Un’idea generata da una narrazione distorta e filtrata dagli uomini.

Ippolita, la “principessa che collezionava libri”, colei che riuscì a guadagnarsi la stima di Lorenzo de’ Medici, ribalta questo falso stereotipo, questa concezione menzognera della donna di corte stolta, ignorante e dedita alle frivolezze.

 

D’altronde, come diceva Rita Levi Montalcini: “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.”.

Ippolita Maria Sforza non ha cambiato il mondo, ma aveva tutte le carte in regola per farlo.

[Ringrazio Il Ponte Casa D’Aste per avermi fornito la maggior parte delle foto che vedete in questo articolo]

Scritto da Camilla Marino