Nelle prime ore della mattina del 3 gennaio del nuovo anno 2026, gli USA hanno effettuato una vera e propria offensiva contro il Venezuela, colpendo la capitale Caracas e catturando il presidente venezuelano Nicolás Maduro, insieme alla consorte.
Questo non è, tuttavia, il primo attacco perpetrato dagli Stati Uniti: già il 7 agosto 2025, il tycoon Donald Trump aveva stabilito una ricompensa di 50 milioni di dollari per chiunque riuscisse ad arrestare Maduro. Pochi giorni dopo, l’America ha dato il via nel Mar dei Caraibi al suo maggiore dispiegamento militare degli ultimi decenni (compresa la più grande portaerei del mondo, la USS Gerald Ford).
Ma perché questa presa di posizione? Trump asserisce che la manovra bellica sia stata messa in atto per combattere il narcotraffico,
di cui il Venezuela rappresenterebbe un importante elemento.
Ma è veramente questo il motivo dietro a un tale schieramento di forze armate?
La lotta a Maduro come promotore del narcotraffico (il movente “ufficiale”) sembrerebbe non sufficiente a giustificare l’azione. Sì, è vero che il Venezuela facilita il transito, ma non è il maggior produttore di cocaina, eroina e fentanyl: il primato spetta al Messico, alla Colombia, al Perù e alla Bolivia.
In realtà, le ragioni più plausibili celate dietro alla strategia di Trump, che in tanti decantano, sarebbero il petrolio e la caccia a Maduro.
Per chi non se lo ricordasse, Maduro subentrò nel 2013 in seguito alla morte del suo predecessore, Hugo Chavez (figura controversa tra “dittatore populista” e “rivoluzionario”: non era certo un fiorellino). Se la Russia (con cui il Venezuela aveva già un buon rapporto geopolitico), riconobbe subito la legittimità di tale successione, non fu lo stesso per le altre potenze mondiali. USA e UE furono i primi a puntare il dito contro Maduro, accusando l’attuale governo di brogli elettorali, pur non avendo mai avuto in mano prove veramente concrete. Per questa ragione, il Venezuela fu soggetto a un pesante isolamento economico e geopolitico (unico importante sostenitore, appunto, la Russia).
È risaputo che Maduro sia un dittatore di ideologia comunista, che applica una sovranità costituita da elementi civil-militari-polizieschi, nonché una repressione democratica costante. Non a caso, in seguito al suo arresto di sabato mattina, il popolo venezuelano è sceso in strada per festeggiare la caduta del suo governo, nonostante il Paese sia ancora segnato da una profonda crisi.
L’intervento di Trump, dunque, ha come fine ultimo quello di un cambio radicale di regime nello stato Latino.
Cionondimeno, non si tratta certo di una mossa solo “da benefattore”: le “terre rare” e i giacimenti petroliferi del Venezuela sono un ottimo stimolo (“America First” docet).
Il “povero paese ricco”, come viene definito, ha infatti un suolo che abbonda di coltan, titanio e oro… Tutti minerali scoperti già diversi anni fa e per cui Maduro aveva firmato il decreto dell’Arco Minero dell’Orinoco per dare il via all’estrazione. Inoltre, la quantità di greggio in Venezuela è astronomica: trattasi delle più grandi riserve al mondo, con 300 miliardi di barili stimati.
A questo punto, occorre fare alcune precisazioni sull’argomento, partendo, come sempre, dal principio, dalla storia.
Intanto, la parola “petrolio” deriva dal latino tardo “petroleum”, unione di “petra” (roccia) e “oleum” (olio). Ufficialmente, l’espressione sarebbe stata coniata dal mineralogista tedesco Georg Bauer nel 1546 all’interno del suo trattato “De Natura Fossilum”, ma diverse ricerche hanno provato che l’origine fosse ben più vetusta, precisamente risalente al medico, filosofo, matematico, logico e fisico persiano Avicenna (980 – 1037).
E in effetti, scavando più a fondo (un verbo curioso, in questo caso), si scopre che il petrolio veniva già utilizzato dai popoli antichi, ma venne chiamato inizialmente “nafta” (náphta), un termine greco che descriveva le esalazioni fiammeggianti delle emanazioni petrolifere. Non a caso, già il nostro caro Omero (autore delle eterne Iliade e Odissea) narrava di una sorta di “fuoco perenne” che non poteva essere spento con l’acqua. Non era certo fantascienza la sua ma la descrizione del cosiddetto “fuoco greco”: una miscela composta da greggio, olio, zolfo, salnitro e resina che veniva impiegata come arma dai bizantini per incendiare le navi avversarie.
E anche lo stesso Marco Polo parlò del petrolio nel suo resoconto sui suoi viaggi in Asia, “Il Milione” (pubblicato dapprima come “Il Molluro”) del 1298.
Ma quando cominciò l’estrazione effettiva dell’oro nero?
La primissima raffineria costruita risale al 1837, messa in piedi dai russi sulla penisola di Abşeron in Azerbaigian (sul Mar Caspio, per la precisione), sfruttando un pozzo scoperto già nel 1593. Eppure, non furono loro a porre le basi per la commercializzazione odierna del greggio, ma gli Stati Uniti quando, nel 1859, in Pennsylvania venne aperto il primo pozzo redditizio della storia per opera dell’inventore americano Edwin Drake: anche il primo, si pensa, ad aver sfruttato una trivella per scavare.
Edwin Drake è stata altresì una tra le diverse figure storiche che ha ispirato il film cult del 2007 “Il Petroliere”, firmato da Paul Thomas Anderson, con protagonista Daniel Day-Lewis, il quale ha donato al pubblico una performance cruda e spietata che gli è valsa una statuetta agli Oscar come miglior attore protagonista (ho realizzato una recensione su questo film che potete trovare cliccando qui).
Ora, tornando ai giorni nostri, per documentarmi al meglio, ho letto diversi articoli che asseriscono quanto l’oro nero venezuelano non sia veramente necessario agli Stati Uniti, essendo loro i primi produttori mondiali. Sottolineo: produzione, non riserva. Ecco un piccolo concetto che sembra essere sfuggito ai più: se un Paese vende tanti maglioni di lana, non significa per forza che disponga di infiniti greggi di pecore… Potrebbe anche non disporre di quelle pecore e quindi quella lana è costretto a prenderla da qualcun altro.
Parliamo in numeri: siamo riusciti a calcolare che la quantità di petrolio estraibile su scala globale (ricordando che stiamo parlando di un bene naturale limitato, cioè che non si rigenera, quindi che prima o poi terminerà) è di circa più di 1500 miliardi di barili. Bene naturale limitato perché, secondo gli studi della comunità scientifica, esso è il risultato della trasformazione di materiale biologico in decomposizione: più nello specifico, degli organismi unicellulari marini (sia vegetali che animali) rimasti sepolti nel sottosuolo per milioni di anni.
I maggiori produttori al mondo sono, come accennavo poc’anzi, gli Stati Uniti, la Russia e l’Arabia Saudita. Tuttavia, gli USA non figurano affatto sul podio delle riserve più importanti. Questi, invece, sono, appunto, il Venezuela, il Canada e l’Arabia Saudita. Vi dirò di più: il Venezuela, insieme agli Emirati Arabi, figura tra i 12 Paesi membri dell’OPEC (Organizzazione Mondiale dei Paesi Esportatori di Petrolio), che controllano il 79% delle riserve mondiali di greggio e il 39% della sua produzione globale (oltreché la gestione dei gas naturali).
Tuttavia, come ho spiegato sopra, il Venezuela è stato soggetto a sanzioni pesantissime e a un isolamento economico e geopolitico che gli ha effettivamente impedito di sfruttare appieno le proprie riserve. Gli impianti di estrazioni sono vecchi, malfunzionanti e trascurati, nonostante ne siano stati ricavati un po’ di barili per la Cina, ma di questo ve ne parlo più avanti. Occorrono impianti super specializzati, anche perché il petrolio venezuelano è greggio extra-pesante, un tipo di idrocarburo molto denso e viscoso che non scorre facilmente e che per essere estratto ha bisogno di un riscaldamento sottoterra o con altri petroli.
Anche gli USA hanno alcune riserve di oro nero entro i loro confini, primo fra tutti il Texas (quante volte, nei film, vediamo le trivelle in azione sullo sfondo?), poi il New Mexico, il North Dakota e l’Alaska. Ma mettere le mani sulle risorse venezuelane rappresenterebbe un balzo in avanti degno di nota (con in sottofondo il suono di un bel registratore di cassa), visto e considerato che, nonostante tutti i discorsi sulla svolta green e sul fatto che inevitabilmente il petrolio cadrà in disuso, la nostra società dipende ancora dal greggio, partendo dai mezzi di trasporto, fino alla produzione della plastica.
“Mettere le mani”… semmai, in un certo senso, “RI-mettere le mani”, perché nel corso del Novecento, gli USA, insieme ad altri enti stranieri e privati, avevano già costruito diversi impianti di estrazione sul territorio venezuelano; tuttavia, nel 1976, sotto la presidenza di Carlos Andrés Pérez, nacque la PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.), atta a garantire lo sfruttamento di tali risorse solo da parte dello Stato. Il mix tra cattiva gestione, una politica altalenante, corruzione, controlli valutari eccessivi e le recenti pesanti sanzioni, hanno fatto sì che la PDVSA non usufruisse completamente di questi giacimenti. Dunque, ecco che torna l’America a “sistemare le cose” e a riprendersi “tutto quello che è nuostro” (Genny Savastano docet)!
E infatti, Trump non ha esitato nel dichiarare che gli Stati Uniti si occuperanno della situazione venezuelana (e dei suoi impianti di estrazione), fino all’instaurazione di un giusto governo. Ma chi sarà a prendere le redini di uno Stato praticamente sull’orlo del collasso dopo l’arresto del suo leader? Attualmente, c’è un passaggio di testimone con la presidente ad interim, la vice di Maduro, Delcy Rodriguez (anche lei, pare, non un fiorellino di campo). Ma gli occhi sono puntati, forse, su María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2025, testa dell’opposizione contro Maduro (un Premio Nobel che la Machado ha donato a Donald Trump, che dal canto suo ha accettato di buon grado): tornerà in patria? La nostra premier Giorgia Meloni ha avuto una conversazione telefonica con lei, in cui la stessa Machado ha parlato di “prospettive di una transizione pacifica e democratica”. La donna ha incontrato anche Papa Leone XIV e il pontefice ha più volte affermato che “il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altre considerazione”: ma sarà realmente così?
Ancora non ci è dato saperlo e nel frattempo… se vogliamo guardare il lato positivo: un dittatore in meno! D’altronde, ironicamente è stato Maduro stesso a sfidare Trump: “Vieni a prendermi, codardo! Io ti aspetto!”. E Trump è arrivato, eccome! Se si cerca di fare il solletico all’elefante del mondo (Salvador Dalì e Oriana Fallaci docet), quello o non se ne accorge neanche oppure ti calpesta con la sua forza mastodontica. La marcata presenza del pachiderma a stelle e strisce si nota già a partire dalla quotidiana politica imperialista messa in atto su scala globale, ma ve ne parlerò meglio tra poco.
Vittoria, dunque! Eh… non proprio.
Per quanto Maduro sia un capo di Stato illegittimo e colpevole di una delle più grandi crisi civili e migratorie del Sud America (contando un flusso di ben 8 milioni di fuggiaschi rifugiatisi in altri Paesi dell’America Latina, negli USA e in Spagna) e non piacesse a nessuno di noi, anche le azioni intraprese da Trump sarebbero da considerarsi illecite e illegali: la sua manovra, a quanto pare, non è stata approvata dal Congresso (come vuole la Costituzione americana), violerebbe il diritto internazionale e, infine, non scaturisce da ragioni democratiche, ma economico-politiche a favore degli Stati Uniti.
Il Venezuela è uno Stato ambivalente, segnato da una storia politica complessa e difficile portata avanti dai vari leader, che non riassumerò in questo pezzo, poiché occorrerebbe un articolo a sé stante, ma è nota. E questa ambivalenza viene comunicata attraverso i numerosi murales che si possono ammirare nella città di Caracas, sviluppatisi nei cosiddetti ranchos, una versione venezuelana delle favelas brasiliane.
Qui, la street art ha un’importanza rilevante, vibrante, è un’arte che parla dal popolo per il popolo. Tanti artisti di strada hanno avuto modo di veicolare messaggi politici e sociali di ogni genere, riqualificando diversi quartieri degradati come Los Palos Grandes.
Ma rallentiamo un momento e analizziamo bene la situazione: sapete che cos’è la Dottrina Monroe citata da Trump?
In uno degli ultimi discorsi rilasciati dal presidente sull’operazione militare in Venezuela (chiamata con il nome in codice “Absolute Resolve”), il tycoon ha menzionato la Dottrina Monroe come una sorta di giustificazione e ispirazione per l’attacco a Caracas e per l’arresto del dittatore Maduro.
Con il termine Dottrina Monroe, ci si riferisce all’ideologia di James Monroe, che fu presidente degli Stati Uniti tra il 1817 e il 1825. Il suo pensiero: la totale supremazia degli USA nel continente americano.
Tale ideologia venne alla luce il 2 novembre 1823 durante la relazione sullo stato dell’Unione: qualsiasi potenza straniera che si fosse intromessa negli affari politici del continente, sarebbe automaticamente risultata ostile da parte degli Stati Uniti. Per questo motivo l’America Latina viene considerata come “il cortile di casa” degli USA.
Monroe non voleva che l’Europa colonizzasse nuovamente e ulteriormente quelle terre. Ricordiamo, infatti, che la Guerra d’Indipendenza americana aveva avuto luogo pochi decenni prima, tra il 1775 e il 1783. Dunque, l’allora capo di Stato, benché gli USA non fossero ancora una potenza mondiale (tutt’altro), sottolineò che anche il Nuovo Mondo non avrebbe più dovuto essere di competenza europea.
Nota come la prima formulazione dell’odierno imperialismo statunitense (seppur inizialmente si riferisse alle opere di colonialismo), la dottrina Monroe venne sfruttata anche per l’annessione dello Stato del Texas dopo la guerra messico-statunitense (1846-1848). E anche qui, apriamo una piccola parentesi: la principale ragione dietro all’annessione del Texas si chiama “Destino Manifesto” (Manifest Destiny), ovvero la convinzione da parte del popolo americano di doversi espandere, portando nel mondo il proprio ideale di democrazia e giustizia, come se fosse un “protettore universale”. È forse una coincidenza che il suolo del Texas fosse ricco di petrolio? Forse… chi lo sa?
Non solo: venne ripresa e rivista dal presidente Theodore Roosevelt, in carica tra il 1901 e il 1909. La sua aggiunta è conosciuta con il nome
“corollario Roosevelt” e risale al 1904.
Il corollario recita: “Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata.“
E quale Paese poteva impersonare questa “nazione civilizzata”? Ovviamente gli Stati Uniti d’America.
Riprendendo il discorso interrotto poc’anzi, vi posso dire che imperialismo statunitense, dottrina Monroe e Destino Manifesto potrebbero essere usati tranquillamente come sinonimi: difatti, l’America non ha espanso la propria egemonia esclusivamente sul suolo continentale, ma andando oltreoceano. Sono tanti i Paesi in cui gli americani sono intervenuti a livello militare, ma l’imperialismo non si ferma unicamente all’ambito bellico, si proietta anche in quello economico e culturale. Quanto siamo influenzati noi occidentali dall’identità americana? La maggior parte dei film che guardiamo sono di produzione americana, la musica che ascoltiamo è spesso americana, persino quando dobbiamo definire il concetto di “Mondo Occidentale” pensiamo immediatamente all’America. E tale conformità di pensiero (quasi inevitabile) è nominata americanizzazione, vale a dire quella sorta di “imitazione” dei modelli di vita americani che mettiamo in pratica anche noi europei. Non vi piace McDonald’s? Non vi piace la Coca-Cola? Non sapete parlare l’inglese? È vero anche l’evidente paradosso di quanto l’America fondi la propria identità, in realtà, su basi coloniali: gli USA sono nati perché noi europei ci siamo allargati… Un loop perenne e infinito.
Il dipinto sottostante, intitolato “Progresso americano” è un olio su tela del 1872 realizzato da John Gast. La figura femminile quasi angelica è Columbia, incarnazione degli Stati Uniti. La donna cammina da est verso ovest, portando con sé la prosperità e la civilizzazione.
Si tratta di un’opera che rispecchia egregiamente il Destino Manifesto (Manifest Destiny), rappresentando la sconfitta dei popoli selvaggi.
La data del dipinto è 1872, ma si può dire che il messaggio che veicola sia eterno.
Fermiamoci un attimo a pensare. Lasciamo stare l’America nello specifico e parliamo in generale: noi definiamo l’imperialismo e il colonialismo come fossero due concetti differenti, ma se ci riflettiamo bene, sono uno il riflesso dell’altro in un ciclo continuo di evoluzione. Sembra quasi che l’imperialismo americano sia un demone a forma d’aquila che prende il controllo di mezzo mondo, ma ci siamo dimenticati della massiccia presenza cinese nel continente africano? Oppure, come ho già detto sopra, di noi europei che abbiamo invaso praticamente tutta la Terra? La Cina sta attuando una vera e propria forma di “neo-colonialismo”, perché le risorse di cui dispone l’Africa fanno parecchia gola.
Ma tornando all’argomento principale di questo articolo, in che modo sarebbero stati applicati la dottrina Monroe e il Destino Manifesto nel caso del Venezuela? Non basta dire che Maduro fosse un dittatore, visto che il suddetto dettame riguarda l’intervento non gradito di potenze esterne. La potenza esterna in questione sarebbe la Cina, che nell’ultimo anno ha avuto un rapporto sempre più stretto con il Venezuela.
La nazione del Dragone, fino a pochi giorni fa è stata infatti il più grande partner tecnologico del Paese latino, nonché il principale acquirente del loro petrolio. Tale partnership ha contributo a garantire la continuità del regime di Maduro, nonostante le crisi e le sanzioni interne. L’influenza cinese, per quanto riguarda i big money e la tecnologia, non poteva passare inosservata all’occhio americano.
La Cina e la Russia richiedono il rilascio di Maduro, arrestato dalle forze armate americane la mattina del 3 gennaio, in seguito all’attacco della capitale. Trump conferma il gran successo di tutta l’operazione e fa intendere che, molto probabilmente, non saranno necessarie ulteriori offensive.
Comunque, l’ultimo aggiornamento sulla questione venezuelana riguarda il sequestro da parte degli USA della Marinera, una petroliera battente bandiera russa che faceva parte della flotta ombra che trasportava il petrolio venezuelano sanzionato, tra il Venezuela, la Russia e l’Iran. Le accuse mosse dagli Stati Uniti (la cui operazione è stata coadiuvata dal Regno Unito) sono legate al trasporto di carichi illeciti per una società di proprietà dell’organizzazione terroristica libanese Hezbollah.
D’altro canto, Mosca ribatte con decisione, affermando che la nave è stata presa d’assalto in acque internazionali (quindi, al di fuori delle acque territoriali di qualsiasi Stato) e che: “In conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, la libertà di navigazione si applica in acque internazionali e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro imbarcazioni regolarmente registrate nella giurisdizione di altri Stati”.
Dunque, un’altra mossa sulla scacchiera della Terra. Chi farà scacco matto?
Quindi, alla fine, le azioni di Trump sono illegali?
Teoricamente sì, ma secondo la dottrina Monroe, no. La situazione rimane fumosa e si attendono aggiornamenti.
Intanto, Maduro è stato trasferito al Metropolitan Detention Center di Brooklyn (carcere che ha già “ospitato” il boss del narcotraffico messicano “El Chapo” Guzmàn) e il processo è cominciato il 5 gennaio. Le accuse: narco-terrorismo, traffico internazionale di cocaina e uso di armi da guerra, con Maduro che si proclama innocente, dichiarando di essere stato letteralmente rapito.
C’è un altro fattore, inoltre, che potrebbe portare il processo contro Maduro verso la vittoria: secondo quanto anticipato dal Segretario di Stato Marco Rubio, l’assunto su cui si baserà la difesa è che non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è presidente. Se verrà effettivamente provato che le elezioni del dittatore venezuelano furono illegittime, significherebbe che il suo “mandato” si sarebbe concluso nel gennaio 2025.
Insomma, tra violazioni a metà, la legge federale americana che si scontra contro l’infrazione del diritto internazionale, la liberazione di un popolo da un tiranno, gli interessi economico-politici, le terre rare, il petrolio e Trump che “si comporta da cowboy” (come hanno detto i russi), stiamo assistendo forse all’inizio della ripresa statunitense, la cui influenza globale era stata negli ultimi anni leggermente disallineata da Cina e Russia. L’ha detto lo stesso Trump ribattezzando la dottrina Monroe in “dottrina Donroe”, evidenziando che la straordinaria forza americana e occidentale non verrà mai più messa in discussione.
C’è chi punta il dito contro il tycoon, chi chiede la liberazione di Maduro (no comment…), chi definisce il presidente americano come un “novello Caligola” che agisce al comando di “Io sono grande e grosso e faccio quello che voglio”. Ritorna la metafora sull’elefante del mondo della Fallaci e di Dalì e non sempre tale paragone è positivo. Dopotutto, il diritto internazionale è nato dopo il Processo di Norimberga per un motivo, sono state istituite delle leggi per far sì che nessuno potesse più fare “come gli pare e piace”… O forse ci auto-inganniamo con questo concetto: pensiamo che dal Processo di Norimberga in poi sia stata messa in atto una giustizia universale capace di intervenire scrupolosamente per ristabilire l’ordine. Ma c’è mai veramente stato questo ordine da allora? Sono mai state veramente rispettate queste leggi? Gli interessi di uno Stato vengono veramente messi a tacere in nome della moralità? Forse siamo un po’ ingenui se lo pensiamo sul serio.
Come diceva il mai citato abbastanza Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”. Le cosiddette “norme” che governano i rapporti geopolitici non sono nient’altro che una versione più seria di quelle che si leggono sulla scatola del gioco Risiko. Lamentarsi che un qualsiasi capo di Stato non agisca tanto per filantropia, quanto per agognato potere (un potere non di certo di un capo di Stato, ma di chi tiene veramente in mano i fili del mondo), è una constatazione ridondante e lapalissiana, specialmente in un contesto simile, dove un popolo rimasto schiavo di un regime dittatoriale di stampo chavista per ben 30 anni, è finalmente libero.
C’è chi fa riferimenti ai disastrosi interventi statunitensi in Iraq e in Afghanistan in passato. È certo vero che queste violazioni aprono scenari pericolosi e imprevedibili, le regole servono e dovrebbero essere rispettate.
Non sappiamo se questa manovra getterà ulteriormente la nazione latina nel caos o se porterà effettivamente la pace, ma mi sento di affermare che: in primis non andrebbero messi a confronto gli Stati del Medio Oriente con quelli dell’America Latina, proprio in virtù del fatto che hanno background culturali e politici completamente diversi tra loro; in secundis, forse è vero che l’America “is great again”. Lungi da me inneggiare all’imperialismo statunitense o alla politica trumpista, io sono super partes in questo articolo. Ma mi rendo effettivamente conto che l’operazione bellica intrapresa pochi giorni fa, da un punto di vista puramente oggettivo, è stata efficace. Gli americani avevano un obiettivo? L’hanno raggiunto in maniera precisa. E quali sono le conseguenze di tali azioni, al momento?
Non li avete sentiti in strada i venezuelani che gridavano con gioia “USA! USA! USA!”? Non li avete visti i venezuelani che piangevano in preda alla felicità poiché finalmente non verranno arrestati, sottomessi, uccisi perché semplicemente la pensavano diversamente rispetto al loro presidente? Non avete visto i venezuelani che ballavano in strada portando fieramente la loro bandiera? Vi illustro giusto qualche dato per ricordare a chi sta difendendo Maduro ciò che ha fatto: la PROVEA (Programma Venezuelano di Educazione-Azione sui Diritti Umani) ha contato dal 2013 al 2023 più di 10mila uccisioni dalle forze di sicurezza venezuelane; Human Rights Watch ha confermato che dal 2016 sono avvenute ben 10.500 esecuzioni per “resistenza all’autorità”; più di 36mila vittime di torture; più di 18mila prigionieri politici; 415 media censurato o espropriati; le Nazioni Unite stesse hanno mosso accuse contro il governo Maduro per crimini contro l’umanità, portando come prova le sue uccisioni sistematiche e le sue torture nei confronti dei dissidenti politici. Senza dimenticare il fatto che quei poveracci che sono stati costretti a rimanere entro i propri confini, hanno dovuto vivere con la media di tre dollari al mese.
E ora che Maduro presenzia in tribunale, i detenuti sotto il suo regime vengono finalmente liberati, compresi alcuni nostri connazionali: l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico Biagio Pilieri e l’operatore umanitario Alberto Trentini.
Forse non è questo il momento di puntare il dito e gridare allo “scandalo legislativo” o accusare Trump di volere semplicemente il petrolio. È anche vero che chi lo fa, non è spesso a conoscenza di quella che è la storia politica e civile del Venezuela e del Sud America in generale, parlando a sproposito guidato dall’ipocrisia di non essersi mai interessato a qualcosa che andasse oltre i confini del proprio giardino. O ancora peggio: c’è chi scende in piazza gridando alla liberazione di Maduro, zittendo i venezuelani stessi, veri testimoni della sua tirannia, inneggiando un’ideologia basata sul nulla cosmico.
A queste persone pongo un quesito, lo stesso che è stato rivolto in piazza: se qualcuno, negli anni del fascismo (quello vero, non quello che viene tanto millantato oggigiorno, sputando sulla storia e su quello che è stato il vero fascismo, la vera dittatura), fosse arrivato come è arrivato Trump, portandoci via Mussolini e rendendoci liberi, avreste fatto tante storie o sareste usciti a festeggiare per le strade come stanno facendo i venezuelani? C’è chi è riuscito a dire che sì, si sarebbe comunque lamentato per il mancato rispetto del diritto internazionale, se fosse esistito… Vi ricordo che noi, il 25 aprile, lo festeggiamo ancora oggi, fortunatamente.
Ma vorrei porre un’ultima riflessione.
Tengo a sottolineare, innanzitutto, che questo pezzo non è in alcun modo uno scritto di propaganda (per quanto possa sembrare in certi frangenti). La mia è una pura e semplice critica alla profonda ipocrisia e ignoranza che veicola spesso il popolo, plagiato in taluni casi da un’informazione di parte e guidata dal concetto di “trend”. Prima tutti compravano la bandiera dell’Ucraina per sventolarla in giro. Poi, quella bandiera è stata messa in cantina, per prendere in mano quella della Palestina e bloccare le tangenziali con i cortei. Successivamente, è passata di moda anche quella e ora è arrivato il turno del Venezuela. Tra un paio di mesi, quale altro vessillo verrà sventolato “a random”? Adesso l’Iran!
Il punto è che molte delle persone che protestano, in ogni caso, non lo fanno seguendo un ideale, ma seguendo ciò che “fa più tendenza” in quel momento, spesso senza informarsi o senza credere neanche così tanto nella causa a cui prendono parte (quando il pastore porta il gregge o la mandria al macello, gli animali lo seguono senza capire dove stanno andando, ma belando e muggendo, facendo baccano).
Ciononostante, non sono i singoli individui il problema principale, quanto invece le potenze mondiali che sembra continuino a mettere in pratica il sistema di “due pesi, due misure”.
Per farvi capire meglio: immaginiamo se Trump applicasse lo stesso metodo che ha messo in atto in Venezuela con la Groenlandia (ho scritto un articolo al riguardo, che potete leggere cliccando qui). Sarebbe una catastrofe climatica provocata dalla totale anarchia (e l’anarchia non porta mai a niente di buono, proprio perché siamo esseri umani, potete saperne di più cliccando qui). La Groenlandia appartiene allo Stato della Danimarca, la popolazione inuit la abita da millenni e, soprattutto, l’Artico è un ecosistema che oggi risulta estremamente delicato, dove gli animali sono in perenne rischio, quindi è conclamato che sarebbe un disastro su tutti i fronti se gli Stati Uniti la “colonizzassero”. Ma se succedesse? Anche in quel caso il mondo si schiererebbe contro gli USA per qualche violazione del diritto internazionale? Oppure, come è più facile intuire, si parlerebbe di una semplice “transazione movimentata”? La Groenlandia è il paradiso delle terre rare, Russia e Cina stanno cercando già da tempo di accaparrarsi quel territorio (invano, perché si scontrano sempre contro il volere della Danimarca), anche per sbloccare la rotta commerciale artica, oltreché per estrarre minerali (vi rimando sempre al mio articolo sulla Groenlandia, dove ve ne parlo più in dettaglio). Credete veramente che in quel caso, la giustizia morale batterà la voglia di cash?
Io non sto inneggiando al “far west” del diritto internazionale, non voglio che il mondo diventi una gigantesca Babilonia in cui ognuno possa andare in giro bellamente a farsi i propri comodi, abbiamo tirato in piedi leggi e tribunali affinché ciò non accadesse. Occupare, invadere o attaccare un altro Stato “perché ci va” è fondamentalmente un concetto sbagliato.
Ma allora perché pare che il diritto internazionale venga tirato in ballo solo ed esclusivamente quando “fa comodo”?
Nel caso odierno, il presidente americano ha con tutta probabilità violato il diritto internazionale, è vero, ma vogliamo ricordarci come ci siamo comportati noi, ai tempi della ex-Jugoslavia e del Kosovo? Quando l’America è intervenuta schiacciando ed eliminando Gheddafi, come reagimmo? Non ricordo tutto questo astio, non ricordo nessun riferimento alla violazione del diritto internazionale. Anzi, ricordo che certe parti spingevano addirittura a favore del provvedimento delle truppe a stelle e strisce.
È altresì inevitabile considerare che l’attacco a Caracas, forse, segnerà un punto di svolta non solo per il Venezuela, ma per l’ordine mondiale.
Da una parte, c’è il crollo di una dittatura e un popolo che, finalmente, può respirare, poiché il tiranno che l’ha soggiogato sinora è sotto processo; dall’altra, a prescindere da qualunque aggiornamento, si è aperto uno scenario in cui, a quanto sembra, chiunque può fare ciò che vuole.
Ma ripeto: veramente, finora, nessuno l’ha mai fatto?
A ogni modo, María Machado l’aveva predetto e auspicato durante una conferenza stampa, riferendosi al proprio Paese: “Con o senza negoziazioni, la tirannia se ne andrà”.
