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Cucina italiana: Patrimonio dell’UNESCO

Il 10 dicembre 2025, la cucina italiana è diventata Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

È un traguardo davvero importantissimo per la storia della nostra penisola! Intervistando tanti stranieri, ho avuto modo di constatare che la sacralità della nostra cucina è un valore riconosciuto in maniera capillare e universale all’estero. Chiunque con può fare a meno di confermare che in Italia “si mangia bene”.

Ma le ragioni dietro a questa meritata vittoria non sono da ricercarsi unicamente nella ricchezza e completezza de nostri alimenti del punto di vista nutrizionale.
Infatti, quando parliamo di Patrimonio UNESCO, non ci riferiamo a una ricetta o a un piatto particolare.

La parola d’ordine per la vittoria è stata: unicità!
L’arte culinaria nostrana è unica, perché per noi italiani il cibo è quasi una religione, dove portiamo avanti valori sociali e familiari attraverso esso.
I punti chiave sono: convivialità, sostenibilità e stagionalità, tradizione e innovazione, educazione e identità.

L’eccellenza de nostri prodotti, combinata a un modo tutto nostro di vivere letteralmente la cucina il posto a tavola, hanno fatto sì che l’Italia venisse riconosciuta
a livello mondiale nel campo di questa arte.
Perché ricordiamo che la cucina è un’arte, ma anche e soprattutto lo specchio di una società.

Noi siamo quel popolo i cui figli, quando cucinano, dicono: “Questa ricetta me l’ha insegnata la nonna o la mamma.”. Siamo quel popolo che dopo pranzo deve prendere necessariamente l’iconico caffè.

Nello stivale, in ogni punto dove si posa lo sguardo, si scoprono sapori che raccontano certamente il territorio, ma anche un clima fatto di tradizioni tramandate che si uniscono armoniosamente con la ricerca e con il nuovo.

Come ho avuto modo di testare, per esempio, al Pastificio Plin al secondo piano di Eataly, a Milano, dove si può degustare ogni tipo di pasta fresca preparata a mano sul momento.
Qui, la bravissima e gentilissima Maria Vittoria mi ha fatto assaggiare un’eccezionale selezione di paste ripiene, compresi i tradizionali plin piemontesi con la farcia di carni miste e la loro rivisitazione in chiave meneghina, farciti di ossobuco.

Oppure passando da un risotto alla milanese clastico (con zafferano e ossobuco, mio piatto d’infanzia e prediletto) a una sua rivisitazione gustosissima con midollo alla piastra e una punta di aceto balsamico, come l’ho provato al Ristorante Cracco, in Galleria, sempre a Milano.

Si è tanto discusso della rivalità tra la cucina nostrana, quella francese e quella giapponese, nota come washoku, diventati anch’essi Patrimonio UNESCO, rispettivamente nel 2010 e nel 2013.

O si è parlato del fatto che questo prestigioso riconoscimento non abbia puntato il
proprio occhio di bue sugli alimenti e i prodotti gastronomici nello specifico.

Forse, chi ha mosso questa critica, si è scordato che già nel 2010, la Dieta Mediterranea veniva classificata come Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO, coinvolgendo l’Italia, la Spagna, la Grecia e il Marocco.

Dalla Pizza Margherita, alle lasagne al forno, agli spaghetti alla carbonara, includendo il pesto genovese, passando alla parmigiana di melanzane, ai cannoli, al tiramisù… La nostra storia si fa conoscere anche all’estero, portando avanti il nostro vero patrimonio antropologico: il nostro stile di vita, quello che ci fa domandare, una volta tornati a casa: “Cosa si mangia oggi?”.

Quindi, come suggerirebbe il grandissimo chef Gualtiero Marchesi: mettiamo da parta le avversità e continuiamo a crescere.

Siamo orgogliosi di aver raggiunto questo traguardo.

Scritto da Camilla Marino