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Buon viaggio, Rob Reiner

Il 14 dicembre 2025, il regista Rob Reiner e la moglie Michele Singer, sono stati ritrovati morti accoltellati nella loro villa. A essere indagato per questo brutale delitto è uno dei tre figli della coppia, Nick Reiner.
L’anno corrente 2025 sta volgendo al termine, ma è stato una vera e propria ecatombe per il mondo del cinema e Rob Reiner si aggiunge alla lista dei gravi lutti di questa nera annata.

Molti lo conoscono come il regista della commedia romantica
per eccellenza “Harry, ti presento Sally…”,
del 1989.
Oppure, altri lo ricordano per la sua esilarante apparizione nella pellicola del 2013 “The Wolf al Wall Street”.

Ma oggi voglio cogliere l’occasione e omaggiarlo consigliandovi tre film in particolare diretti da lui, che io considero tra i miei preferiti in assoluto, non solo della sua filmografia, ma in generale di tutti i lungometraggi che abbia visto.
Il primo è, andando in ordine cronologico, “Stand by Me”, del 1986, adattamento cinematografico del racconto
“Il corpo” scritto da Stephen King
, contenuto nella raccolta “Stagioni diverse”, pubblicata nel 1982.

Quattro giovani ragazzi (tra cui compare anche un giovane e compianto River Phoenix), alla fine degli anni ‘50, partono alla volta ali un viaggio particolare: la ricerca del cadavere di un loro coetaneo, morto dopo essere stato colpito da un treno. Un’esperienza di formazione, farà terminare l’infanzia de protagonisti, portandoli di fronte ai propri problemi personali e a una maturazione improvvisa.
Candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, nonché a tanti altri premi,
“Stand by Me” è un capolavoro senza tempo in cui qualsiasi bambino o ragazzino può immedesimarsi.

Ricordo che già la prima volta che lo vidi, quando ero piccola, amai l’aria di avventura e di agognata indipendenza che trasudano dalla trama e l’atmosfera nostalgica che Rob Reiner è stato in grado di far trasparire.

Così come, sempre in gioventù, mi innamorai di un altro suo film, che è diventato immediatamente uno dei miei “comfort movie”, come mi piace chiamarli, cioè quelli che guardi e riguardi volentieri, anche mentre sei intento a fare altro: “Misery non deve morire”, del 1990, anch’esso adattamento del romanzo di Stephen King “Misery”.

Gli strabilianti James Caan e Kathy Bates (lei ha vinto l’Oscar per questa eccellente performance) sono i personaggi principali di questa storia: l’acclamato scrittore Paul Sheldon (famoso per la sua serie di libri incentrati su una donna di nome Misery Chastain)
viene salvato da una tormenta di neve dalla sua ammiratrice numero uno, l’ex infermiera Annie Wilkes, che si rivela una psicopatica.

E poi, più avanti negli anni, ho adorato “Codice d’Onore” del 1992, con un cast composto da Tom Cruise, Jack Nicholson, Demi Moore, Kevin Bacon e Kiefer Sutherland: una pellicola giudiziaria che si sviluppa nell’ambiente militare, dove un soldato sarebbe stato ucciso a seguito di un cosiddetto Codice Rosso.

Dai lungometraggi che vi ho citato, potete capire che Rob Reiner era un regista decisamente eclettico e versatile, cambiando facilmente genere, sfruttando una regia semplice, essenziale, ma congeniale alle sceneggiature solide di cui disponeva ogni volta, dirigendo con maestria e precisione ogni attore e ogni ruolo. Si potrebbe definire il suo stile come un “classicismo funzionale”.

Il risultato? Film ben strutturati e che risultano contemporanei ancora adesso, a distanza di decenni, con trame capaci di intrattenere e insegnare, a cui è difficile non affezionarsi.
Il cinema ha perso un grande nome. Rob Reiner mancherà a tutti.

Scritto da Camilla Marino