Ho letto “Se il Sole muore” di Oriana Fallaci, un reportage pubblicato nel 1965, dove la celebre giornalista italiana ci presenta tutte le sue riflessioni maturate nel 1961, anno in cui la Fallaci partì alla volta degli Stati Uniti d’America per poter vedere con occhio le strutture della NASA e intervistare gli astronauti scelti per i programmi spaziali che, di lì a pochi anni, avrebbero portato l’Uomo sulla Luna.
Le parole scritte da Oriana Fallaci sono sempre un tocco al cuore, leggerla è come ascoltare le parole di un’amica, semplice e diretta nei modi. Eppure con quella profondità tipica, degna e bellissima.
Questa, in fin dei conti, è una lettera al padre, una lettera lunga 600 pagine. Ma è anche una lettera a tutti coloro che non hanno compreso, che non hanno capito. Una lettera a tutte quelle persone che sono ancorate a questa Terra, alle sue tradizioni e alla sua natura come un fervente cattolico attaccato all’idea di bere e mangiare il sangue e il corpo di Cristo durante la messa.
Eppure Oriana (o Oriano, come la chiamava affettuosamente uno dei suoi amici astronauti) non invita a rinunciare alle bellezze della nostra Madre Terra che tanto ci accudisce e tanto ci ammonisce come farebbe, in effetti, una madre con i suoi figli. Non obbliga a rinnegare Dio. Spinge, al contrario, ad aprire la mente e gli occhi e capire che Dio non è solo nella messa, non è solo in ciò che la Natura ha da offrirci.
Dio siamo noi, l’umanità nella sua semplicità, nella sua perseverante imperfezione e nella sua incessante evoluzione, nella continua sete di esplorare, viaggiare, scoprire, andare oltre.
E gli astronauti sono un po’ come i figli che lasciano la madre quando vedono il mondo, quando lo vogliono prendere e mangiare, hanno bisogno di andare, andare… E in quel caso, si può solo piangere di malinconia e gioia al tempo stesso.
Una conversione allo spiccare il volo.
