Il 28 dicembre 2025, in Iran sono iniziate ondate di proteste senza precedenti da parte della popolazione contro il governo, con epicentro, naturalmente, nella capitale Teheran.
I motivi del malcontento sarebbero legati principalmente alla grave crisi economica che ha colpito il Paese, con il rial (la moneta locale) che ha perso all’incirca metà del suo valore nel 2025 e un conseguente aumento vertiginoso dei prezzi e della qualità della vita. Una crisi economica segnata ulteriormente dal conflitto armato con Israele e le ingenti spese militari che ne sono seguite.
Ma quella che pare a tutti gli effetti la reale motivazione dietro a tali proteste sarebbe di matrice politica, con un popolo stanco e oppresso dal regime teocratico dell’ayatollah Khamenei, la cosiddetta “guida suprema dell’Iran” di stampo sciita.
Lo dimostra lo slogan portato in piazza dai manifestanti: “Viva lo Shah!”, un’esclamazione che fa riferimento al titolo di sovrano di Persia (in particolar modo l’ultimo, Mohammad Reza Pahlavi). È un’esclamazione che chiama e chiede il ritorno della monarchia o l’ascesa di un governo democratico, una condanna all’attuale regime, un grido di libertà e cambiamento da parte del popolo.
Oltretutto, tale slogan è un invito nei confronti del figlio dello Shah deposto dalla rivoluzione del 1979: Reza Ciro Pahlavi, l’erede della monarchia iraniana, del Trono del Pavone, colui che ha dichiarato: “Sono pronto a tornare in Iran” per una transizione democratica al governo.
E le donne si uniscono alla causa, con altri messaggi forti e coraggiosi: come la maratona sull’isola di Kish (sempre in Iran) senza l’hijab, il velo che ogni donna deve indossare per coprire il capo e il corpo, pena l’arresto o la morte.
E ancora, roghi nel Paese e all’estero in cui gli hijab vengono dati alle fiamme e donne che si accendono una sigaretta con la foto dell’ayatollah Khamenei mentre brucia, come si può vedere nel video postato sui social da “Morticia Addams”, ragazza iraniana che vive in Canada, ricondiviso da migliaia di persone.
La dittatura risponde con violenza: Internet è stato bloccato in tutto lo Stato per non far trapelare notizie, nonostante i satelliti Starlink riescano comunque a captare informazioni essenziali; i manifestanti sono stati dichiarati “terroristi” ed è stato aperto il fuoco sulla folla.
Sono più di 2000 i morti tra i manifestanti (in realtà, diverse ONG ne contano 12mila, una strage di civili mai vista prima nel Paese), massacrati dalle forze dell’ordine e sono avvenuti più di 10mila arresti.
Uno dei volti della rivolta è quello di Rubina Aminian, studentessa curda di design tessile 23enne, uccisa con un colpo di pistola alla testa durante una protesta. Un volto, il suo, diventato subito virale come simbolo dell’opposizione, alla pari di quello di Mahsa Amini nel 2022 (ve ne parlo meglio nell’articolo che potete trovare cliccando qui).
Teheran si dichiara contemporaneamente aperta al dialogo con gli USA, non vorrebbe una guerra, ma nel caso sarebbe pronta ad affrontarla.
D’altro canto, il presidente Donald Trump, a bordo dell’Air Force One, ha affermato di essere pronto a intervenire sul suolo iraniano con una potenza mai vista prima, se il regime continuerà a sparare sulla folla.
Sono decenni che l’Iran necessiterebbe di una mediazione che riporti l’equilibrio e la libertà a un popolo soggiogato sin dalla rivoluzione khomeneista, costretto alla paura, al silenzio, alla sottomissione. Le donne, fino agli anni ’70, erano fiere e bellissime con i loro capelli al vento, i vestiti alla moda e i bikini sulla spiaggia.
Nessuna di loro era costretta a indossare un velo per passeggiare per strada.
Nessuna di loro veniva picchiata se il viso era scoperto.
Nessuna di loro veniva ammazzata perché aveva fatto sentire la propria voce.
A questo proposito, vi consiglio la visione di un documentario diretto dall’iraniana Nahid Perrson, prodotto nel 2013: “My Stolen Revolution”, dove la donna intervista cinque sopravvissute ad anni di carcere in Iran.
Se la Cina incoraggia a non avviare incursioni illecite (ogni riferimento alla situazione venezuelana non è affatto casuale, potete leggere cosa sta succedendo nei post che ho pubblicato su Instagram qui e qua, ma tra pochi giorni pubblicherò un articolo ben più corposo e completo), il mondo occidentale si prepara al contrario, a non distogliere lo sguardo, a non fare finta di niente.
Perché, forse, è arrivato finalmente il momento del riscatto per il popolo iraniano, che sta combattendo versando lacrime e sangue per il proprio futuro.
Forse, è arrivato il momento di dire BASTA alla politica del terrore islamica.
Come dice la scrittrice iraniana Azar Nafisi, autrice del libro “Leggere Lolita a Teheran”: “Mi convinco ora più che mai che sarà proprio questo testardo desiderio di vita, libertà e ricerca della felicità dei giovani iraniani di oggi, i figli della rivoluzione insieme alla dolorosa autocritica degli ex rivoluzionari a decidere del nostro futuro.”
